giovedì, Novembre 14

Papa Francesco lo sa: in Africa sta iniziando a soffiare il vento dello scisma Le radici sono in quanto in parte del clero della Regione dei Grandi Laghi è successo con l’ingresso in scena dell’ideologia HutuPower che ancora avvelena alcuni Paesi

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In Africa sta iniziando a soffiare il vento dello scismaIl viaggio di Papa Francesco della scorsa settimana in qualche modo lo ha reso evidente. Le origini risalgono a quanto nel clero, o meglio, in parte del clero della Regione dei Grandi Laghiè successo con l’ingresso in scena dell’ideologia HutuPower.

Andiamo per ordine e proviamo a raccontare.

In MozambicoMadagascar e MauritiusPapa Francesco ha portato un messaggio di pace mettendo in guardia contro i nuovi profeti della prosperitàcontro le sette religioseil mercato delle religioniIl Pontefice propone una Chiesa missionaria, capace di rispondere a gravi piaghe mondiali quali la povertà, la guerra, la corruzione. Una Chiesa capace di proporre l’etica alle società e ai governi. Un messaggio evangelico delle origini che si rivolge alla classe piccolo borghese, ai lavoratori, ai poveri, ai giovani.

Una Chiesa che è al fianco delle lotte contro la distruzione dell’ambiente indotta dal capitalismo globale che crea disoccupazione e diseguaglianze sociali. Il Santo Padre ha offerto una profonda riflessione sul significato della pluralità religiosa, e insistendo sulla necessità di perseverare nel cammino del dialogo interreligioso, nella reciproca collaborazione, riconoscendo l’importanza della cultura dell’incontro.

Papa Francesco ha ricordato ai governi africani che hanno il dovere di prendersi cura della famiglia e dei loro cittadini e di curare l’ambiente. Li ha invitati a combattere seriamente la piaga della corruzione. Ha condannato la xenofobia, definendola una malattia, e ha chiesto di preservare l’identità dei popoli dalle colonizzazioni ideologiche.

L’Africa per il Vaticano è l’ultima frontiera, serbatoio di anime. Un contenente prioritario. In Europa la Chiesa Cattolica è in declino. Nel Medio Oriente non è riuscita a penetrare l’Islam, ha però evitato la trappola dell’odio religioso, offrendo fratellanza e dialogo interreligioso ai mussulmani. Papa Francesco ha schivato lguerra tra religioniindebolendo ideologicamente l’Islam radicale. Anche in Asia il cattolicesimo non è riuscito a conquistare i cuori. Filosofie e modelli di vita troppo distanti dai nostri lo hanno impedito, escluso qualche osasi felice come le Filippine. Negli Stati Uniti la Chiesa Cattolica è in minoranza, mentre ancora tiene il baluardo del Sud America.

L’impegno di Papa Francesco in Africa scaturisce dalla consapevolezza di mantenere un baluardo cattolico nel continente minacciato non solo dalle altre religioni o sette, ma anche dalla Cina. Il Dragone Rosso non rappresenta solo un formidabile concorrente economico per le potenze occidentali, ma un concorrente spirituale per le principali religioni, cattolici compresi.

Nonostante l’ateismo del Partito Comunista Cinese, il Dragone Rosso è impregnato di Confucianesimo. Direttamente o indirettamente sta diffondendo le idee confuciane in Africa. Pechino non è interessato ad espandere il Confucianesimo, ma questo viene trasmesso in quanto metodologia di pensiero dei cinesi.

La nuova politica estera del Vaticano in Africa è orientata verso la convivenza e l’integrazione dei popoli. Rivitalizzando lo spirito missionario si spera di riconquistare i cuori dei fedeli proponendo una Chiesa non più al fianco dei potenti, ma portavoce degli oppressi. Un radicale cambiamento, considerato che la Chiesa Cattolica è stata parte del colonialismo europeo e successivamente di varie dittature africane.

Il caso più emblematico è rappresentato dal Rwanda, dove la Chiesa Cattolica creò di fatto il movimento razziale HutuPower e lo sostenne fino alla fine, contribuendo attivamente al genocidio del 1994. Il 68% dei tutsi trucidati durante l’Olocausto trovarono la loro morte all’interno di chiese, conventi, scuole cattoliche dove si erano rifugiati sotto consiglio di preti cattolici.

