sabato, Agosto 8

Paradise-Papers: l’indagine si intreccia con il Russiagate Arabia Saudita ed Iran ai ferri corti sulla questione Yemen

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Il nuovo ramo dell’inchiesta Panama Papers, ora rinominata Paradise Papers, si allarga e arriva a toccare personaggi molto in vista del mondo politico, economico e dello spettacolo.
Il nome che balza subito agli occhi è quello di Elisabetta II: la Regina d’Inghilterra, secondo le nuove rivelazioni, avrebbe reinvestito in fondi illegali, passando attraverso Paesi come le Isole Cayman, noti paradisi fiscali, ingenti somme ricavate dalle proprie rendite. In Inghilterra, inoltre, lo scandalo ha toccato anche un ex-dirigente conservatore, Michael Ashcroft.
Nel mondo economico spiccano i nomi di multinazionali come ‘Apple‘ e ‘Nike mentre, nel mondo dello spettacolo, ad aver usufruito dei fondi illegali sarebbero stati personaggi del calibro di Madonna e Bono, entrambi famosi per le loro attività umanitarie. Inoltre, non mancano i nomi di oligarchi russi e di politici legati agli entourage del Primo Ministro del Canada, Justin Trudeau, e del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Proprio da questo filone arriva la notizia più interessante: Wilbur Ross, Segretario al Commercio dell’amministrazione Trump, avrebbe utilizzato i fondi offshore in questione per favorire alcuni suoi affari che vedrebbero coinvolto anche il genero del Presidente russo, Vladimir Putin. In un momento in cui l’amministrazione USA si trova in grande imbarazzo e difficoltà a causa dei presunti rapporti che molti individui legati a Trump avrebbero avuto con uomini del Cremlino e delle presunte ingerenze di Mosca nelle ultime elezioni, questo legame tra i Paradise Papers e Russiagate rischia di avere effetti difficili da prevedere. Per ora Ross si difende definendo “incorrette” le accuse riportate dai media, ma si dovrà attendere l’esito delle indagini per comprendere la vera entità del suo coinvolgimento e, eventualmente, di quello di altri uomini dell’amministrazione Trump.
Da parte sua, il Presidente Trump ha preferito non commentare la situazione e concentrarsi sulla situazione nella Penisola Coreana. Trump, che attualmente si trova in Giappone per un viaggio diplomatico, ha affermato che il tempo della pazienza con Pyongyang è finito e che, se costretti ad utilizzare la violenza, gli USA non si tireranno indietro; in questo, ha trovato il sostegno del Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe, il quale ha dichiarato che tutte le opzioni sono sul tavolo e che Tokyo è pronto a fare la propria parte. Alle affermazioni di Trump e Abe sono immediatamente seguite nuove minacce da parte di Pyongyang e un’ennesima richiesta di moderazione da parte di Pechino.
Dal resto del mondo, invece, le reazioni più importanti alle rivelazioni sul caso Paradise Papers sono giunte dal Governo tedesco, che ha chiesto maggiore chiarezza e incisività nella lotta all’evasione fiscale, e dal leader dei laburisti inglesi, Jeremy Corbyn, che ha invitato chiunque abbia investito in fondi illegali, Regina compresa, a scusarsi con i suoi sudditi.

Arabia Saudita al centro della politica mediorientale. Oggi le forze della coalizione che fa capo a Riad hanno chiuso lo spazio aereo dello Yemen, dopo che ieri un missile balistico lanciato dai ribelli yemeniti (conosciuti come Houthis) era esploso in territorio saudita. L’Arabia Saudita ha accusato l’Iran di essere il finanziatore del gruppo ribelle e, quindi, il mandante dell’attacco: l’accusa, ovviamente, non fa altro che accentuare la situazione di tensione tra i due Paesi. Inoltre, proprio ieri, un elicottero con a bordo otto importanti funzionari sauditi (tra cui un membro della famiglia reale) è precipitato nei pressi del confine con lo Yemen: le cause non sono state rese note, ma esiste la possibilità che il mezzo sia stato abbattuto.
Riad è anche al centro dei movimenti diplomatici: oggi il Re saudita ha incontrato l’ex-Primo Ministro del Libano, Saad Hariri. Il 3 novembre scorso, Hariri era stato convocato a Riad e, il giorno seguente, ha presentato le proprie dimissioni da Primo Ministro senza dare spiegazioni. Inoltre, oggi è atteso a Riad anche il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen: l’annuncio della sua visita è arrivato un po’ a sorpresa, in ogni caso, sembra evidente che l’Arabia Saudita è in pieno movimento per stabilire un controllo più saldo sull’area.

