lunedì, Settembre 23

Passaggio di consegne in Africa Orientale field_506ffb1d3dbe2

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guerra sudan

Kigali – Oggi nella capitale dell’Angola, Luanda, è avvenuto il passaggio di consegne della leadership della Conferenza Internazionale della Regione dei Grandi Laghi (ICGLR) tra il Presidente ugandese Yoweri Museveni e il Presidente angolano José Eduardo Dos Santos. Il passaggio di consegne è stato effettuato durante il Quinto Summit dei Capi di Stato regionali, incentrato sulla promozione della pace, sicurezza, stabilità e sviluppo nella Regione dei Grandi Laghi. L’incontro è stato dominato dalle due simultanee crisi, Repubblica Centroafricana e Sud Sudan (quest’ultimo divenuto membro della ICGLR nel novembre 2012) e sulla instabilità nella Repubblica Democratica del Congo.

L’Uganda registra la presenza militare in due dei tre Paesi oggetto del Summit, Centroafrica e Sud Sudan. Nella Repubblica Centroafricana (RCA) l’Esercito ugandese (UPDF) ha una forza di 4.000 uomini operanti all’interno della missione congiunta con il Sud Sudan e il Congo finanziata dalle Nazioni Unite e coordinata da esperti militari americani, contro il gruppo ribelle ugandese Lord Resistence Army, guidato da Joseph Kony. I dissidi con Kinshasa dovuti dalla ribellione Banyarwanda del M23 e il caos che regna a Juba, rendono l’Uganda l’unico attore di questa forza congiunta all’interno della RCA, sconvolta dalle pulizie etniche contro la comunità musulmana ad opera delle milizie cristiane e gestita dal Governo provvisorio fantasma, nominato sabato 11 gennaio dopo l’annuncio del venerdì precedente delle dimissioni del Presidente ad interim Michel Djotodia. Di fatto il Paese è sotto tutela francese, responsabile di un’inspiegabile passività del suo contingente militare (1.600 uomini) dinnanzi alle pulizie etniche contro la comunità musulmana autoctona e quelle straniere del Ciad, Senegal e Mali attuate dalla milizie cristiane.

Nel Sud Sudan, l’Uganda il 20 dicembre scorso ha inviato un numero imprecisato di soldati tra cui la Guardia Presidenziale e i Reparti Speciali comandanti dal figlio del Presidente il Brigadiere Generale Muhoozi Kainerugaba sotto richiesta delle Nazioni Unite con il compito di proteggere l’evacuazione degli espatriati presenti nel Paese e mediare tra le due fazioni belligeranti del Presidente Salva Kiir e del ex Vice Presidente Riek Machar. Fin dall’inizio della crisi, l’Uganda ha assunto un atteggiamento non neutrale, prendendo le parti prima di Riek Machar e successivamente del Presidente Kiir. Gli interessi ugandesi in Sud Sudan si concentrano attorno alla produzione petrolifera. Secondo accordi presi tra i due Paesi nel novembre 2013, il greggio sud sudanese dovrebbe transitare in territorio ugandese, dove sarà in parte raffinato presso la città petrolifera di Hoima per essere rivenduto nella regione e in parte convogliato al porto di Lamu, in Kenya, tramite un oleodotto di imminente costruzione.

Il Sud Sudan, a partire dal 2010, è stato il motore del secondo boom economico ugandese che ha permesso di sviluppare varie città all’interno del Paese. Il primo boom economico (1998 – 2004) è stato reso possibile grazie alla guerra nel Congo e alla rapina delle risorse naturali all’est del vicino Paese. Oltre un milione e mezzo di ugandesi lavorano in Sud Sudan: 5.000 direttamente impiegati dal Governo, 3.000 dalle Agenzie umanitarie ONU e ONG internazionali e la maggioranza nel settore privato e nel piccolo commercio. L’Uganda, oltre al petrolio, è stato il primo beneficiario della ricostruzione della capitale Juba, attraverso le sue ditte che detengono il monopolio edilizio.

