mercoledì, Agosto 5

Passaggio a Nord-Est, gli affari sulla nuova rotta dell’Artico Northern Sea Route (NSR) ha il potenziale per ridurre la distanza tra l’Europa e l’Asia fino al 40% rispetto al percorso lungo il Canale di Suez

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Il cambiamento climatico ed il riscaldamento globale hanno creato i presupposti perché si sviluppino nuove rotte navali nel Mar Glaciale Artico.  Con questi cambiamenti, causati dall’aumento della temperatura globale, si sono aperte rotte di navigazione precedentemente inaccessibili e si è resa possibile l’estrazione di grandi riserve naturali di combustibili fossili.

Come riporta il NSDIC (National Snow & Data Ice Center), il 17 settembre, nell’ultimo rilevamento satellitare, l’estensione del ghiaccio marino artico si è attestata a 4,60 milioni di chilometri quadrati. Si tratta di 1,69 milioni di chilometri quadrati al di sotto della media di lungo periodo dal 1981 al 2010 per questo giorno dell’anno, ma 1,21 milioni di chilometri quadrati sopra il minimo storico, sempre questo giorno, stabilito nel 2012. 

Secondo la maggior parte delle stime, il ghiaccio artico dovrebbe completamente sciogliersi tra il 2030 ed il 2040, anche perché insiste nell’area quell’effetto che viene comunemente chiamato ‘amplificazione artica’. Con l’aumento della temperatura e lo scioglimento del ghiaccio e della neve vengono scoperte maggiori porzioni di superficie, che hanno di conseguenza una minore albedo, cioè la capacità di riflettere la radiazione solare. Nell’Artico il fenomeno è amplificato poiché la zona artica è più sensibile di quella antartica al riscaldamento globale essendo più calda e presentando temperature vicine a quella di fusione, e, quindi, vi è una velocizzazione nel processo di scioglimento dei ghiacciai.

ELOKA è un’organizzazione che promuove la collaborazione tra esperti, residenti dell’area artica e ricercatori per facilitare la raccolta, la conservazione, lo scambio e l’uso delle osservazioni locali e della conoscenza indigena dell’Artico. Per capire quanto è effettivamente tangibile lo scioglimento artico l’organizzazione si è avvalsa di importanti interviste ai cacciatori di Sanikiluaq – un insediamento Inuit che si trova sulle Isole Blecher (Canada) – che tradizionalmente basano il loro sostentamento sulla caccia a foche, o balene, attraversando i banchi di ghiaccio. I cacciatori stanno  riscontrando varie problematiche che si ripercuotono, poi, nella loro attività quotidiane, che possono essere anche di natura commerciale. «Il ghiaccio non è ghiacciato come prima», «non possiamo viaggiare più a nord ora, come facevamo prima», «il tempo non rimane più abbastanza freddo per tutto l’inverno perché il ghiaccio si congeli», «quando il ghiaccio del mare ghiacciava era nero fino a quando non invecchiava, ma ora il ghiaccio si blocca apparendo bianco, ma molto sottile, perché l’acqua salata non è fredda come una volta»,  sono solo alcune delle dichiarazioni rilasciate dai cacciatori Inuit. Tali testimonianze sono fondamentali per capire anche come il riscaldamento globale e il conseguente scioglimento dei ghiacciai stanno influenzando il modo di vivere e le pratiche quotidiane delle comunità artiche, oltre a dare un prezioso contribuito alla ricerca scientifica sul valore effettivo del ghiaccio marino artico.

Lo scioglimento dell’artico è dunque una questione imminente, non solo per le popolazione autoctone, ma anche per chi è interessato all’apertura di una nuova rotta marittima per ragioni puramente economico-commerciali.

