lunedì, Novembre 18

Papa Francesco: non c’è giustizia senza misericordia Il Garante dei detenuti: "la pena non può mai essere vendetta"

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Ci voleva un Pontefice venuto da ‘quasi la fine del mondo’ … L’incontro di Papa Francesco con l’Associazione Nazionale Magistrati è stata l’occasione per ribadire un concetto fondamentale, un diritto inalienabile di tutti e ciascuno: «Proprio i tempi e i modi in cui la giustizia viene amministrata toccano la carne viva delle persone. Pertanto rispettate la loro dignità».

Merita di essere letto, il testo pontificio. Almeno nei suoi fondamentali passaggi: «Viviamo in un contesto attraversato da tensioni e lacerazioni, che rischiano di indebolire la tenuta stessa del tessuto sociale e affievoliscono la coscienza civica di tanti, con un ripiegamento nel privato che spesso genera disinteresse e diventa terreno di coltura dell’illegalità. La rivendicazione di una molteplicità di diritti, fino a quelli di terza e quarta generazione connessi alle nuove tecnologie, si affianca spesso a una scarsa percezione dei propri doveri e a una diffusa insensibilità per i diritti primari di molti, persino di moltitudini di persone. Per questi motivi, va riaffermato con costanza e determinazione, negli atteggiamenti e nelle prassi, il valore primario della giustizia, indispensabile per il corretto funzionamento di ogni ambito della vita pubblica e perché ognuno possa condurre una vita serena».

Segue un non irrilevante inciso di apparente carattere teologico (anche, ma non solo): «La tradizione filosofica presenta la giustizia come una virtù cardinale, e la virtù cardinale per eccellenza, perché alla sua realizzazione concorrono anche le altre: la prudenza, che aiuta ad applicare i principi generali di giustizia alle situazioni specifiche; la fortezza e la temperanza, che ne perfezionano il conseguimento». Prudenza e insieme giustizia, dunque: che devono costituire una sorta di abito interno alla medesima persona, il magistrato. Un abito «interno del soggetto: non un vestito occasionale o da indossare per le feste, ma che va portato sempre addosso…ti riveste e avvolge, influenzando non solo le scelte concrete, ma anche le intenzioni e i propositi».

Un qualcosa che va al di là del singolo soggetto: «Senza giustizia tutta la vita sociale rimane inceppata, come una porta che non può più aprirsi, o finisce per stridere e cigolare, in un movimento farraginoso».

Un preambolo per poi arrivare alla ‘carne’ del problema, dei problemi: «Proprio i tempi e i modi in cui la giustizia viene amministrata toccano la carne viva delle persone, soprattutto di quelle più indigenti, e lasciano in essa segni di sollievo e consolazione, oppure ferite di oblio e di discriminazione. Pertanto, nel vostro prezioso compito di discernimento e di giudizio, cercate sempre di rispettare la dignità di ogni persona…Il vostro sguardo su quanti siete chiamati a giudicare sia sempre uno sguardo di bontà…La giustizia che amministrate diventi sempre più ‘inclusiva’, attenta agli ultimi e alla loro integrazione: infatti, dovendo dare ad ognuno quanto gli spetta, non può dimenticare l’estrema debolezza che riveste la vita di tanti e ne influenza le scelte».

Messaggio puntuale, diretto; esplicito. Necessario, il messaggio che viene dal successore di Pietro, visto che ‘Cesare’ e i suoi epigoni poco dicono, ancora meno fanno. Sono, per esempio, già sei i detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno, per un totale di 14 decessi nelle patrie galere. Gli ultimi due suicidi,  nell’arco di poche ore, riguardano due giovani detenuti di origine africana: uno a Verona, l’altro a Genova. A Verona un detenuto trentenne nigeriano, entrato a gennaio, si è tolto la vita impiccandosi. Poco più tardi, sempre nello stesso carcere, un altro detenuto maghrebino è stato portato in codice rosso all’ospedale per aver ingerito pile e lamette.

La morte cerebrale del detenuto di Genova è stata dichiarata in ospedale: si era impiccato nella sua cella. Inutili i tentativi di rianimazione. Giusto qualche giorno fa, i sindacati di polizia avevano denunciato il grave sovraffollamento del carcere genovese: 730 detenuti su una capienza di 546 posti; hanno anche fatto presente che nel solo 2018, nelle carceri liguri, hanno sventato 30 tentativi di suicidio.

La pena. Dal Garante Nazionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà, vengono parole che dovrebbero essere ‘normali’; hanno invece il ‘suono’ dell’eccezionalità: la pena non dev’essere vendetta. Il Garante pubblica un rapporto sulle sezioni carcerarie che ospitano detenuti in regime di 41bis, il regime speciale introdotto nell’ordinamento penitenziario con lo scopo di impedire i rapporti tra esponenti della criminalità organizzata e associazioni esterne. Il Garante dopo aver visitato tutte le sezioni di 41bis in Italia, pubblica il suo parere. Ne ricava commenti di inaudita violenza: si va da offese volgari come: «ma chi c…o si crede di essere questo camoscio» (il camoscio, nel più brutto gergo penitenziario, è il detenuto) o «ma vaff………delinquente legalizzato»; e perfino: «spero che ti ammazzano un figlio», o «ma perché non ti fai ammazzare coglione».

Il Garante dei detenuti è una figura istituzionale voluta dalle Nazioni Unite. Il suo compito è valutare se le condizioni di privazione della libertà rispondano alle regole che lo Stato stesso si è dato o cui ha aderito in Convenzioni internazionali. Nel caso dell’Italia e del 41bis, la Corte Costituzionale ha più volte spiegato come tale articolo andasse applicato.

Il Garante scrive: «… il rapporto qui presentato non entra nella questione in sé di tale previsione normativa, ma si focalizza sulla valutazione di come la sua applicazione rispetti i parametri di legittimità indicati dalla Corte Costituzionale e altresì di come la sua reiterazione, spesso per un numero cospicuo di anni, a carico della singola persona, possa esporsi al rischio di incidere sull’inderogabile principio di tutela dei diritti umani di ogni persona, indipendentemente dal suo status di libertà o detenzione, nonché dei diritti fondamentali che, pur nei limiti oggettivi posti dalla situazione privativa della libertà e in regime particolare, non cessano di essere tutelati dalla nostra Carta costituzionale“. Il Garante muove rilievi, critica le condizioni materiali inaccettabili di alcune sezioni e le reiterate proroghe del regime al di là del necessario. Tanto la Corte Costituzionale quanto la Corte europea dei diritti umani sono state chiare nei loro pronunciamenti: il regime di 41bis deve avere come scopo quello di impedire i collegamenti con l’esterno e non deve invece servire per infliggere sofferenze aggiuntive al detenuto, già sottoposto alla pena della reclusione. In estrema sintesi: la pena non deve mai essere vendetta.

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