giovedì, Agosto 13

Paura a New York: la città dalla duplice realtà Ordigno ieri nel cuore di una New York surreale: il commento del giornalista Luca Marfé

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Attimi di panico ieri a New York. Alle 7.30 una forte esplosione a Port Authority, la stazione centrale dei bus, nel cuore pulsante di una Manhattan brulicante e appena sveglia. Il fragore proveniva da un tubo-bomba che l’attentatore aveva addosso e che, secondo le ricostruzioni, è esploso solo in parte ed in maniera accidentale. Quattro i feriti, tra cui l’uomo stesso che ora ha un nome preciso: Akayed Ullah, 27 anni, ex tassista, originario del Bangladesh. Secondo le ultime indiscrezioni, avrebbe dichiarato di essersi ispirato all’ISIS ma c’è ancora molto da verificare. Tutto si è subito mosso a dovere. Transenne e polizia ovunque. Le linee della metropolitana A, C ed E sono state evacuate. I passanti coinvolti, fortunatamente, sono feriti soltanto in maniera lieve.

People walk past Port Authority Bus Terminal as police respond to a report of an explosion near Times Square on Monday, Dec. 11, 2017, in New York. (ANSA/AP Photo/Mark Lennihan)

Si parla di «tentato attacco terroristico»; lo ha confermato ieri in conferenza stampa il sindaco Bill De Blasio. Un progetto diverso, probabilmente, quello nella mente di Ullah, che avrebbe potuto avere conseguenze devastanti; basti pensare a Port Authority stessa, un luogo di snodo, il terminal di pullman più grande degli Stati Uniti, o a ciò che poteva accadere se l’esplosione fosse avvenuta appena più in là, nei pressi di Times Square, lì dove si incrociano più di 10 linee della metropolitana.

Noi ne abbiamo parlato con Luca Marfé, giornalista professionista che vive a New York, a pochi isolati dal luogo dell’attentato, contributor tra gli altri per ‘Vanity Fair‘, ‘Il Mattino di Napoli’ e ‘La Repubblica’.

Lei è stato se non il primo, uno tra i primi italiani a giungere sul posto come abbiamo visto dal suo servizio su ‘Il Mattino di Napoli’. Ci racconta nei dettagli cosa ha vissuto ieri la città?

Un risveglio apocalittico, nonostante la città sia in qualche modo abituata a convivere con scossoni del genere; è piuttosto recente, infatti, l’altro attentato di Tribeca di poche settimane fa. Ovviamente, con questo susseguirsi di cose, la tensione si fa sentire ancora di più. La sensazione è un po’ quella che non si riesca ad arginare il fenomeno. Mi sono catapultato e sono arrivato lì a piedi perché non potevo fare altrimenti. E’ stato molto difficile avvicinarsi fisicamente al punto incriminato, poiché, la polizia, come fa ormai quando c’è un problema di questo tipo, ha perimetrato un’area molto vasta. Sono tante le strade e le avenue coinvolte in operazioni di sicurezza. I dettagli ormai si conoscono tutti: lo scoppio è avvenuto nel sottopassaggio di Port Authority dove c’è il terminal degli autobus, fisicamente vicinissimo a Times Square, uno dei grandi punti di raccordo della città, una vera e propria icona. E’ come se l’intenzione fosse stata colpire nel cuore Manhattan e New York in generale. Tutto, poi, è avvenuto in un’ora critica, poco prima delle 8 del mattino, sotto il periodo di Natale tra le persone che si recavano in ufficio o a lavoro e le centinaia di migliaia di turisti in giro. Quella è una zona di passaggio, di grandi alberghi internazionali, una zona frequentata da chiunque. Per fortuna l’operazione non è riuscita, l’attentatore deve aver fallito in qualcosa e, di conseguenza, l’unico ad aver riportato delle ferite gravi è lui.

L’apparato emergenziale della città ha funzionato?