Le origini della ‘diabolica’ alleanza tra Chiesa Cattolica e l’ideologia HutuPower risalgono al marzo 1957quando alcuni missionari, appartenenti alla congregazione dei Padri Bianchi, scrissero il Manifesto Bahutu, originando l’ideologia di superiorità razziale HutuPower. Il titolo originario del documento è: ‘Note sull’aspetto sociale del problema razziale indigeno nel Rwanda. Il manifesto venne firmato da nove intellettuali hutu che si definivano ‘cristiani impegnati’: Maximilien Niyonzima, Grégoire Kayibanda, Claver Ndahayo, Isidore Nzeyimana, Calliope Mulindaha, Godefroy Sentama, Sylvestre Munyambonera, Joseph Sibomana e Jouvenal Habyarimana.

Alcuni di loro avevano studiato presso il seminario di Kigali per divenire preti. Kaybanda e Niyonzima erano i redattori del giornale ufficiale della chiesa in Rwanda, ‘Kinyamateka’, che dal 1955 iniziò incoraggiare le masse hutu a ribellarsi agli ‘oppressori’ tutsi. Il Manifesto Bahutu denunciava il monopolio politicoeconomicosociale e culturale dei tutsi, e inventava una irreale storia di una mellinearia dittatura sanguinaria e opprimente fatta subire agli hutu.

L’analisi evitava accuratamente di prendere in esame gli equilibri etnici precoloniali e l’opera di distruzione di questi equilibri fatta dai belgi, in stretta collaborazione con la Chiesa Cattolica, durante il periodo coloniale.
L’amministrazione di oltremare necessitava di funzionari locali, così si decise di favorire i tutsi. Erano più simili morfologicamente e la figura del Re assumeva connotanti romantici del Capo Selvaggio Buono. Nella scelta i funzionari belgi ignora
rono i delicati equilibri di potere nei regni ruandesi, ideati per impedire che una delle etnie prevalesse sull’altra.

Negli anni Cinquanta e nel primo periodo di indipendenza furono favoriti gli hutu, in quanto l’élite tutsi nutriva chiari orientamenti nazionalistici e comunisti. Il Belgio era stato devastato dai nazisti e non era militarmente in grado di sostenere guerre di indipendenza nelle sue colonie africane, come tentò di fare la Francia in Algeria. Bruxelles, costretta a concedere l’indipendenza, aveva bisogno di governi mansueti e amici in Congo, Burundi, Rwanda. Entrambi gli appoggi del Belgio e del Vaticano agli hutu si basano su una versione razzista del ‘buon selvaggio’. Secondo questa visionegli hutu sarebbero docili pecorelle, di animo buono, bisognosi del pastore…

La maggior parte degli storici concorda sugli autori del Manfesto Bahutu: i missionari dei Padri Bianchi. Alcuni storici ruandesi e ugandesi affermano che vi sia stata la collaborazione attiva della’Azione Cattolica.

Secondo studi recenti, il manifesto firmato dagli intellettuali cristiani ruandesi (che erano, in realtà, un gruppo di estremisti hutu, assetati di vendetta, sangue e potere), sarebbe il testo modificato e ‘addolcito’ di un documento redatto dai Vescovi congolesi in collaborazione con missionari cattolici europei.

Varie modifiche del testo originario vennero apportate, secondo questi studi, per poter farlo digerire alle democrazie e ai fedeli europei. Il testo originale, (elaborato in Congo nel febbraio 1957) è molto più violento, introduce il termine ‘scarafaggi’ per indicare i tutsi, e parla chiaramente di guerra etnica e sterminio. Entrambi i testi si basano su di una revisione partigiana della storia, redatta negli ambienti della Chiesa Cattolica. Il Manifesto Bahutu diventerà la ‘Bibbia’ del potere hutu, una giustificazione politica delle pulizie etniche in Rwanda, e del genocidio del 1994.

Unitamente al manifesto, vi era il progetto di fondare un partito razziale hutu, appoggiato dalla Chiesa Cattolica. Il partito fu fondato nel giugno 1957, da Grégoire KayibandaPARMEHUTU (Partito del Movimento di Emancipazione Hutu)Vi aderirono molti hutu che avevano studiato nei seminari e nelle scuole cattoliche. Vari preti e missionari bianchi offrirono al PARMEHUTU consigli politici e aiuti finanziari. I documenti dell’epoca sono insuffucienti per comprendere se questi appoggi fossero dati a titolo personale o fossero frutto di ordini dal Vaticano.

