lunedì, Novembre 18

Parla Giancarlo Giorgetti, l’uomo dello spazio di Conte Possiamo vantare la presenza dell’intera filiera produttiva dello Spazio, con il supporto di un nuovo strumento legislativo si sono gettate le basi per competere con i nostri vicini europei e non solo

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Tra qualche rigo seguirà l’intervista esclusiva concessa a ‘L’Indro’ da Giancarlo Giorgetti, vicesegretario federale della Lega Nord, dal 1º giugno 2018 Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel Governo Conte; Presidente del Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio e alla ricerca aerospaziale.

Le attività inerenti l’esplorazione spaziale nascono in Italia circa dieci anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale. A differenza di quanto avvenuto in campo aeronautico, in cui lo sviluppo si dovè a una fioritura spontanea di piccole officine guidate da genialità e inventiva -ricordiamo tra tanti Gianni Caproni, Nicola Romeo, i fratelli Macchiil mondo dello Spazio fu per lungo tempo appannaggio esclusivo della ricerca universitaria che, indubbiamente, portò all’Italia risultati scientifici soddisfacenti, ma sul piano industriale conseguì riporti modesti; fino almeno a quando il pragmatismo e le intuizioni di una politica attenta compresero che non vi sarebbe stato alcuno sviluppo senza la solidificazione di un impianto istituzionale in grado di sostenerne la crescita e garantire la continuità necessaria ad assicurare un divenire credibile.

Ora lo Spazio, con le sue installazioni produttive e gli attori che vi concorrono, vive nel nostro Paese una capacità progettuale e sistemistica che sfiora i due miliardi di euro, che consente la partecipazione a programmi nazionali, ma anche alla presenza di creazioni con le più importanti agenzie spaziali e con le massime potenze mondiali del settore.

Nel 2005, l’azionista italiano della principale azienda manifatturiera costituì una joint venture a seguito di precise direttive della Commissione Europea, che ritenne di riposizionare la progettazione e la produzione spaziale su assali più compatti e tendenzialmente competitivi con i mercati di riferimento. Furono scelte importanti che hanno aperto una riconfigurazione alle governance e agli assetti industriali con equilibri impiantati prevalentemente su baricentri oltre confine.

L’11 gennaio 2018 una legge nazionale ha riordinato il settore che evidenzia aspettative e potenzialità. Il mese scorso l’Onorevole Giorgetti ha risposto all’audizione sullo Spazio alla X Commissione; così gli abbiamo rivolto alcune domande riguardanti le traiettorie politiche del settore.

 

 

Onorevole Giorgetti, da un anno è stata varata la legge n.7-2018 denominata Misure per il coordinamento della politica spaziale e aerospaziale e disposizioni concernenti l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia spaziale italiana. È indubbiamente un dispositivo di natura economica che sposta le attività dello Spazio in Italia da una posizione legata allo sviluppo scientifico di competenza dell’autorità del Ministero dell’Università e Ricerca, a un’attenzione più economica dell’intero settore. Però, a differenza degli altri Paesi dove esiste una legge analoga, gli investimenti in Italia sono ancora contenuti. Lei pensa che basti una legge per far decollare il settore spazio o ritiene che lo Stato debba essere disponibile a finanziare programmi che diano continuità?

La legge n.7-2018 si delinea come un buon inizio per rivedere in toto le future politiche per lo Spazio. L’Italia a livello non solo europeo, ma anche mondiale, si dimostra un partner d’eccellenza per le principali agenzie spaziali del mondo. Siamo uno dei pochi Paesi che può vantare la presenza dell’intera filiera produttiva dello Spazio -dall’elaborazione dati, ai lanciatori- sul suo territorio, oltre che il supporto di un comparto accademico scientifico d’eccellenza. 

Con suddette basi nazionali ed il supporto di un nuovo strumento legislativo, si sono gettate le basi per competere con i nostri vicini europei -e non solo- nel porci Paese leader del settore. Ovvio che una legge non può bastare, ma con il supporto industriale e scientifico ed un minimo aiuto pubblico, si identifica la giusta ricetta per il futuro. L’aiuto economico non deve, però, delinearsi, come spesso in passato, un semplice finanziamento a pioggia per il settore, ma deve essere un aiuto mirato e concreto a funzionare come miccia per l’esplosione del comparto sul mercato mondiale. Non si deve finanziare la semplice ricerca scientifica, ma fare le dovute valutazioni e premiare i progetti più concreti, e soprattutto le sinergie e le capacità di fare ‘sistema Paese’.

 

I soggetti industriali con interesse specifico allo Spazio oggi sono molti, in Italia. Almeno se paragonati alle Nazioni che rappresentano driver mondiali nel settore. La natura diversa delle varie realtà, che conta un totale di circa 6.000 addetti, fa fatica a comporre una filiera razionale e razionalmente remunerativa. Si sente l’esigenza di mettere ordine nel settore?

