mercoledì, Agosto 21

Paolo Sorrentino, la verità è noiosa Il regista de ‘La Grande bellezza’ riceve il Premio Fiesole ai Maestri del Cinema 2019 e si concede al pubblico: “I film sono belli quando si occupano del falso”

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«Questo premio Maestro del Cinema mi mette molto a disagio, è che  ho poco da insegnare, io avevo il mio mondo, che ho riprodotto e una volta l’ho affidato a un Papa un’altra a Elena, che è qui con me….comunque grazie, mi fa piacere riceverlo». Così si schernisce Paolo Sorrentino nel ricevere il Premio Fiesole Maestri del Cinema 2019. E’ la sera del 20 luglio, l’anfiteatro romano di Fiesole, ancora irradiato dai raggi del sole, è gremito di pubblico accorso per  ascoltare e dialogare con il regista Premio Oscar per la ‘Grande bellezza’ (testo scritto con Umberto Contarello), affiancato   per l’occasione da  Elena Sofia Ricci, attrice e protagonista nell’ultimo film ‘Loro’,  premiata con il David Donatello, che da queste parti  respira aria di casa, essendo nata e cresciuta a Firenze. Prima della premiazione e della proiezione  del film che lo ha reso famoso nel mondo, pochi immaginavano che avrebbero dato vita non solo come spettatori, ma anche come protagonisti, ad una serata  molto particolare, che vale la pena qui raccontare. «Una serata insolita anche per lui» – conferma Gabriele Rizza, Direttore Artistico del Premio – «il quale non  s’immaginava certo il bagno di folla che lo ha accolto, è fuori dal suo registro». 

Il pubblico, e non solo i suoi fans,  è stato conquistato della sua ironia, dal suo atteggiamento semiserio, con cui  si è sottoposto al fuoco di fila delle domande sia dai rappresentanti del sindacato nazionale dei Critici cinematografici italiani che  gli hanno assegnato il prestigioso premio, che del pubblico presente. Risultato: un botta e risposta intessuto di momenti seri ed esilaranti attraverso i  quali – tra una boutade e una l’altra – il regista-scrittore ha svelato aspetti di sé, del suo modo di scrivere i copioni da trasformare in film, della sua stessa visione  del cinema, rivelando qui sì, la propria autenticità. Che il suo cinema si muova sul fillo del vero, del falso, del reale, che è anche il titolo di un volume a cura di Augusto Sainati, lo  conferma il regista. Il quale,  rispondendo ad una domanda dello stesso Rizza sulla reazione di Andreotti alla visione del film Il divo,  che si era lamentato del film ritenendo la parte pubblica completamente inventata, afferma : «è vero tutto il contrario. La vita pubblica di Andreotti è ben documentata mentre della parte privata non ne sapevo niente, tranne che del costo di una bolletta del gas…Il fatto è che non esiste una definizione di vero e di falso, ciò che conta è la percezione che si ha, in questo il mio cinema è emblematico. E poi, diciamocelo,  la verità è noiosa e non si può fare un film noioso,  quindi un film non può essere vero». Per Sorrentino «i film sono belli quando si occupano del falso, ma per paradosso trattando il falso si può raggiungere qualche forma di verità, è una strana alchimia che riguarda il cinema. La verità in un film si raggiunge perseguendo la coerenza».  Chiaro?  Come non convenire con lui? Del resto,  lo diceva anche Galileo Galilei in senso generale:  «Se volete trovare la verità  dovete per forza usare la fantasia».  E così fan spesso  il cinema, il teatro, l’arte…..  Stabilito che «la verità nel cinema sia una questione di percezione», il  dialogo serrato prosegue con  una domanda sul suo modo di fare cinema, a cominciare dal  rapporto tra scrittura e realizzazione cinematografica. Ed ecco la riposta: «Prima scrivo il copione, con molti dettagli, poi  giriamo il film….esistono in giro copioni con indicazioni inutili, come aprire una porta ad esempio, e non c’è  alcun bisogno di scriverlo è un gesto naturale, quotidiano, anzi non metto neanche la porta, ma la narrazione e i dialoghi sono   dettagliati….questa precisione un po’ barocca, che non vuol dire sequenza di azioni, era contenuta anche nei copioni di Tinto Bras». 