Due anni dopo dalla pubblicazione del Manifesto Bahutu, le teorie genocidarie in esso contenute furono messe in pratica.
Nel 
novembre 1959 scoppiò la ‘rivoluzione hutu’, decine di migliaia di tutsi furono massacrati, le loro proprietà saccheggiate e incendiate. 336.000 furono costretti a rifugiarsi nei Paesi vicini. Una seconda pulizia etnica verrà compiuta nel 1961, e servirà per disciogliere la Monarchia ruandese e destituire il reKigeli V Ndahindurwaattraverso un referendum. La Monarchia fu sostituita con il PARMEHUTU al potere. Il 26 ottobre 1961 Grégoire Kayibanda diventerà il primo Presidente hutu della Repubblica.
Dopo un anno dalla sua investitura, Kayibanda ordinerà la t
erza pulizia etnica compiuta nel 1963.

Nel giugno 1973, quasi in contemporanea con la quarta pulizia etnica, si ebbe un colpo di Stato contro Kaybanda organizzato da Juvenal Habyarimana, che acquisì con la forza la Presidenza, mantenendola fino al 06 aprile 1994, giorno del suo assassinio. Il PARMEHUTU venne sostituito con il partito di Juvenal, MRND (Movimento Rivoluzionario Nazionale per lo Sviluppo).

Habyarimana rafforza il regime razziale Hutu in Rwanda, creando una apartheid contro i tutsi.
L’origine etnica viene addirittura menzionata sulle carte di identità. 
Habyarimana (più estremista di Kayibanda), per 17 anni non ordinò nessuna pulizia etnica limitandosi a rafforzare il regime razziale in modo che non fosse possibile ritornare alla democrazia e alla convivenza interetnica. Il quinto pogrom contro i tutsi fu da lui ordinato nel 1990.
Nel 
1994 si arrivò al genocidio.

Il nuovo corso di Francesco non è ben visto all’interno della gerarchia cattolica africanatradizionalmente conservatrice e attaccata ai propri privilegi. Una gerarchia che prospera grazie alla povertà diffusa che deve essere mantenuta per il bene della Chiesa, secondo loro, perché fin quando c’è dolore c’è speranza, fede e sottomissione… Ai vertici della gerarchia cattolica africana molti sono i cardinali e i vescovi che a bassa voce disapprovano Papa Francesco, accusandolo di un riformismo inadeguato. Alcuni si sono spinti a sussurrare il dubbio di eresia.

All’interno di questa élite reazionaria vi è la parte oscura della Chiesa Cattolica africana che appoggia la superiorità razziale degli hutu. L’appoggio del Vaticano al HutuPower è durato 60 anni. Dal 1957 al 2017 quando, dopo lo storico incontro con il Presidente ruandese Paul Kagame, Papa Francesco ammise le responsabilità della Chiesa Cattolica nel genocidio, e impose una politica di riconciliazione e fratellanza etnica. «La riconciliazione fraterna rappresenta oggi l’unica speranza per una pace solida e duratura». Queste le parole del Santo Padre che delineano, senza possibilità interpretative, la sua nuova politica nella Regione dei Grandi Laghi.

L’appoggio della Chiesa all’ideologia HutuPower si è variamente concretizzato. Su quello ideologico, con il Manifesto Bahutu. Su quello politico, con il sostegno incondizionato del dittatore ruandese Juvenal Habyarimana e successivamente al dittatore burundese Pierre Nkurunziza. Entrambi estremisti hutu. Su quello pratico, partecipando attivamente al genocidio. Su quello finanziario, dirottando i fondi degli aiuti umanitari a favore delle milizie genocidiarie.
Dopo la sconfitta delle forze genocidarie hutu ruandesi, la 
Chiesa Cattolica ha di fatto scomunicato il nuovo Rwanda governato dai tutsi.
Per 24 anni 
i vertici hanno sostenuto ideologicamente e politicamente le sconfitte forze genocidarie ruandesi. Hanno creato la teoria del doppio genocidio per giustificare l’Olocausto, teoria secondo la quale il governo di Paul Kagame avrebbe ucciso egual numero di hutu in Rwanda e Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo) dopo la liberazione del Paese.
Smentita dai fatti storici la teoria del doppio genocidio è stata sostituita dalla teoria del genocidio 
congolese per mano dei tutsi ruandesi. Oltre 8 milioni di vittime, secondo i sostenitori Una teoria presa in considerazione dalle Nazioni Unite e poi scartata, in quanto smentita dalle statistiche demografiche.
Durante questi lunghi 24 anni, congregazioni cattoliche hanno fatto confluire fondi destinati agli aiuti umanitari 
alle Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR).

