martedì, Settembre 29

Papa Francesco, Aung San Suu Kyi, i Rohingya e il Myanmar Intervista alla professoressa Cecilia Brighi, che ha fondato da qualche anno l'Associazione Italia Birmania Insieme

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Cecilia Brighi, che per molti anni si è occupata delle vicende birmane sia in CISL che all’ILO, soprattutto durante i tempi bui della lunga dittatura. La Brighi ha intessuto rapporti e contatti con le organizzazioni democratiche in esilio, con la leader birmana Aung San Suu Kyi e con la sua più stretta collaboratrice Su Su Lwin, ora moglie del Presidente della Repubblica. Ha lavorato in particolare sulle questioni della democrazia, delle minoranze, dei diritti fondamentali del lavoro (lavoro forzato, confisca delle terre..) e delle sanzioni economiche e commerciali verso il Paese. Da qualche anno ha fondato l’Associazione Italia Birmania Insieme proprio per continuare questa attività; l’associazione ha stretti rapporti con i rappresentanti della politica, della società civile, con le organizzazioni dei lavoratori birmane e con la Camera di Commercio e Industria birmana. Cecilia Brighi è intervenuta sulla crisi dei Rohingya, di cui conosce da anni le problematiche legate al contesto sociale nazionale ed internazionale, con diverse interviste televisive, radiofoniche e ai giornali (Radio Rai 1, Radio Vaticana, Radio in blu, Radio Svizzera italiana, Rainews24, Rete4, Avvenire, Il giornale, ecc…).

 

Per la Comunità internazionale e per chi non è addentro nelle cose del Myanmar, la afasia in diplomazia (in pubblico) del Premio Nobel Aung San Suu Kyi e il reiterato diniego delle Autorità militari birmane nel voler ammettere circa il genocidio Rohingya ha molto colpito il comune sentire. Può spiegarci quali sono le radici etno-antropologiche birmane per le quali i Rohingya continuano ad essere definiti estranei alle etnie che compongono il Paese?

Penso che i media abbiano raccontato in modo superficiale e a volte anche errando le difficili scelte della leader birmana Aung San Suu Kyi. Sebbene ci possano essere state timidezze, errori di comunicazione difficoltà nel coinvolgimento di alcune agenzie ONU, chi avesse la pazienza di leggere gli atti del suo governo scoprirebbe che a soli cinque mesi dal suo insediamento è stata costituita la Commissione Kofi Annan sul Rakhine e, guarda caso subito dopo ci sono stati gli attentati contro alcune postazioni militari birmane da parte dell’ARSA, che come era ovvio hanno scatenato la repressione militare e la fuga in Bangladesh di migliaia di Rohingya. Ad ottobre 2016 nel suo intervento all’ONU la lady aveva evidenziato la gravità del problema e la forte opposizione interna – leggasi dei militari – alla costituzione della commissione. Ciò nonostante il lavoro è andato avanti con interventi di carattere sociale e infrastrutturale iniziati quasi subito per migliorare le difficili condizioni di vita dei Rohingya e per aprire un necessario dialogo interreligioso nello stato. Nessuno parla del fatto che in quel periodo oltre 40 capi villaggio musulmani accusati di collaborare con le autorità birmane sono stati uccisi dai militanti dell’ARSA e del fatto che fosse comuni di indù sono state trovate recentemente. Il giorno dopo la presentazione dei risultati della Commissione Kofi Annan l’Arsa ha attaccato ben 30 postazioni militari birmane. Certo se i militanti intendevano con tali attacchi proteggere le popolazioni Rohingya hanno sbagliato obiettivo. In realtà hanno cercato il caos, riuscendoci. Chi ci è andato di mezzo sono le centinaia di migliaia di Rohingya costretti a fuggire in Bangladesh e ora minacciati di morte in alcuni villaggi dagli stessi militanti che non vogliono farli registrare con i funzionari birmani. Il problema quindi è stato affrontato dalla parte civile del governo, con le dovute attenzioni visto il clima di diffidenza e di mal sopportazione radicatosi in oltre 50 anni di dittatura. Ma si evidenzia solo la parte negativa. Perché ci sono tante resistenze e un odio diffuso nei confronti dei Rohingya sebbene i musulmani in genere convivano pacificamente in molte altre aree del Paese?