Il repentino cambiamento di campo effettuato dal Presidente Museveni sarebbe dovuto da errori strategici compiuti da Riek Machar primo tra tutti l’alleanza fatta con il Sudan. Secondo indiscrezioni diplomatiche, il cambiamento di alleanze è stato determinato anche dalla non chiara politica della ribellione sulla produzione petrolifera. Nel timore che un Machar vittorioso possa non rispettare gli accordi presi continuando a favorire il Sudan, l’Uganda avrebbe preferito appoggiare il Presidente Salva Kiir, nonostante i profondi disaccordi che si sono verificati tra i due Paesi a partire dal 2012. Una ipotesi plausibile. La sopravvivenza del Governo di Salva Kiir è dovuta all’appoggio militare ugandese. I recenti successi militari, compresa la riconquista della capitale dello Stato petrolifero di Unity, Bentiu, sono dovuti dall’appoggio dell’Esercito ugandese che, tra sabato 4 e domenica 5 gennaio ha respinto un’offensiva ribelle su Juba. Avendo reso sicuro il corridoio stradale dell’autostrada A43 Nimule-Juba, all’inizio di gennaio tre divisioni di fanteria, due corazzate e cento pezzi di artiglieria pesante, hanno oltrepassato la frontiera Sud Sudanese per congiungersi ai reparti ugandesi già presenti presso la base di Yambio e quelli nella capitale al fine di stabilizzare Juba e coordinare assieme alla parte dell’Esercito del SPLM rimasto fedele al Presidente Salva Kiir un’offensiva contro i ribelli. Se il Governo di Salva Kiir riuscirà a sopravvivere alla guerra etnica in atto lo dovrà esclusivamente all’intervento militare ugandese, rendendolo così politicamente ostaggio di Kampala. 

L’intervento del UPDF in Sud Sudan ha causato un acceso dibattito parlamentare il 14 gennaio scorso. Il Presidente del Parlamento, Rebecca Kadaga, ha accusato il Presidente Museveni di aver commesso un atto incostituzionale inviando le truppe in Sud Sudan senza la discussione e l’approvazione del Parlamento. Accusa rigettata dal Primo Ministro, Amami Mbabaza, e dallo stesso Presidente Museveni. Entrambi affermano che avendo ricevuto mandato dalle Nazioni Unite non era necessaria l’approvazione parlamentare. Questi dibattito, assieme a quello dell’approvazione della legge anti-gay, rientra nella serrata lotta per il potere tra il Presidente Museveni e Rebecca Kadaga.

Il passaggio alla guida della ICGLR all’Angola sembra destinato a modificare la politica tenuta da questo organismo regionale nel 2013, sotto la presidenza dell’Uganda. Secondo il politologo ugandese dell’Università di Makerere Gilbert Khadiagala, esperto in questioni della Regione dei Grandi Laghi, la presidenza dell’Angola sarà di minor spessore rispetto a quella ugandese, rischiando di porsi all’ombra delle esigenze geo-strategiche del Sudafrica e dalla Comunità per lo Sviluppo dell’Africa del Sud (SADC).

Durante la crisi congolese del 2012 – 2013, Pretoria ha evidenziato la volontà di espandere la sua influenza politica ed economica nella Repubblica Democratica del Congo creando forti tensioni tra le due comunità economiche: SADC, dominata dal Sud Africa,  e la East African Community, dominata da Rwanda e Uganda, entrambi Paesi attivamente implicati nel conflitto congolese. In previsione di un controllo indiretto del Sudafrica sulla ICGLR, nel novembre 2013,  il Presidente Museveni ha stretto un’alleanza di intenti geo-strategici con il Presidente Jacob Zuma, che in pratica prevedono un equa spartizione delle risorse naturali all’est del Congo. Un’alleanza che si contrappone ai piani di destabilizzazione regionali attuati dalla cellula africana della France-Afrique.