Riprendendo quanto anticipato prima, sicuramente sì. Bisogna essere capaci di mettere, anche in questo settore, da parte le proprie peculiarità e simpatie e saper fare sinergia. Il comparto negli ultimi anni, a livello globale, ha iniziato una sostanziale politica di riduzione dei costi. Mentre per anni lo spazio era il comparto dove non si guardava a spese per raggiungere l’obiettivo, e si trasferivano tecnologie ad altri settori, negli ultimi anni si è assistito ad una inversione di tendenza: oggi i budget per lo spazio vengono analizzati alla stregua di altri settori critici e si operano spesso politiche di tagli e risparmi. Anche il trasferimento tecnologico –con l’introduzione del concetto dei COTS (n.d.r.:il sottosegretario si riferisce a componenti hardware e software disponibili sul mercato per l’acquisto da parte di aziende di sviluppo interessate a utilizzarli nei loro progetti)– ha evidenziato una controtendenza al trasferimento tecnologico, con tecnologie avanzatissime provenienti da molteplici settori, poi trasferite allo spazio. Un mondo ed una economia globale hanno portato a maggiore competizione che corre a pari passo con una sempre più alta richiesta di riduzione dei costi. Questo porterà sempre più inesorabilmente lo spazio a diventare un mercato sempre meno pubblico e più privato, soggetto sempre più significativamente alle regole del mercato. Sinergie, regole chiare, riduzione degli sprechi sono e saranno sempre più parole chiave per il futuro.

Facciamo un salto in Europa. L’Agenzia Spaziale Europea governa in piena sostanza la politica spaziale, almeno nelle sue pieghe scientifiche. L’Italia ne è terzo contributore e fino a qualche anno fa ha contato ben tre titolari di direttorati. Ora ce n’è solo uno, mostrando l’estrema debolezza del nostro Paese e di conseguenza i programmi italiani sono schiacciati da quelli di altre realtà, come quella tedesca che conta presenze importanti nei piani di comando. In che modo si ritiene concretamente di rafforzare la componente italiana nella governance?

Con orgoglio non solo dico cosa penso, ma addirittura come Governo come già stiamo operando. L’Italia, ho già detto, è Nazione d’eccellenza nel comparto ed inoltre è un Paese che per lo Spazio ben contribuisce in ESA come in altre organizzazioni, ad esempio ITU (n.d.r.che è un’organizzazione internazionale che si occupa di definire gli standard nelle telecomunicazioni e nell’uso delle onde radio). È ora, dopo anni di non chiedere nulla di più di quello che ci spetta. Abbiamo già ottenuto, recentemente, da ESA chiare aperture per un secondo direttorato e per una nuova gara astronauti europei per ritornare a quota quattro astronauti italiani. Stiamo inoltre trattando un maggior peso in ESA anche in altre posizioni apicali (posizioni A5, A6, A7). Mi limito a questo per scaramanzia, appena avremo conferme, darò maggiori dettagli. Comunque su mandato del Governo, il commissario ASI, professor Piero Benvenuti è attivissimo sul tema.

Onorevole Giorgetti, qual è il futuro dello Spazio italiano, secondo lei? Nel 2005 sono avvenute le grandi trasformazioni industriali guidate dal Libro Bianco. Da quell’anno che ormai appare lontano si sono susseguiti molte compagini di Governo ma non è cambiato nulla in un’alleanza che spesso appare dimenticata dalle forze di Governo.

È presto per dare certezze, siamo operativi con il ComInt (nome che prende il Comitato Interministeriale ai sensi della legge n.7-2018) da pochi mesi, ma per noi questi anni saranno epocali per il futuro dei lanciatori. Le difficoltà future di Arianegroup ed invece la grande flessibilità di VEGA C e delle future versioni Light ci porteranno a posizioni apicali nel settore. Inoltre con questo Governo si è aperta una fase di ‘orgoglio nazionale’, fase che ci sta portando ad essere attori attivi nella ricerca di nuovi accordi con l’estero, non più in posizioni di sudditanza, ma almeno paritetiche ai futuri partner.

Lo Spazio è stato sempre considerato l’ancella povera dell’aerospazio. Almeno fino al varo della legge n.7 che potrebbe inquadrare il settore in una filiera autonoma. Sarebbe una traccia politica che già nei grandi leader mondiali funziona bene. Ora, nel settore spaziale ancora si vive uno stato di sottomissione, con rappresentanze e lobby da cui è difficile l’affrancamento ma che sono poco indicative dell’intero comparto. Pensa che l’autorevolezza del comitato di cui lei è presidente riesca a sganciare i due campi manifatturieri per render loro la opportuna autonomia?

Il mondo dell’aerospazio e dello spazio non sono più due mondi a sè; ormai con le nuove tecnologie (l’ipersonico ad esempio, o l’interconnesione spazio-aria-terra) il rapporto tra i due settori è diventato simbiotico. E questo per me non è un male, ma anzi è un buon motivo per iniziare a trattare i due settori alla pari, come un unico settore, dove sia l’aspetto aerospaziale che spaziale meritino lo stesso rispetto.

