sabato, Dicembre 7

‘Passaporti d’oro’: la Commissione UE cerca le contromisure

0

La Commissione ha pubblicato lo scorso 23 gennaio un rapporto sulla cittadinanza degli investitori e sui regimi di residenza con cui fare luce sulla compravendita di passaporti d’oro all’interno dell’Unione europea e istruire il lavoro di un comitato intergovernativo di esperti incaricato di elaborare una proposta di intervento contro quella che rappresenta una tra le più pericolose falle nel sistema di contrasto dei paradisi fiscali e del riciclaggio di denaro in Europa. Assenza di trasparenza nelle procedure previste a livello nazionale, discrezionalità nell’applicazione delle stesse e assenza di cooperazione fra gli Stati membri e le istituzioni europee vengono identificati nel rapporto come fattori decisivi nell’amplificare i rischi per il potenziale ingresso in Europa di capitali e guadagni illeciti da parte di grandi evasori e della criminalità organizzata da Paesi terzi. Come ha dichiarato la commissaria europea per la giustizia e i diritti dei consumatori, Věra Jourová: “Diventare cittadino di uno degli Stati Membri significa anche diventare un cittadino europeo con tutti i diritti annessi, incluso il libero movimento e accesso al mercato interno. Le persone che ottengono la cittadinanza nell’UE devono avere una reale connessione con il relativo Stato membro. Vogliamo più trasparenza sulle modalità con cui viene concessa la cittadinanza, unitamente a una maggiore cooperazione fra gli Stati membri. Non vi devono essere punti deboli nell’Unione europea, grazie a cui le persone possano optare per i regimi di permessi più indulgenti”.

La denuncia della Commissione si rivolge in particolare a tre Stati membri – la Bulgaria, Cipro e Malta i cui regimi dei permessi di residenza e cittadinanza per gli investitori sarebbero al di sotto di standard di trasparenza e sicurezza accettabili, non prevedendo ad esempio alcun obbligo di residenza fisica né alcun effettivo collegamento con il Paese di destinazione per i soggetti richiedenti. Simili modalità facilitate di acquisizione della cittadinanza e della residenza sarebbero così garantite in cambio dell’ingresso di investimenti e flussi di denaro all’interno del territorio nazionale dello Stato UE e dell’intera area Schengen: con l’inclusione quindi di paradisi fiscali interni allo spazio europeo, come la stessa Malta, la Svizzera, il Lussemburgo, Gibilterra, l’isola di Jersey e gli altri Paesi individuati dalla lista nera stilata da Oxfam. Uno scambio perfettamente legale nel quadro delle normative nazionali ed europee attuali che – come osserva la Commissione – in assenza di un sistema europeo di controllo può favorire la corruzione, il riciclaggio di denaro, insieme alla fuga e sparizione di capitali dalla tassazione prevista in Paesi terzi.

Lo studio si concentra quindi sulle ‘zone grigie’ presenti in particolare in Bulgaria, a Cipro e a Malta che hanno introdotto, rispettivamente nel 2005, 2007 e 2013, tali procedure semplificate di ‘naturalizzazione’ degli investitori stranieri in modo da attrarne i capitali. I tre Paesi vincolano il rilascio dei permessi di cittadinanza e residenza a investimenti che raggiungano determinate soglie (superiori a un milione di euro) e a condizione che gli investitori versino delle quote nelle casse statali (nel caso di Malta) o che abbiano proprietà nei rispettivi territori nazionali, senza alcun obbligo di residenza effettiva. Relativamente al contrasto del riciclaggio di denaro, le normative nazionali ed europee – inclusa la direttiva europea del 2015 – presentano ancora possibili vuoti normativi in grado di favorirne l’aggiramento, come l’assenza di obblighi per i soggetti incaricati nel controllo dell’origine degli investimenti di comunicare ai governi degli Stati membri i risultati delle loro verifiche. Se nei Paesi sotto la lente di ingrandimento sono stati riscontrati meccanismi di coordinamento e comunicazione fra i soggetti coinvolti, conformemente alla direttiva europea, le procedure in oggetto sono in gran parte sotto il controllo di fatto delle banche private (come a Cipro) o basate sull’auto-dichiarazione della provenienza dei fondi da parte degli stessi investitori (come in Bulgaria). I buchi normativi della direttiva anti-riciclaggio europeo non investono solo i tre Paesi su cui si concentra maggiormente la Commissione: il rapporto evidenzia allo stesso modo l’assenza di sistemi di controllo dei pagamenti effettuati nel territorio nazionale da parte di investitori coinvolge appieno Stati come il Portogallo, la Croazia e l’Ungheria. Allo stesso modo gli stessi strumenti e procedure di controllo appaiono estremamente diversificate: in alcuni Paesi i soggetti incaricati di effettuare le verifiche previste sono autorità pubbliche, in altri agenzie private composte da professionisti indipendenti e studi legali; alcuni Stati prevedono la validazione di complesse documentazioni relative agli investimenti effettuati e alla loro origine, mentre in molti casi sono sufficienti dichiarazioni sommarie.