La sicurezza ha funzionato molto bene. Tra sirene, mezzi e uomini concentratisi subito attorno alla scena, si è materializzato più o meno dal nulla quello che io chiamo ‘esercito ombra’, ovvero, tutta una serie di mezzi assolutamente anonimi, macchine scure, furgoni, unità invisibili a degli occhi inesperti. Questo da la misura della sicurezza, dell’intelligence che lavora nell’ombra di questa città. Siamo abituati ad immaginare la sicurezza come il poliziotto in divisa ad ogni angolo di strada, ma, in realtà, il numero di agenti presenti sul territorio è esponenzialmente più vasto di quello che gli occhi raccontano. Proprio in queste circostanze ci si rende conto di quante persone siano a lavoro per la sicurezza di una città come New York. Nella conferenza stampa alla quale ho assistito, al di là dei complimenti a tutta la macchina della sicurezza della città, De Blasio ha detto una cosa molto bella: «Qui siamo di fronte ad una realtà duplice», ovvero, da un lato la realtà di Internet che consente purtroppo a chiunque di scaricare file, informazioni e di produrre artigianalmente un ordigno esplosivo, un ‘low tech device’; poi, però, c’è il contraltare di questa realtà e cioè New York stessa, una città che mette la propria sicurezza in primo piano. De Blasio ha evidenziato come questa città sia fatta di persone che si guardano le spalle le une con le altre, mettendo, in questa sorta di visione ideale, i cattivi da un lato e i buoni dall’altro. A New York è frequentissima la scritta ‘If you see something, say something’, cioè, ‘Se vedete qualcosa, dite qualcosa’, che fa capire bene questa maniera un po’ di auto proteggersi che appartiene alla città e ai cittadini stessi che tendono a segnalare alle autorità tutto ciò che può essere sospetto. Il problema vero di un discorso del genere, però, è che è impossibile blindare una città che non dorme mai, che funziona 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, con degli spazi enormi, con una popolazione che, più o meno, non ha eguali al mondo. E’ impensabile poter garantire tutto, la sicurezza delle persone e dei luoghi. L’hanno detto anche in conferenza stampa, non è realistico, si può fare uno sforzo colossale ma, ovviamente, non si può mettere al sicuro ogni centimetro della città. Questo lascia un po’ l’amarezza di poter arginare soltanto fino ad un certo punto quello che è accaduto, ma New York è una città che, purtroppo, deve convivere con questi aspetti, che è nel mirino di persone che cedono al canto delle sirene anti-americane sotto le bandiere dell’ISIS o di qualsiasi altra affiliazione distorta o distorcente della realtà politica internazionale.

Come ha reagito New York? E’ tornato tutto alla normalità?

Poco dopo, tutto stava già tornando alla normalità, ho visto gli agenti che stavano incominciando a smontare le transenne, a riaprire qualche scorcio di strada. La tendenza è sempre la stessa, cioè, quella di dire ‘non ci lasciamo condizionare, riprendiamo la nostra vita normale’. E’ quasi surreale lasciare una scena del genere, discostarsi di 2 o 3 strade e trovare una città che vive nella normalità più assoluta, trovare passanti che sorseggiano caffè, che vanno a lavoro, che fanno selfie e fotografie. Tutto questo che, da un lato ovviamente, fa ben sperare, crea delle atmosfere positive di una città che volta subito pagina e rinasce un attimo dopo, ma, dall’altro, forse c’è un desiderio di fondo di non voler guardare realtà così complesse, figuriamoci immaginarne poi un’eventuale soluzione. E’ l’atteggiamento di chi vuole girare subito il volto dall’altra parte senza troppo preoccuparsi delle dinamiche che muovono l’odio, un odio come questo. E’ bene che la città volti pagina e che non si faccia condizionare, ma non si può far finta che non sia successo nulla. Ci vorrebbe, forse, una riflessione più strutturata nel mezzo di questi due poli che sembrano quasi contrapposti, che sembrano quasi segnare due scene diverse.

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