La presenza musulmana in Birmania risale a molti secoli fa: intorno a metà del 600, quando i primi mercanti arabi arrivarono sulle coste dell’allora Arakan e dallo Yunnan e poi si è intensificata con l’arrivo degli inglesi che hanno incentivato le migrazioni dall’India e in particolare dall’area del Bengala, ovviamente di musulmani per la coltivazione del riso. Le tensioni del secolo scorso nascono soprattutto nel corso della seconda guerra mondiale, quando nell’Arakan quando l’area dell’Arakan diventa la prima linea dello scontro con i giapponesi. Le tensioni interreligiose ed interetniche crescono visto che i musulmani, al contrario degli Arakan, sono schierati con gli inglesi e si concentrano nel nord Arakan, zona ancora controllata dall’esercito inglese. Ne seguono scontri e attacchi nei confronti degli Arakan soprattutto vicion alla zona di Maungdaw. Molte delle paure e delle spinte nazionaliste nel Rakhine non nascono quindi ieri. Nel 1947 i mujaheddin cercarono di annettere il nord dell’Arakan (oggi Rakhine) al Pakistan orientale (oggi Bangladesh). Fallito il tentativo del 1947, lanciarono una jihad che portò lo stesso gruppo nel 1960 a chiedere la formazione di una zona autonoma nel nord Rakhine con un’autonomia vincolata all’accordo che in quell’area NON si potessero insediare popolazioni non musulmane.

E il separatismo religioso e la forte crescita demografica tra i musulmani sono alcuni dei timori che tutt’oggi le organizzazioni nazionaliste e i gruppi di monaci estremisti cercano di istillare nel Paese. Nel 1974 si formarono altri gruppi tra cui il gruppo armato Rohingya Solidarity Organization, poi trasformatosi in Arakan Rohingya Islamic Front, i cui membri parteciparono a campi di formazione alla guerriglia in Libia e Afghanistan nel 2001. Nel 1980 Oltre 500.000 Rohingya furono assoldati dal Generale Zia in Pakistan, per studiare nelle madrasse e partecipare alla jihad in Afghanistan. C’è da dire che nonostante la lunga presenza in quel Paese, ancora oggi i Rohingya in Pakistan sono privi di cittadinanza. Quindi la diffidenza nei confronti dei Rohingya, che tutt’oggi, anche a seguito delle periodiche repressioni, vivono in modo separato, spesso non parlano la lingua locale e hanno fino a quattro mogli non si è ridotta. Una diffidenza che non si registra nei confronti di altri gruppi di musulmani del Paese e del Rakhine stesso.

Si ha ormai ampia comprova dei metodi brutali assunti dai vertici militari birmani nei confronti della minoranza Rohingya. Crede che le sanzioni economiche (come quelle applicate all’epoca della dittatura militare birmana) possano condurre i vertici militari a più miti consigli nell’applicare la mano dura contro i Rohingya?

Io ho sostenuto negli anni il ruolo delle sanzioni nei confronti della giunta militare, perché queste erano state richieste dalle organizzazioni democratiche birmane. Oggi l’Europa ha cancellato tutte le sanzioni tranne il divieto di esportazione di armi approvando recentemente il divieto di invito in Europa di militari. Considerata la nuova fase, pur estremamente difficile, di transizione verso una democrazia compiuta, ritengo che le sanzioni economiche potrebbero sortire l’effetto contrario, con l’unico risultato di una nuova chiusura del Paese, di un rafforzamento dei militari e di un rinnovato legame politico ed economico con la Cina, che notoriamente ha già forti interessi proprio nel Rakhine e che non ha mai apprezzato la presenza ai propri confini di una qualsiasi forma di democrazia.

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