In Iraq, la Corte Suprema si è espressa contro la legittimità dell’indipendenza unilaterale dichiarata dalla regione del Kurdistan (lo scorso 25 settembre): il Governo di Baghdad ha invitato le autorità locali curde a rispettare la sentenza della Corte; le autorità curde si sono dichiarate disposte a trattare con il Governo centrale per trovare una soluzione vantaggiose per tutti.

Della politica mediorientale si occuperà anche l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, che oggi e domani sarà in visita a Washington. In particolare, oltre che dei rapporti bilaterali tra USA ed UE, Mogherini si occuperà della questione del nucleare iraniano che, oramai da diverso tempo, vede Washington e Bruxelles su posizioni molto diverse.
All’interno dell’UE, però, spira forte il vento della disgregazione e molte situazioni restano aperte.
Il prossimo 17 novembre verrà presa una decisione sul mandato di arresto europeo richiesto dal Governo spagnolo nei confronti di Carles Puigdemont, l’ex-Presidente della Generalitat della Catalogna accusato da Madrid di aver infranto la legge dichiarando l’indipendenza di Barcellona e, attualmente, riparato in Belgio. Il Tribunale belga, per ora, ha concesso la libertà vigilata a Puigdemont e ad altri diciassette membri del Governo locale catalano: questi non potranno lasciare il Paese fino a che non sarà presa una decisione sull’estradizione in Spagna. Da Madrid è arrivata una dichiarazione di fiducia nei confronti della Giustizia belga.
In Gran Bretagna, invece, il Primo Ministro Theresa May risponde alle preoccupazioni del mondo economico che lamenta la troppa incertezza sul futuro: secondo le associazioni degli industriali britannici, infatti, non è ancora chiaro quali saranno le linee economiche del Governo una volta che la Brexit sarà definitiva. Agli industriali, la May ha risposto dichiarando, ancora una volta, che la separazione dall’Europa è una grande opportunità per gli inglesi e ha fatto leva sulle glorie del passato. Inoltre, ha dichiarato che presto sarà presentato il piano del Governo per il post-Brexit.

Nella Repubblica Democratica del Congo, tutte le opposizioni sono scese in piazza per protestare contro il calendario elettorale presentato dal Governo. Su richiesta della comunità internazionale, infatti, nel 2018 si dovrebbero tenere nuove elezioni: ciò che ha scatenato le proteste, però, è il fatto che, una volta svolte le elezioni, l’attuale Presidente Joseph Kabila, dovrebbe restare in carica per un altro anno. Kabila è al potere dal 2001, anno in cui è succeduto al padre: il suo mandato è scaduto nel 2016 e un ulteriore allungamento dei tempi per il cambio al comando del Paese rischia di far esplodere la situazione e già si registrano i primi scontri.

In Liberia, dopo che lo scorso 10 ottobre si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali, la Corte Suprema ha sospeso lo svolgimento del secondo turno. La ragione di questa scelta sta nella denuncia di irregolarità da parte di uno dei candidati, Charles Brumskine (arrivato al terzo posto): il secondo turno, che vede l’ex-calciatore George Weah in vantaggio sull’attuale Vice-Presidente Joseph Boakai, si terranno una volta che le indagini saranno concluse.

In Nicaragua si sono tenute le elezioni comunali. La vittoria è andata all’attuale partito di Governo, quello del Presidente sandinista Daniel Ortega: il tasso di astensione, però, si aggira all’80% e, secondo le opposizioni, questo basterebbe ad invalidare i risultati. Le opposizioni, inoltre, parlano di brogli elettorali.

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