I principali ideatori, attori e supporter HutuPower sono stati vari missionari italiani e belgi che hanno speso la loro vita a diffondere l’odio etnico contro il Rwanda e i tutsi. Alcuni di essi si sono spinti a finanziare le FDLR nell’acquisto di armi e munizioni.

L’appoggio della Chiesa Cattolica fu determinante per l’ascesa al potere di Pierre NkurunzizaSostegno durato fino al 2017, quando Nkurunziza ha definitivamente voltato le spalle al Vaticano e ha fondato una propria setta, dichiarandosi Prete Re.
L’appoggio a Nkurunziza, considerato il baluardo contro l’espansionismo tutsi ruandese, è costato il sangue di tre suore saverianeLucia PuliciOlga Rascietti e Bernadetta Boggian, uccise una domenica di settembre del 2014 perché avevano scoperto gli addestramenti militari delle FDLR alle milizie burundesi Imbonerakure nel Sud Kivu, in Congo.

Durante questi lunghi 60 anni all’interno della Chiesa Cattolica vi sono state voci fuori dal coro che hanno combattuto questa terribile Alleanza. Papa Giovanni Paolo II era un amico personale del Presidente burundese tutsi Pierre Buyoya, e diede il suo consenso per il colpo di Stato del 1996 contro il Presidente di origine hutu. Durante il genocidio alcuni preti e monaci ruandesi difesero veramente, e a costo della loro vita, i fratelli tutsi. La Caritas del Nord Kivu, opera sinceramente per la pace e l’integrazione etnica della regione, anticipando la nuova politica del Vaticano voluta da Papa Francesco. Anche in Burundi non tutto il clero cattolico era favorevole al supporto del dittatore Pierre Nkurunziza e all’ideologia HutuPower.
Questo 
molto prima che Papa Francesco incontrasse il Presidente Paul Kagame e deliberasse la nuova strategia del cattolicesimo nella Regione dei Grandi Laghi.

In ultima analisi si può dire che la Chiesa Cattolica, sulle tragiche questioni etniche della regione, non ha conosciuto un orientamento monolitico prohutu. Vi è sempre stata una divisione al suo interno. Prima della nuova politica di Papa Francesco la corrente HutuPower era largamente maggioritaria.

Papa Francesco per sostenere la nuova politica volta alla riconciliazione e integrazione della martoriata Regione dei Grandi Laghi, è stato costretto a scontrarsi con il clero più intransigente, mentre i missionari dalla testa calda venivano progressivamente resi inoffensivi con il pensionamento in Italia.
L’opera di disinformazione e propaganda proHutuPower di questi missionari è stata ereditata dalla parte del clero più reazionario e corrotto del Congo, che si oppone alla politica del Pontefice promuovendo l’ideologia di morte per mantenere il controllo sui fedeli e i privilegi materiali acquisiti.
Una parte del clero cattolico congolese continua a screditare la politica di Rwanda e Uganda, si oppone al riformismo del Presidente Felix Tshisekedi, sostiene gli HutuPower, promuove le FDLR, arrivando a negare la responsabilità di questo gruppo terroristico nell’olocausto dei Nande nel Nord Kivu. L’obiettivo delle FDLR è quello di costringere questa etnia a ritornare in Uganda, da dove originalmente è immigrata in Congo, per riempire la terra di hutu e creare una HutuLand.
Nella consueta revisione della realtà, i contadini hutu che migrano 
nell’est del Congo per impossessarsi delle terre incolte e protetti dai terroristi FDLR, diventano tutsi provenienti dal Rwanda. Una irrealistica invasione che serve per alimentare il mito del mostro ruandese, artefice di tutti i mali regionali.
Questa propaganda, meno esplicita di un tempo, si insinua nelle menti dei fedeli congolesi e anche nei cooperanti delle Ong internazionali, facili prede della semplicistica raffigurazione del buon contadino hutu oppresso dal malvagio tutsi. Cooperanti che accettano di appoggiare una ideologia non ben compresa, ma che non esitano a definire i congolesi come un popolo di ‘deficienti corrotti’.

È questa ostilità, questa propaganda sottile quando assassina, che Papa Francesco deve combattere per rifondare lo spirito missionario in Africa e dissociare il nome della Chiesa dalle forze genocidarie.
Dal marzo 2017 ad oggi il Papa ha ottenuto alcune vittorie sulle forze conservatrici del clero cattolico dei Grandi Laghi.
La Chiesa in Burundi si è apertamente schierata contro il regime. In Congo ha portato avanti le proteste popolari contro la dittatura della 
famiglia Kabila, ed ora non ostacola il nuovo Presidente, Felix Tshisekedi.

In generale Papa Francesco ha privato le forze HutuPower di quella giustificazione religiosa concessagli per 60 anni. Una mossa strategica che trasforma la violenza da giusta reazione contro l’oppressione tutsi a peccato mortale. Altresì, Papa Francesco ha preso le distanze dal neocolonialismo francese in Africa, suo alleato fedele dagli anni Cinquanta al primo decennio del Duemila.
Il pontefice appoggia il progetto di integrazione economica della East African Community (Comunità Economica dell’Africa Orientale), guidato da Rwanda e Uganda. La tensione si è allentata anche con il governo di Kigali, dopo l’ammissione delle colpe nel genocidio fatta da Papa Francesco e la richiesta di perdono. Il disgelo tra Vaticano e il governo ruandese offusca la raffigurazione negativa di un nemico di comodo del Presidente Paul Kagame, la Chiesa Cattolica, inducendolo ad una riflessione sugli aspetti più radicali e controversi del suo potere sul Paese.

È una politica difficile da digerire quella di Papa FrancescoIn Africa sta iniziando a soffiare il vento dello scismaMolti sono i vescovi e i cardinali africani che pensano che Francesco sia andato oltre il suo mandato e sia in odore di eresiaParte del clero africano sta considerando l’idea di unirsi al clero conservatore statunitense nella critica al Santo Padre e nella minaccia di un scisma, l’allontanamento da un Pontefice rivoluzionario che si sta allontanando dalla tradizione.
Francesco tenta di rispondere con il dialogo, l’ascolto delle critiche, il diritto di replica, ma il rischio è che il fossato tra le sue riforme e il conservatorismo cattolico sia ormai troppo profondo per essere colmato. Lo si capisce dalla velata minaccia di scomunica lanciata da Francesco ai ‘ribelli’: “Il cammino nello scisma non è cristiano”.

Francesco inquadra alla perfezione la realtà del clero africano quando afferma che uno scisma è sempre elitario, frutto di ideologia staccata dalla dottrina per diventare essa stessa dottrina. Dietro vi è la strenua difesa di interessi materiali, economici, finanziari portati avanti tramite la diffusione dell’odio razziale tra la popolazione e la creazione nella Regione dei Grandi Laghi del Grande Satana, ovvero i tutsi burundesi, i ruandesi, i Banyangole dell’Uganda, i Banyamulenge e Banyarwanda in Congo, i Kalenjne in Kenya.

All’interno delle diocesi dei Grandi Laghi l’opposizione alle idee conservatrici della massa dei fedeli non si sta concretizzando in una critica riformista in sostegno del messaggio del Pontefice ma in un abbandono a favore della Chiesa Protestante e delle sette cristiane.
La riforma di Papa Francesco rischia di far perdere l’Africa alla Chiesa Cattolica causa un clero corrotto e avido di potere e denaroL’odio razziale sembra essere diventato, per questo pezzo di clero, l’arma più potente per mantenere i propri privilegi, a dispetto dei valori umani e degli insegnamenti di Cristo.

La politica di Papa Francesco è apprezzata dai pensatori liberidagli intellettuali e dai pan-africanisti. Nonostante lo spettro dello scisma, egli continua a promuovere riconciliazione e integrazione etnica. La sola via di uscita per spezzare le periodiche ondate di violenza, guerra civili e pulizie etniche che colpiscono ciclicamente la Regione dei Grandi Laghi.

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