Qualche giorno fa, la nave danese Venta Maersk – proprietà della Maersk Line, la più grande compagnia di spedizioni di container al mondo – è stata la prima porta-container a navigare l’Oceano Artico. La Venta Maersk, infatti, è partita da Vladivostok  –una cittadina russa situata nel Mar del Giappone, vicino ai confini russi con Cina e Corea del Nord- carica di pesce russo e prodotti elettronici sudcoreani, e con l’aiuto di un rompighiaccio nucleare, ha seguito la rotta del Mare del Nord attraverso lo Stretto di Bering, tra la Russia e l’Alaska, prima di viaggiare lungo la costa siberiana per poi solcare il Mar Baltico e giungere, quindi, a San Pietroburgo, tappa finale del lungo tragitto. La nave, durante il viaggio, ha anche raccolto dati in modo da ottenere informazioni utili sulla regione artica. Maersk ha sottolineato che tale viaggio, per ora, è stata solo una prova e come fatto notare da un portavoce della compagnia su ‘Reuters, «oggi, il passaggio è accessibile solo per circa tre mesi all’anno» e attualmente non vedono «la rotta del Mare del Nord come alternativa alle solite rotte».

I funzionari russi, però, si sono mostrati interessati alla rotta e hanno detto che, entro il 2020, con i nuovi rompighiaccio sarà possibile rendere navigabile il percorso tutto l’anno.

Sune Scheller, capo progetto di Greenpeace Nordic, ha dichiarato a ‘The Independent’ che, durante questo tipo di spedizioni, i problemi all’ambiente derivano dal tipo di carburante e «Maersk non ha parlato del tipo di carburante che sta usando, ma in generale le navi portacontainer usano petrolio pesante, che è sostanzialmente quello che rimane nel serbatoio». Tale petrolio, infatti, potrebbe rimanere sul ghiaccio e sulla neve, andando ad influenzare la loro capacità di riflettere la luce e, dunque, insistere sugli effetti del cambiamento climatico e velocizzare il processo di scioglimento dei ghiacciai. Ma data l’impossibilità di fermare il riscaldamento globale sempre crescente, sarebbe improbabile pensare di stoppare completamente il traffico di navi nella nuova rotta che verrà a crearsi,  perciò «l’importante ora è assicurarsi che, quando questa sarà disponibile, si abbia la necessaria regolamentazione in atto nell’area», ha concluso Scheller.

Come riporta uno studio della CBS (Copenhagen Business School), dal titolo Arctic shipping: commercial opportunities and challenges, la Northern Sea Route (NSR) ha il potenziale per ridurre la distanza tra l’Europa e l’Asia fino al 40% rispetto al percorso lungo il Canale di Suez (SCR), ed, inoltre, la NSR non si basa su un percorso specifico, ma dispone di un gran numero di passaggi lungo la regione artica russa e copre un vasto segmento del Mar Glaciale Artico.

L’area che ruota intorno al Mar Glaciale Artico è di grande interesse dal punto di vista geopolitico, dato che ci si affacciano tre continenti – America, Asia ed Europa – offre brevi rotte commerciali, o comunque più rapide di quelle offerte dal Canale di Suez, ed è ricca di giacimenti minerari, in particolare petrolio e gas, soprattutto di proprietà della Russia data la vasta estensione del suo territorio. Secondo le stime più recenti dell’USGS (United States Geological Surveys), l’Artico può contenere fino al 22% degli idrocarburi non scoperti nel mondo. Anche l’Italia ha i suoi interessi nell’area artica con la presenza di Eni, Finmeccanica e Finacantieri.

Nel saggio  ‘The Future of Arctic Shipping Business and the Positive Influence of the Polar Code’, redatto dagli studiosi Dalaklis Dimitrios, Evi Baxevani e Petros Siousiouras, si evince come la Russia abbia l’obiettivo di rendere attraenti i suoi territori settentrionali e abbia deciso di destinare maggiori fondi verso la regione artica per costruire porti, rompighiaccio, migliorare la sicurezza della navigazione e le connessioni con l’entroterra. I ritardi sono stati dovuti in parte alle condizioni attuali e, in parte, alle avversità economiche (crisi finanziaria globale, sanzioni imposte dall’Occidente) che testimoniano la complessità dello sviluppo artico.

Durante la conferenza stampa annuale dello scorso anno, il Presidente russo Vladimir Putin, – che non ha mai nascoste le sue mire sulla zona – rispose così ad una domanda sui progetti relativo all’Artico «la Russia dovrebbe espandersi verso l’Artico, abbiamo un intero programma per lo sviluppo dell’area. Ciò che è importante qui è lo sviluppo industriale, inclusa la produzione di minerali, tutti i tipi di merci», elencando poi tre punti principali. Il primo concernente le risorse minerali: «quel suolo contiene le nostre principali riserve minerali. Ma questo sviluppo delle risorse dovrebbe andare di pari passo con la cura per la natura, soddisfacendo tutti i requisiti relativi all’attività economica in questa regione molto sensibile». In secondo luogo bisogna «garantire la sicurezza, la sicurezza ambientale e la sicurezza militare in questa regione» e poi «essere consapevoli degli interessi delle popolazioni indigene del Nord». Lo stesso Putin era già intervenuto sull’argomento durante il Forum internazionale sull’Artico del marzo 2017.

Come riporta ‘TheDiplomat’, nel dicembre 2017, Novatek, una delle più grandi compagnie private di gas naturale della Russia, ha lanciato la produzione di gas liquefatto nell’impianto Yamal LNG, situato al di sopra del Circolo Polare Artico. Il progetto è stato sviluppato da JSC Yamal LNG, una joint venture tra la società russa Novatek (50,1%), la società francese Total (20%) e le cinesi China National Petroleum Corp. (20%) e Chinese Silk Road Fund (9,9%).

Accanto agli interessi russi vi sono, dunque, anche quelli cinesi. La stampa cinese, infatti, ha accolto favorevolmente questa operazione, affiancandola all’ambizioso progetto della BRI (Belt and Road Iniziative), la Nuova Via della Seta. Come espresso dal ‘Global Times’, in un editoriale del 22 settembre scorso, «il collegamento dell’iniziativa BRI  con le rotte di spedizione nell’Artico e il progetto NSR russo non è una nuova idea né per la Cina né per la Russia, ma gli sforzi in questa direzione si sono mossi lentamente per molte ragioni, inclusa la tecnologia ancora insufficiente».

La Cina non è stata ferma in questi anni,infatti, già nel 2013 la COSCO (China Ocean Shipping Company) aveva inviato una nave da carico per la navigazione commerciale dal porto di Dalian a Rotterdam.  Lo studioso Malte Humpert del The Arctic Institute, nel saggio ‘The Future of Arctic Shipping: A New Skill Road for China?’ – pur mostrandosi scettico –  riporta un recente studio condotto dall’Istituto di ricerca polare della Cina nel quale si conclude che la spedizione artica avrà un ruolo importante in reti commerciali per il futuro del Paese e indica che entro il 2020 tra il 5-15% del valore commerciale della Cina, circa 300-900.000.000.000 di dollari, potrebbe passare attraverso la regione artica.

Nel gennaio di quest’anno, il vice Ministro degli Esteri cinese, Kong Xuanyou, aveva presentato un documento intitolatoLa politica cinese artica’, in una conferenza stampa presso l’ufficio informazioni del Consiglio di Stato del Paese a Pechino. L’atto, volto ad offrire la visione della politica cinese sull’Artico, contiene cinque punti fondamentali: approfondire l’esplorazione e la comprensione dell’Artico; proteggere l’ambiente ecologico dell’Artico e affrontare i cambiamenti climatici; utilizzo delle risorse artiche in modo lecito e razionale; partecipare attivamente alla governance artica e alla cooperazione internazionale; promuovere la pace e la stabilità nell’Artico.

Come riporta il ‘The Economist’, il Presidente cinese Xi Jinping, già nel 2014 aveva rivelato di voler fare della Cina una «grande potenza polare», in linea con il suo ‘Sogno’.

Data l’enorme quantità di affari che potrebbero girare intorno all’Artico ed il crescente riscaldamento globale – per monitorarne gli effetti sull’area qualche giorno fa la Cina  ha posizionato una stazione senza equipaggio – che, con il ritiro dei ghiacciai, espone le terre allo sfruttamento massiccio, non è detto che Xi non ci riesca.

 

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