domenica, Dicembre 15

Papa Francesco parla di carceri, giustizia ed ergastolo Ogni otto ore una persona innocente subisce ingiustamente la custodia cautelare in carcere

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Silenziato, come accadeva a Marco Pannella. Ignorato, grido soffocato, senza voce, come il celebre ‘Urlo’ di Edvard Munch. E’ quanto accade a Papa Francesco: un paio di giorni fa riceve in udienza i rappresentanti dei cappellani delle carceri italiane, della polizia e del personale dell’amministrazione penitenziaria. Rivolge loro un accorato appello: essere e ‘costruire’ speranza per quell’umanità derelitta che è rinchiusa nelle celle. ‘Messaggio’ sostanzialmente ignorato dai mezzi di comunicazione. Eppure si tratta di un ‘messaggio’ forte, meditato; non un estemporaneo, improvvisato parlare a braccio, dove qualche parola può anche, a volte, sfuggire, o essere malamente interpretato.

 Papa Bergoglio ha detto quello che ha detto con la precisa volontà di volerlo dire. Chiede di diventare di essere «ponti» tra il carcere e la società civile. Invita a raccogliere e ad ascoltare il silenziato grido della disperazione e della rassegnazione di tanti detenuti. Esorta a garantire «prospettive di riconciliazione e reinserimento»; ricorda che tutti e ciascuno hanno sempre e comunque diritto al rispetto della dignità; e tutti e ciascuno vale anche, ovviamente, per chi è in carcere.

Tre i concetti chiavi. Il primo è un ringraziamento e un riconoscimento al lavoro nascosto, oscuro, prezioso, essenziale, della polizia penitenziaria e al personale amministrativo. Una ‘comunità’ con una grande responsabilità «spesso difficile e poco appagante, ma essenziale», che li rende «custodi di persone», «ponti tra il carcere e la società civile», capaci di «retta compassione» per contrastare la paura e l’indifferenza:  «So che non è facile ma quando, oltre a essere custodi della sicurezza siete presenza vicina per chi è caduto nelle reti del male, diventate costruttori di futuro: ponete le basi per una convivenza più rispettosa e dunque per una società più sicura. Grazie perché, così facendo, diventate giorno dopo giorno tessitori di giustizia e di speranza».

Il Pontefice pone poi l’accento sul rispetto delle persone: «Non dimenticatevi, per favore, del bene che potete fare ogni giorno. Il vostro comportamento, i vostri atteggiamenti, i vostri sguardi sono preziosi. Siete persone che, poste di fronte a un’umanità ferita e spesso devastata, ne riconoscono, a nome dello Stato e della società, l’insopprimibile dignità».

Segue poi la parte ‘politica’. Politica, ben inteso, in senso alto, non partitico, ma di chi con senso di responsabilità si pone il problema di ‘governare’ i fenomeni e i fatti, le ‘cose’ concrete: «Tra queste penso, in particolare, al problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari, è un problema grande che accresce in tutti un senso di debolezza se non di sfinimento. Quando le forze diminuiscono la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di recupero».

Altri concetti chiave, con specifico riferimento all’istituto dell’ergastolo: non compromettere il diritto alla speranza, garantire prospettive di riconciliazione e di reinserimento: «L’ergastolo non è la soluzione dei problemi, – lo ripeto: l’ergastolo non è la soluzione dei problemima un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c’è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare! Voi, cari fratelli e sorelle, col vostro lavoro e col vostro servizio siete testimoni di questo diritto: diritto alla speranza, diritto di ricominciare».

Un intervento ‘alto’, di grande respiro; meriterebbe discussione, confronto, riflessione; pone l’accento su questioni urgenti che invece da troppo tempo sono lasciate irresponsabilmente incancrenire; questioni che per pavidità o incoscienza non fanno parte dell’agenda politica di questo paese, e che invece costituiscono l’epifenomeno della madre di tutte le emergenze, la Giustizia, la sua amministrazione, il suo pessimo funzionamento…

Quell’uomo «venuto da quasi la fine del mondo» ha posato il suo dito su una piaga che da troppo tempo sanguina e attende di essere medicata. La risposta, finora, è stata silenzio e indifferenza. Purtroppo silenzio e indifferenza anche da parte di chi ‘naturalmente’ dovrebbe levare la sua voce, e ‘fare’. Solo il Partito Radicale tiene alta questa bandiera sollevata in solitudine, anni fa, da Marco Pannella. Ma come si può anche solo concepire una politica e un’alternativa autenticamente riformatrice, se una questione urgente come il carcere viene ignorata? Questione, urgenze silenziate, di fatto negate, anche quando un Pontefice leva la sua voce, come un radicale qualunque…

Intanto…Intanto accade che ogni otto ore una persona innocente subisca ingiustamente la custodia cautelare in carcere. Dal 1991 a oggi lo Stato ha speso circa 800 milioni di euro, 56 euro al minuto, come liquidazione dell’indennizzo ai malcapitati. Catanzaro, Napoli e Roma guidano la classifica delle Corti di appello nelle quali si è verificato il maggior numero di casi nel 2018. Il penoso ‘bilancio’ è stato reso noto nel corso del convegno ‘Errori giudiziari e ingiusta detenzione: perché non possiamo non parlarne‘, svoltosi ieri a Milano e organizzato dall’Ordine degli avvocati. Nel corso dell’incontro è stato proiettato il docu-film ‘Non voltarti indietro’, realizzato da ErroriGiudiziari.com, archivio online che raccoglie circa 800 casi di errori giudiziari.

Dai dati diffusi dal ministero della giustizia, nel solo 2018 sono state presentate circa mille istanze di riparazione per ingiusta detenzione, delle quali 630 sono state accolte, conducendo alla liquidazione di un indennizzo medio di 37 mila euro a persona e con una spesa complessiva di 23 milioni di euro.

Dati comunque parziali. Enrico Costa, ex Ministro e parlamentare membro della Commissione giustizia della Camera, autore di una proposta di legge in materia,  osserva che solo l’80 per cento dei tribunali ha fornito al ministero i dati relativi all’anno appena trascorso. Secondo Costa, su una media 50 mila misure di custodia cautelare all’anno, almeno il 20 per cento di esse non avrebbero dovuto essere state adottate.

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