giovedì, Ottobre 1

Papa Francesco in Myanmar: un viaggio pieno di insidie e già accolto con minacce Monaci estremisti buddhisti minacciano il Papa sulla questione dei Rohingya. Ma stavolta è il Myanmar a rischiare nuovamente l'isolamento

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Il viaggio di Papa Francesco in Myanmar nasce pieno di insidie. Tutti nella organizzazione vaticana del viaggio e delle correlative attività diplomatiche del Santo Padre, ne sono ampiamente a conoscenza da tempo. Ma questo non impedisce il tour in termini di visita tra Myanmar e Bangladesh, due Nazioni che confinano e che – volenti o nolenti – condividono anche la questione prominente nelle attenzioni mondiali, a causa della repressione attuata dall’Esercito del Governo Centrale di Yangoon sulla minoranza etnica di estrazione musulmana dei Rohingya. Un popolo oppresso, in fuga in Bangladesh in cerca di riparo e che è reietto sia dal Myanmar a netta maggioranza buddhista e che li considera apolidi certamente non birmani e reietti anche in Bangladesh, Nazione spaventata sempre più dai numeri del disastro umanitario al quale riesce a far fronte con molta fatica, viste le condizioni economiche e sociali del proprio Paese ed all’interno del suo territorio.

La visita di Papa Francesco, quindi, oggi più che mai giunge tempestiva. La afasia diplomatica del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi nell’esprimere un proprio parere personale differente da quello dell’apparato militare birmano sul tema delle persecuzioni attuate contro i Rohingya e che anche l’ONU ha definito una vera e propria ‘pulizia etnica’, viene – per così dire – riempita dal Santo Padre che, nel suo ruolo di capo di una delle confessioni religiose più diffuse al Mondo, si incunea in un vuoto diplomatico creatosi tra Myanmar e resto del Mondo e che pone in imbarazzo non solo il vicino Bangladesh ma il Pianeta intero.

I segnali che giungono dal Myanmar non sono confortanti. Organizzazioni estremiste strutturate da frange massimaliste revanchiste e nazionaliste di monaci buddhisti hanno già inviato chiari moniti a Papa Bergoglio, superando il labile confine tra l’espressione di un proprio credo etnico-antropologico e la minaccia nemmeno troppo velata. Il Ma Ba Tha, la principale sigla estremista monacale buddhista birmana, attraverso il proprio portavoce, ha già ufficialmente comunicato di ringraziare il Santo Padre per la sua visita, nel caso in cui si tratti di una visita diplomatica rivolta a sottolineare l’importanza della Pace e per celebrare i propri santi e beati cristiani di origine birmana ma che non tollererà alcuna intrusione a proposito del tema dei Rohingya, definiti «estremisti» e «terroristi» e che, anzi, se mai Papa Bergoglio esprimesse alcunché sull’argomento, gli deriveranno solo «forti critiche». «Speriamo che il Papa non faccia questo tipo di discorso»ha affermato il portavoce Ma Ba Tha, U Thaw Parka, «gli giungerà il nostro gradimento se si limiterà a parlare di pace e dare la sua benedizione. Il Papa deve capire che la situazione religiosa adesso è molto delicata».

In realtà, il Ma Ba Tha esprime sì il punto di vista della maggioranza (anche quella silenziosa) del Paese ma non esprime il punto di vista della comunità mondiale buddhista, mentre i Rohingya potrebbero – nel tempo – ritrovarsi l’appoggio di tutto l’Islam planetario.