Si parla sempre più di space diplomacy. A guardarlo dall’esterno si tratta di un passaggio molto interessante per una disciplina che nasce nelle isole sperdute del Baltico, nei sotterranei delle università e nei laboratori nascosti dal mondo. Ora lo Spazio è diventato un elemento di pace e di dialogo tra popoli anche senza necessità di istituire particolari alleanze politiche. Con le proposte di collaborazioni spaziali si possono superare le logiche degli schieramenti e delle barriere dettate dai dicasteri militari. Il Governo in carica, forte della legge del 2018 incrementerà questo aspetto delle relazioni internazionali?

Il nostro è un Governo che difende e supporta le nostre ‘Forze Armate’, orgoglio nazionale, con personale altamente specializzato e focalizzato all’uso delle armi solo per fini ‘di aiuto del prossimo’ e non offensivo. Ma mai come in questo Governo è stato dato così spazio al concetto di dual use. Questo spingere verso il duale ed i rapporti pacifici sarà prerogativa continua del Governo, col fine di incrementare sempre di più i rapporti internazionali. La volontà verso questo incremento si è subito dimostrata con gli attuali Gruppi di Lavoro attivi verso Cina, Israele, USA, Argentina e Russia, oltre che la riapertura delle discussioni per l’accordo sullo Spazio con la Francia.

Lo Spazio è diventato un servizio per i cittadini, perché serve a migliorare la vita sulla Terra; può renderla più sicura, più piacevole, più moderna. La legge spaziale è un primo passo. Quali saranno i successivi?

Prendo lo spunto da COSMO SkyMed: abbiamo finanziato la nuova costellazione perché tecnologia essenziale per la sicurezza, ma adesso ci vuole non solo il satellite ed i relativi fondi, ma ci vuole la volontà ‘del fare’. Bisogna mappare le situazioni a rischio, darsi degli obiettivi ed assegnare le mansioni. Parto da COSMO, ma possiamo passare alle telecomunicazioni o alla geolocalizzazione. Abbiamo splendide tecnologie, ma spesso non comprendiamo come poterle realmente sfruttare appieno. Il passo successivo sarà perciò una rapidissima analisi delle tecnologie che abbiamo, che possiamo sviluppare e come e dove usarle. Non farlo sarebbe come avere una Ferrari solo per andare a fare la spesa in centro città. Capito cosa abbiamo e come usarlo appieno, comprenderne le ricadute economiche per il bene della popolazione e come poterci guadagnare per il Paese, vendendo queste tecnologie all’estero; ossia l’effettiva ricaduta economica di queste tecnologie.

 

Questa l’intervista dell’onorevole Giorgetti a ‘L’Indro’. Una visione lucida di un comparto importante e uno sguardo ottimista al futuro. Restano aperte ancora diverse questioni, che il Sottosegretario ha sfiorato nelle sue risposte: due tra tutte, il nuovo vertice che l’Agenzia Spaziale Italiana attende per riavviare l’iter dei contratti con le industrie e la rivisitazione della governance delle imprese che determinano l’esecuzione della politica spaziale del Paese. Sono passaggi di estremo interesse dal punto di vista economico e occupazionale, legati tra loro in intimo contatto: l’anno appena entrato sarà l’ago della bilancia a cui far riferimento per i prossimi programmi così come quelli in essere; la riunione ministeriale dell’ESA prevista in Spagna per la fine del 2019 si rappresenterà come una pietra angolare nella definizione degli accordi con la Commissione Europea per un ordinamento che sancirà nuovi ruoli e competenze ma che potrebbe anche raffigurare percorsi di competizione oltre che di cooperazione con gli Stati Uniti.
Nel 2020 l’Europa sbarcherà su Marte con una tecnologia italiana di livello molto alto, che meriterà la massima valorizzazione industriale e politica: ma le nuove offerte di lancio da parte di privati americani a costi decisamente più bassi e la possibilità dell’apertura di un’offerta di turismo spaziale -già oggi oltre lo stato embrionale- sono elementi che impongono la massima serietà nelle decisioni da prendere perché un modello di business che prevede il drastico abbattimento di prezzi rischia di stroncare l’economia frastagliata e disuguale che appartiene all’Europa e così pure occorre analizzare cosa ruota attorno all’ipotesi di arruolamento di un corpo di astronauti all’esterno dei programmi di addestramento dell’ESA. Semplicemente un afflato nazionalistico o il varo di nuove relazioni continentali?

Come osservatori, guarderemo senza preclusioni ogni sviluppo, studiandolo con la necessaria concentrazione, abituati ad essere cauti nel trionfalismo e accorti a non concedere sconti, ma attenti a seguire un settore che sta raggiungendo rapidamente la sua maturità scientifica, industriale e commerciale in un contesto che merita ancora una maggiore attenzione da parte delle istituzioni e delle imprese che vi orbitano. Qui… non è una questione politica, ma di lavoro!

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