L’influenza sudafricana sulla Conferenza Internazionale della Regione dei Grandi Laghi potrebbe risultarsi dannosa per i piani di egemonia regionale dell’Eliseo che sta utilizzando la Tanzania, membro fondatore della East African Community, per organizzare il gruppo terroristico ruandese Force Democratique de Liberation du Rwanda (FDLR) per l’invasione del Rwanda, al fine di attuare un drastico cambiamento di regime. Il primo tentativo, l’Operazione Abacunguzi, fu sventato nel settembre 2013. La Tanzania viene inoltre utilizzata per rendere più fragile il processo di unione politica ed economica della East African Community, già in fase avanzata.

Il Sudafrica potrebbe spingere l’Angola a pretendere la neutralizzazione del gruppo terroristico ruandese FDLR, così come è stato teoricamente fatto per la ribellione del M23. Il movimento Banyarwanda in realtà ricevette l’ordine da Kampala di abbandonare i territori occupati all’est ritirandosi in Uganda. Dopo la firma degli accordi di pace di Nairobi, avvenuta il 12 dicembre 2013, la ribellione è stata trasformata in un ‘sleeping agent’, cioè in una forza al momento congelata ma con la capacità militare offensiva intatta e presente sia in Uganda che all’est del Congo.

La neutralizzazione del FDLR pone un serio problema internazionale e si scontrerebbe direttamente con le priorità della Francia che attualmente controlla la missione di pace ONU in Congo, MONUSCO, che fino ad ora ha accuratamente evitato scontri diretti contro questo gruppo terroristico ed iniziato una accurata operazione di disinformazione tesa a diminuire l’importanza e la pericolosità del FDLR. Attualmente i terroristi ruandesi possono contare su circa 12.000 uomini, anche se la maggioranza di essi é composta da elementi recentemente reclutati senza esperienza di combattimento. Cifra smentita dai responsabili della MONUSCO, che valutano la forza combattente attorno ai 3.000 uomini. Nel rapporto recentemente pubblicato sulla alleanza del FDRL con l’Esercito regolare congolese e la Brigata d’Intervento africana (composta da truppe del Malawi, Tanzania e Sud Africa) la MONUSCO è stata costretta ad ammettere l’esistenza di questa alleanza mentendo, però, sul ruolo che hanno avuto i terroristi ruandesi durante il conflitto contro il M23. Secondo il rapporto, il ruolo è stato marginale e sporadico.

Affermazione vivamente contraddetta da numerose testimonianze da parte congolese, ruandese, ugandese e da alcuni diplomatici europei che si sono espressi a titolo personale. La FDLR ha ricoperto un ruolo principale nelle operazioni militari contro la ribellione del M23. Le sue forze sono state impiegate in prima linea. L’Esercito regolare congolese e la brigata africana intervenivano solo a conquista del territorio effettuata o per contenere eventuali sconfitte e contro offensive ribelli. La collaborazione della FDLR con Kinshasa e la MONUSCO ha determinato spiacevoli effetti collaterali: decine di violazioni dei diritti umani, stupri, violenze e pulizie etniche localizzate ai danni della popolazione congolese all’est del Paese, sopratutto di origine tutsi. Tutt’ora la FDLR mantiene il controllo dei territori all’est del Paese, continuando il lucroso business del commercio illegale di minerali preziosi in associazione con la Famiglia Kabila e multinazionali franco-belghe.

L’annientamento di questa forza negativa sembra essere considerata da Pretoria come una condizione necessaria per evitare una guerra regionale. Il Sudafrica e l’Angola non hanno alcuna intenzione di impegnarsi in una lunga guerra contro gli eserciti ruandese e ugandese, nonostante gli interessi che entrambi hanno in Congo. Preferibile un accordo di equa spartizione delle risorse naturali.

Per quanto riguarda la Repubblica Centroafricana il ruolo della Francia è ormai evidente, anche se  l’Eliseo al momento riesce a nasconderlo agli occhi indiscreti dei media nazionali ed occidentali in generale. La Repubblica Centroafricana è di fatto sotto tutela francese. Ancora più drammatico è stato il ruolo passivo attuato dalle forze francesi dinnanzi alla orribile pulizia etnica attuata dalle milizie cristiane contro le comunità autoctone e straniere di mussulmani che rasentano il genocidio. La ICGLR, in coordinamento con l’Unione Africana, la East African Community e gli Stati Uniti potrebbe decidere di  controbilanciare lo strapotere della Francia nel Paese africano considerato strategico sia a livello militare che economico.