Il fatto che il Gruppo Ma Ba Tha sia considerato ‘eccessivo’ anche in Madre Patria, lo si evince dal fatto che è stato messo al bando dallo stesso Governo di Yangoon attraverso il Ministero per gli Affari Religiosi (Ministro Thura Aung Ko) e dalla Commissione di Stato Sangha (riconosciuta dal Governo e corpo istituzionale costituito dai più eminenti monaci buddhisti alti in rango a livello nazionale) a luglio 2017 e che tutte le attività del Ma Ba Tha sono considerate illegali dal Governo, sia se esse sono commesse a tono collettivo sia se esse sono attuate a titolo individuale. La risposta del Ma Ba Tha è stata quella di aggirare il divieto decretato dal Governo, creando una struttura gemella ma che di fatto è semplicemente la stessa organizzazione con una denominazione diversa, cioé Buddha Dhamma Parahita Foundation. Il Governo, si è già pronunciato su questa nuova formazione, chiarendo che è evidente a tutti a Yangoon che si tratta solo di un cambio di denominazione del Ma Ba Tha che nella sua dizione precedente, per esteso, aggiungeva nella propria intestazione ‘Commissione per Proteggere la Razza e la Religione’. Se mai ci fosse stato alcun dubbio circa l’interpretazione della vera natura revanchista del Ma Ba Tha. Insomma, nel Governo birmano, tutti hanno capito che quello del cambio di nome del Ma Ba Tha dopo il decreto che lo bandiva, era solo un “’trucco’.

In buona sostanza, più che le minacce del Ma Ba Tah nei confronti del Papa, bisognerà verificare quale sarà il ‘peso’ degli imbarazzi del Ministro degli Esteri birmano (e Premio Nobel per la Pace) Aung San Suu Kyi, del Governo birmano e bisognerà verificare come si comporterà il vertice dello Stato Maggiore birmano, visto che il Papa è innegabilmente il faro più luminoso della comunità internazionale acceso sul Myanmar in questo momento e che, visitando il Myanmar a casa sua, questi non potrà fare spallucce come accaduto finora nei confronti di quanto affermato (a favore della constatazione di un genocidio in atto) da parte della stragrande maggioranza delle ONG internazionali e da parte delle Nazioni Unite. Non a caso, Papa Francesco, nel pomeriggio del giorno 29 novembre incontrerà prima il Consiglio Supremo Sangha dei top level monaci buddhisti e successivamente incontrerà i vescovi del Paese, prima di partecipare alla posa della prima pietra in alcune opere di pertinenza della Chiesa Cattolica e salutare, come solitamente accade nei suoi viaggi, la rappresentanza locale dei Gesuiti.

Altro incontro molto importante quello di giovedì 30 Novembre, quando il Papa incontrerà in privato il Capo dell’Esercito, prima di incontrare i giovani a messa e poi partire alla volta del Bangladesh. Un incontro in privato e, quindi, all’oscuro dei media mondiali dove il Capo dell’Esercito certo rivendicherà ancora una volta il diritto del Myanmar di decidere autonomamente in casa propria mentre – altrettanto probabilmente – il Papa gli ricorderà che autodeterminazione è una cosa e genocidio attuato contro i Rohingya, ovvero una minoranza religiosa, sul proprio territorio è ben altra cosa. Papa Francesco, in questo modo, sa di poter essere ‘ponte’ riconosciuto in termini di autorevolezza anche da parte dell’Islam, vista la refrattarietà del Myanmar di lasciare alcuno spazio aperto sul tema dei Rohingya. Non a caso, dopo il Myanmar, va in visita in Bangladesh, dove la maggioranza è musulmana.

Insomma, l’Esercito del Myanmar e conseguentemente il suo Governo eletto democraticamente, (che lo vogliano o no) prendono coscienza sempre più che, con il proprio operato violento e persecutorio, stanno creando letteralmente con le proprie mani, una specie di Palestina in casa propria. E l’Islam mondiale non può più non tenere conto del grido di dolore che la comunità minoritaria islamica dei Rohingya sta lanciando al Mondo intero. Papa Francesco potrebbe ricavarne il più grande successo diplomatico immaginato, perché leader cristiano stimato e riconosciuto autorevole da parte della Comunità Islamica mondiale, mentre il Myanmar si ritroverebbe di nuovo solo al Mondo, come accadde nel lungo periodo delle sanzioni economiche che sfiancarono il Paese che impediva la libertà e l’accesso al voto democratico per Aung San Suu Kyi e l’intera Nazione.

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