venerdì, Agosto 23

Patto commerciale Usa-Cina: una soluzione win-win?

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La scorsa settimana, il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno raggiunto un accordo volto a riorganizzare ed introdurre  nuove regole che disciplinino il commercio bilaterale. Gli osservatori e gli apparati dirigenziali delle grandi imprese di entrambi i Paesi coinvolti sono rimasti letteralmente stupefatti dalla rapidità con cui i due leader sono riusciti a trovare un’intesa che, secondo il segretario al Commercio Wilbur Ross, «porta le relazioni tra i due Paesi a un nuovo massimo, specialmente per quanto riguarda il commercio. Abbiamo così cominciato a raccogliere, di concerto con i cinesi, i primi risultati del piano d’azione da cento giorni dell’Us-China Comprehensive Economic Dialogue».

Si tratta di un risultato apparentemente sbalorditivo, se si pensa che l’attuale presidente Usa aveva condotto una campagna elettorale tutta incentrata sulla stigmatizzazione della Cina, accusata di manipolare deliberatamente la propria valuta ed esercitare una concorrenza sleale sui mercati mondiali. Non va però dimenticato che, una volta conquistata la Casa Bianca, Trump ha abbassato considerevolmente i toni della sua retorica anti-cinese, conformemente a quanto aveva previsto Henry Kissinger durante una sua visita in Cina a cavallo tra novembre e dicembre. Forse perché Trump era perfettamente consapevole che, se agitare lo spauracchio cinese si sarebbe rivelato molto utile in chiave elettorale, l’adozione di un approccio più conciliatorio una volta entrato in carica avrebbe agevolato il compito di intavolare trattative utili a mitigare il pesantissimo sbilanciamento nel commercio bilaterale tra i due Paesi – nel solo 2016, il deficit statunitense nei confronti della Cina è salito a quota 347 miliardi di dollari.

Xi Jinping si è impegnato ad aprire il mercato cinese alle società statunitensi che forniscono servizi finanziari, nonché a diverse merci made in Usa, tra le quali spiccano il gas naturale liquefatto, vari prodotti biotecnologici e hi-tech e, soprattutto, la carne di manzo, che Pechino aveva messo al bando nel 2003 senza mai prendere in seria discussione la possibilità di rimuovere tale divieto. Secondo le stime di Ross, l’ingresso nel mercato cinese si tradurrà in 2,5 miliardi di dollari di utili per l’industria statunitense della carne bovina, ed anche Craig Uden, presidente della National Cattleman’s Beef Assoaciation, ha condiviso queste rosee aspettative affermando che «è impossibile sovrastimare l’impatto benefico di questo accordo per gli allevatori statunitensi, e l’amministrazione Trump merita grandi elogi per aver reso possibile tutto ciò». La Cina, invece, ha ottenuto la facoltà di esportare negli Stati Uniti la propria carne di pollo cotta e di penetrare nel mercato bancario Usa attraverso i propri istituti di credito.

Le autorità statunitensi hanno immediatamente messo in chiaro che questo accordo rappresenta soltanto un primo passo in direzione di un’intesa più generale che garantisca vantaggi ad entrambi i Paesi, forse in risposta alle reazioni piuttosto fredde provenienti dal mondo della finanza. Arthur Kroeber, manager della società (basata a Pechino) Gavekal Dragonomics, ha evidenziato come la Cina si sia «limitata a poche concessioni di assai modesta portata in settori che negli Usa hanno però un elevato valore strategico, garantendo così a Trump notevoli benefici politici. Alla fine, l’impatto sul commercio bilaterale e sugli investimenti sarà minimo».

Molto rumore per nulla, dunque? Per rispondere a questa domanda è bene prendere in considerazioni ulteriori aspetti della vicenda. Xi Jinping era infatti stato ricevuto da Trump in Florida nei primi giorni di aprile, quando gli Usa lanciarono una salva di missili Tomahawk contro l’installazione siriana da cui ritenevano fosse partito il presunto attacco chimico attribuito alle forze di Bashar al-Assad. Diversi analisti interpretarono la mossa come un chiaro monito al mondo in generale e a Pechino e Mosca in particolare, finalizzato a render noto, a quanti ne dubitassero, che gli Stati Uniti rimangono un interlocutore obbligato per la risoluzione di qualsiasi problema di respiro internazionale. Non è improbabile che l’intento fosse proprio quello, anche alla luce del fatto che il tycoon newyorkese, con la sua mentalità di businessman, ama indiscutibilmente sedersi al tavolo negoziale da una posizione di forza tale da consentirgli di strappare le migliori concessioni possibili ai propri interlocutori. Compito non certo agevole, dal momento che attualmente è la Cina, con il suo colossale ‘One belt, one road‘, ad offrire le maggiori prospettive di crescita a tutti i Paesi asiatici ed europei. Conformemente a ciò, Pechino ha predisposto qualcosa come 130 miliardi di dollari da investire nei 65 Stati interessati dal progetto mirante a restaurare l’antica Via della Seta, dove fonti cinesi stimano che il denaro già profuso a questo scopo abbia già contribuito in maniera cruciale alla creazione di circa 180.000 posti di lavoro. Un numero destinato ad aumentare esponenzialmente quando la massa continentale eurasiatica sarà coperta da nuove ferrovie, reti stradali, porti, oleodotti, gasdotti, raffinerie e rigassificatori. Grazie a progetti come ‘One belt,one road‘ e alla sua estrema vivacità in ambito finanziario – si pensi all’Asian Infrastructure Investment Bank e al programma di ‘internazionalizzazione del renminbi’la Cina sta cercando di realizzare un blocco economico integrato da Vladivostok a Lisbona strutturato in maniera tale da garantire la prosperità sia dell’ex ‘Impero Celeste’ che di tutti gli altri Paesi coinvolti, legandoli a sé in maniera non troppo differente da quanto avevano fatto gli Stati Uniti al termine della Seconda Guerra Mondiale, con la creazione di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Gatt.

Trump, di converso, ha puntato tutto sull’anteporre gli interessi economici statunitensi, conformemente a un modello ‘neo-insularista’ rivolto al rilancio del sistema-Paese, da realizzare attraverso un progressivo disimpegno imperial-militare e l’introduzione di calibrate misure protezionistiche atte a valorizzare le potenzialità interne minacciate dalla concorrenza straniera e favorire il rimpatrio di milioni di posti di lavoro che erano stati trasferiti all’estero sull’onda della globalizzazione. Naturali corollari di ciò sono il ripudio degli accordi di libero scambio con Europa (Ttip) ed area del Pacifico (Tpp), il tentativo di ristrutturare il Nafta, la richiesta agli europei di contribuire in misura crescente alle spese per il mantenimento della Nato e la pretesa che Giappone e Corea del Sud paghino di più per la ‘protezione militare’ garantita dai contingenti Usa schierati nel loro territorio.

La Cina, in altre parole, offre a tutti i Paesi a cui si approccia investimenti, credito e infrastrutture, mentre gli Usa non sono nelle condizioni di garantire prospettive altrettanto lusinghiere ai propri interlocutori, alleati compresi. È possibile quindi che l’accordo rifletta il divario tra il Paese egemone ma soggetto a un evidente declino e la potenza nascente, non ancora in grado di competere con gli Usa in tutta una serie di settori ma capace come poche altre di sedurre le controparti e imporre il proprio soft power.

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