Il Rwanda ha reso noto la decisione di inviare 800 soldati nella Repubblica Centrafricana in sostegno alle truppe africane già presenti con mandato ONU. L’intenzione iniziale di inviare 2.000 soldati è stata evidentemente rivista, forse a causa di considerazioni di sicurezza nazionali dopo l’assassinio del ex Direttore dei servizi segreti Patrick Karegeya e la falsa notizia della morte del Presidente Paul Kagame con deliberata intenzione di creare panico e caos nel Paese, sono i segnali più evidenti.

Gli 800 soldati ruandesi si aggiungono ai 4.000 soldati ugandesi che di fatto occupano una parte del Paese e ai 30 consiglieri americani a loro affiancati. Un deterrente militare considerevole che può frenare le ambizioni francesi in Centroafrica a cui si aggiunge l’incognita dei 850 soldati ciadiani attivi nella forza africana. NDjamena e Parigi stanno attraversando l’ennesima crisi diplomatica sotterranea a causa della morte dei soldati ciadiani massacrati dalle milizie cristiane senza che il contingente francese intervenisse.

Nel tentativo di compensare la presenza dei soldati ruandesi, la Francia ha obbligato il Governo di Joseph Kabila ad inviare 850 soldati scelti tra le forze d’élite. Non ritenendoli sufficienti, l’Eliseo sta studiando il metodo migliore per aumentare la presenza del suo contingente dagli attuali 1.600 soldati a 5.000 senza innervosire l’opinione pubblica nazionale. Il Generale Vincent Desproges ex direttore della Scuola Militare di Guerra Francese e lo storico militare Michael Goya, consulente dell’Esercito francese, hanno già iniziato una campagna propagandistica in Francia per convincere l’opinione pubblica che l’attuale contingente è insufficiente per ristabilire la pace e l’ordine nel Paese africano.

A complicare lo scenario centroafricano è la rinomata amicizia e convergenza di interessi tra l’ex Presidente Francois Bozizé e Pretoria, nata quando nel 2010 uscì dalla zona di influenza francofona, causa principale dell’appoggio francese alla ribellione Séléka che attualmente sta combattendo. L’appoggio di Bozizé fu determinante per l’elezione alla Presidenza dell’Unione Africana del ex Ministro sudafricano degli Affari Esteri Nkosazana Dlamini-Zuma bloccando il tentativo della Francia di far rieleggere il gabonese Jean Ping che durante il suo mandato presso l’Unione Africana ha svolto il ruolo di pedina della France-Afrique.

La ICGLR potrebbe anche tentare di ristabilire l’autonomia di comando della forza africana con mandato ONU attualmente sotto il pieno controllo del contingente francese. Un obiettivo difficile da raggiungere, visto che la Francia ha sapientemente lavorato presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché la forza africana sia composta da Paesi africani satelliti: Burundi, Cameroon, Congo-Brazzaville, Congo-Kinshasa, Gabon e Guinea Equatoriale.

I primi risultati del tentativo di riequilibrare le forze sul terreno da parte della ICGLR e dell’asse Kampala-Pretoria, sembra raggiunto. La Francia, dopo aver costretto il Presidente ad Interim Djotodia alle dimissioni, ha accennato alla necessità di disarmare le milizie cristiane dopo quasi tre mesi di pulizia etnica indisturbata. “Una promessa tutta da verificare. Le milizie cristiane sono state sostenute direttamente dalla Francia che le ha utilizzate come forma di pressione per abbattere il Governo ad Interim e indebolire militarmente le forze della Séléka, al fine di limitare le perdite dei suoi soldati che si sarebbero inevitabilmente verificate in uno scontro diretto contro la Séléka. Queste milizie potrebbero ritornare utili se qualcosa nella Repubblica Centroafricana non va secondo i piani francesi. Il disarmo se effettuato solo dalla Francia e dai suoi paesi satelliti, può correre il rischio di essere solo di facciata”, commenta il Professor Gilbert Khadiagala.

 

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