venerdì, Febbraio 28

Patto Renzusconi che favorisce Grillo

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Prodi (proprio lui, il due volte vincitore di Berlusconi), oggi riconosce che il suo vecchio avversario ha il merito di aver colto che il futuro è nella direzione dell’Europa; che in direzione Bruxelles, bisogna guardare, e non cedere alle tentazioni di voltare le spalle e rifugiarsi in miopi tatticismi simil Brexit. «Berlusconi è un realista», dice Prodi, «si adatta agli avvenimenti, vede che sta prevalendo la necessitò di un ritorno alla costruzione europea e si comporta di conseguenza. In più, questa posizione gli serve per riaffermare il suo primato rispetto a una Lega sempre più anti-europea». Poi, una notazione di perfidia, nel perfetto stile prodiano: «Ha sempre creato eredi e poi li ha eliminati. Il primo vuole essere sempre lui».
Conviene prestare attenzione a ‘Il piano inclinato‘ di Prodi. A chi si rivolge? Ai suoi amici e sodali di un tempo? Sì, forse; anche se non si tratta di un libro-viaggio-di-Nonna-Speranza; non si coltiva memoria per conservare fatti che andrebbero smarriti, scoloriti dal tempo; e neppure si indulge nel tipico vizio dei ‘reduci’ che, ‘armati’ di esperienza (non importa qui, sia buona o cattiva) si sentono in dovere di tramandare consigli e ‘avvertimenti’. Prodi, inoltre, non aspira più a guidare brandelli di armate ormai imbolsite; la dice lunga il suo voler precisare che del PD non è più iscritto da tempo, semmai ‘vive’ in una tenda, in un limitrofo giardino. Magari l’ambizione, ora, è quella di esercitare una decisiva influenza, ma senza toccare palla direttamente. Ha 77 anni: età che consente riflessioni e ‘suggerimenti’ non più vincolati al contingente.
Parla sicuramente a un sedicente ‘nuovo’, ai molti che ruotano attorno al PD: «E’ l’unico partito che c’è. Ma il caso unico della partecipazione alle primarie non ha purtroppo riscontro nella vita quotidiana, nelle città, nelle periferie, dove il partito non c’è più. Le grandi trasformazioni non si fanno nei Consigli dei Ministri, per portarle avanti serve una grande forza popolare, il coinvolgimento della società che è un valore ancora più forte in un periodo in cui anche in Occidente va di moda la tentazione autoritaria, la simpatia per l’uomo forte».
Più prosaicamente: Prodi non si nasconde che il cosiddetto ‘nuovo’ è un qualcosa che sa di muffa, come e più del ‘vecchio’. In effetti le voracità antiche, gli appetiti quelli di sempre: banche, enti, poltrone… ‘Nuovi’ che a volte, spesso, per via dei loro arroganti pasticci, fanno rimpiangere i ‘vecchi’: che almeno un embrione di visione lo coltivavano e riuscivano a conciliare ‘essere’ con ‘avere’; non era il tempo di ‘twitto ergo sum’.
Fuor dal bla-bla spicciolo, e al netto di qualche pietruzza che Prodi si vuole levare dalla scarpa, la domanda resta tutta: dove vuole parare? La sua è cultura cattolica intrisa di Achille Ardigò; c’è sotto traccia l’influenza, si può dire?, giansenista, di un Beniamino Andreatta e della sua AREL; c’è un mondo cattolico che si snoda da Toniolo a Giuseppe Dossetti, La Pira… Ne ‘Il piano inclinatoProdi propone una politica fiscale che per scopo e obiettivo ha finanziare e potenziare lo stato sociale; lo definisce ‘riformismo forte‘. Si appoggia, è sorretto da un altrettanto robusto welfare. Un qualcosa, insomma, che si contrappone al ‘liquido’ di un Zygmunt Bauman quasi sempre citato a sproposito, o costruzioni ‘leggere’ per l’Italia, l’Europa, il mondo.
Di ‘left-lab’, di quella bizzarra idea che di volta in volta si vuole sia incarnata da Bill Clinton, da Tony Blair, da Barack Obama (ora parrebbe da Emanuel Macron), Prodi non sembra subisca particolare fascino. Li evoca, certo; li usa, alla bisogna. Ma è troppo astuto per farsi inchiodare a quei feticci. Può agitarli per una contingenza. Le sue stelle polari, però, sono a Berlino, a Washington, Mosca e Pechino. RicordaProdi, che le economie (e le comunità) dei nostri Paesi, la nostra società, sono stanche, sfibrate, sfiduciate, spompate nel senso letterale. Non va bene l’oggi‘; soprattutto  non andrà megliodomani‘: tutti gli indicatori, unanimi, pronosticano bufere e tempeste.
Ma per restare agli interrogativi dell’oggi che sarebbe bene trovassero embrioni di risposta: per esempio, l’ormai prossimi vertice di Taormina; sarà l’esordio di Donald Trump e di Macron, oltre che del padrone di casa Gentiloni: «Per fare cosa? Non c’è la Russia, non c’è la Cina, che sette ‘grandi’ sono? Si scambieranno opinioni, ci sarà un esame sui nuovi arrivati, Trump, Macron. Gli ultimi G7 e G8 sono stati incontri di autoconsolazione… Speriamo, ma solo speriamo, in qualcosa di meglio a Taormina». Bella domanda, vero?
Questa e altre domande e le relative risposta sono  -dovrebbero essere- la politica. Ma c’è qualcuno in Italia, che la sappia, la voglia, la possa fare? That’s all folks.

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