Altro punto debole legato al traffico dei passaporti d’oro è quello dell’evasione e del contrasto ai paradisi fiscali, settori su cui l’Unione sconta tutt’ora una sostanziale debolezza per vie delle sue competenze limitate in tale ambito unitamente a una sostanziale assenza di volontà politica da parte di quegli Stati membri che più traggono vantaggio dall’introdurre sistemi fiscali agevolati o a ridurre al minimo i controlli. I criteri adottati per concedere la residenza fiscale anche qui variano enormemente, essendo legati alla sola cittadinanza, alla residenza o al possesso di proprietà mobili e immobili, consentendo ampiamente l’appartenenza di un singolo a più regimi nazionali di tassazione. In questo modo, ad esempio, se l’investitore invia la documentazione relativa ai suoi redditi e investimenti allo Stato dove ha acquisito un ‘passaporto d’oro’, senza avere una residenza fisica e tassazioni sul reddito, questi potrà sottrarsi alla tassazione previste dal suo Stato di origine, dove è collocata la sua ‘effettiva’ residenza fiscale.

Questi sono solo alcuni dei rischi che dal 2014 il Tax Justice Network (TJN), la più grande rete internazionale di organizzazioni che si battono per mettere fine ai paradisi fiscali e al segreto bancario, denuncia all’OCSE e alle istituzioni europee. A seguito dell’istituzione, lo scorso febbraio 2018, della consultazione OCSE sul commercio di passaporti d’oro, il TJN ha pubblicato una lista delle 56 giurisdizioni coinvolte in queste operazioni, elaborata a partire dai risultati del Financial Secrecy Index. In un recente rapporto la stessa organizzazione illustra nel dettaglio le pratiche adottate dagli Stati coinvolti nella vendita di passaporti d’oro e dall’industria bancaria internazionale ed europea per far sfuggire i grandi patrimoni ed investimenti alla tassazione. In breve la residenza o cittadinanza ottenuta in questi Paesi viene fornite come prova alle banche per dimostrare la residenza fiscale dell’investitore nel paradiso fiscale, mentre in realtà questi si trova a migliaia di chilometri di distanza. Le banche a questo punto registrano l’informazione allo stesso paradiso fiscale che ha venduta la cittadinanza o residenza, o addirittura riportano solo informazioni parziali, aggirando gli standard di registrazione comuni dell’OCSE per lo scambio automatico di informazioni. Come il TJN denuncia nel suo studio Bilateral Financial Secrecy Index policy paper, simili passaporti “creano rischi particolarmente alti per le entrate fiscali europee se associate con sistemi di tassazioni di favore e particolarmente bassi in quelle giurisdizioni che prevedono tali regimi, come nel caso di Cipro, dell’Irlanda, di Malta nel caso di  Stati UE […] Questa combinazione di regole di favore induce soggetti facoltosi da dentro e fuori la UE a ottenere residenze fittizie in simili giurisdizioni, mentre gli stessi continuano a risiedere, vivere e lavorare nella loro effettiva giurisdizione di residenza”.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore