domenica, Marzo 24

Pasolini prima di diventare Pasolini

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Quanto c’è di sentimentale in Pasolini?

Esiste qualcuno che scrive poesia e che non ricade nella categoria ‘sentimentale’? Intendo dopo il 1815… Eppure questo termine è diventato quasi dispregiativo. ‘È troppo sentimentale’ detto di un film è quasi la stroncatura perfetta. Ma se non ti muove nulla, quindi non turba un sentimento, a cosa serve una narrazione o esperienza culturale? Quindi sì, per me Pasolini è un sentimentale, nel senso che tutto vuole muovere, che mai vuole lasciarti disteso a sonnecchiare. Vuole portarti nello spazio della sua inquietudine.
I suoi anni di formazione sono diventati un romanzo sentimentale attraverso le sue opere?

Per lui gli anni di formazione erano un’enciclopedia dell’esistenza, il luogo inaccessibile della felicità e della scoperta, il punto senza ritorno. Quindi ricorrendo continuamente ad essa, ne hanno costituito il cardine della poetica. Questo non è sempre visibile ad occhio nudo, ma lui l’ha sempre espresso. parlando per esempio di Edipo Re, ha più volte ribadito che era l’opera più autobiografica da lui realizzata, in cui voleva proiettare la psicanalisi sul mito. Ma questo ovviamente non in modo banalizzato: non si scoprono ‘dati’ della vita del regista dal film, ma si entra in modo prepotente nella sua foresta metaforica.

 

Quanta realtà ‘smitizzata’, come diceva Pasolini stesso, e quanta consegnata è presente nel racconto del suo libro?

Recuperare in immagini un mondo definitivamente perduto è una delle urgenze creative di Pasolini. La ‘Nuova Preistoria’ in cui viviamo, che era già quella del consumismo e che non è mutata se non negli oggetti, gli procurava un’estrema nostalgia della storia. Da questo punto di vista il lavoro di Gianluca, evocativo e poetico, mai descrittivo, è evidentemente dalla parte del mito, che racchiude e non spiega, e custodisce il proprio segreto mistico. La discorsività testuale anch’essa ammicca alla trama fonica di Pasolini, spesso estorcendogli le parole. Questo direi vale per tutto il libro, escluso il finale. Nelle ultime pagine, quelle di Guido, è invece la sua realtà, quella di uomo d’azione e non estetico, a prevalere. C’è stato volutamente un cambio di registro, legato alla necessità di fare cronaca. Per noi direi Pasolini è il poeta. In parole e visivo. Non il commentatore della quotidianità corsara. E spero che questo emerga dalla lettura del suo diario. Che per lui l’esperienza vitale era esperienza di poesia. Come per Rimbaud, a cui lo accostò Fortini.

 

Perché la vita acquista un senso ‘ambiguo’ in Pasolini?

Non credo che l’acquisti in Pasolini, credo che questo valga per tutti noi. La perdita di unitarietà dell’io, la sua inossidabile fluidità e opacità sono esito della psicanalisi, non di Pasolini. Lui, come noi, ne è figlio. Poi noi dobbiamo lottare anche con la fisica quantistica…

 

 

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