Qual è il filo rosso che unisce i suoi personaggi?

“Tutti i miei personaggi sono colti in un momento di crisi, è là  nell’estremo disagio che tirano fuori il meglio di sé, ad esempio Berlusconi accende un vulcano, riconoscendo il proprio  infantilismo…”

Lo stesso accade a Jep Gambardella, al quale, dopo essersi trovato sull’orlo della disperazione in una Roma dalla grande bellezza sprofondata nel trash e nel grottesco, un  lontano ricordo d’amore riaccende il desiderio di tornare a scrivere.

“Come vedete, non sono così pessimista o almeno il mio intento è di non esserlo…  è di far ridere, magari attraverso una risata intensa, ossessiva, prolungata…”

La Grande bellezza rimanda alla ‘Dolce vita’, a ‘8 e mezzo’, c’è affinità tra il suo cinema e quello di Fellini?

“Debiti non affinità”

Perché si affida sempre per i ruoli principali a Toni Servillo?

“Ho scelto Toni perché vivevo a Napoli e facevo parte di un gruppo di persone che facevano teatro, Toni era già grande e ho puntato subito su di lui, fin dal mio primo film “L’uomo in più’, non ho mai pensato ad altri….”

Da dove nasce il suo amore per Roma?

“Dal fatto che non sono di Roma ed ho la possibilità di guardarla con lo stupore di questo mondo”.

Come s’inventa i nomi dei personaggi dei suoi film?

“Non invento niente, sono i nomi di vecchi compagni di scuola, di amici, di  persone che frequento…”

E il titolo ‘La Grande bellezza’ da dove spunta fuori?

“E’ il titolo di un libro di un caro amico mai pubblicato, mi piaceva e così ho chiesto la sua autorizzazione  ad usarlo…”

Con gli altri registi si sente in competizione?

“No, ognuno ha un suo spazio, un suo linguaggio, un suo modo di esprimersi”

E quali registi e colleghi apprezza di più?

“Tanti, Martone, Moretti, Mattia Torre al quale va il mio commosso ricordo, così come a Luciano de Crescenzo. Era un meraviglioso divulgatore, è stato sottovalutato spesso dalla critica. Dava prova di essere un grandissimo coltivatore della stravaganza intelligente. Per me è stata una figura molto importante e sottovalutata dal panorama artistico”. 

Ho visto e sentito Silvio Orlando nel film per la tv ‘The Young Pope’,  quando perfezionerà il suo inglese?

“Per me è perfetto, se gli inglesi non lo capiscono beh, è un problema loro… “

E’ diverso per un autore  lavorare per la tv e per il grande schermo, c’è molta differenza?

“Grazie alla mia esperienza in Usa mi son reso conto che anche in tv si possono ottenere spazi di libertà, senza censura, non trovo  differenza, ma c’è oggi una critica televisiva?”

Le domande piovono anche  su Elena Sofia Ricci. 

Conosceva Veronica Lario?

“L’avevo incontrata quattro anni prima in un albergo, era sola, mi   colpirono la sua discrezione e la sua gentilezza. Per interpretare il suo personaggio mi sono affidata a Paolo, dopo aver fatto i provini. Ricordo che mi dette da buttar giù a memoria  10 pagine: ma questo gli dissi è un atto unico! Descriveva una lite in famiglia e Paolo mi disse: hai mai litigato con tuo marito? Ecco, fai che lui esploda e poi si sgonfia….Provaci. E così mettemmo in scena finte discussioni che allarmarono una vicina di casa: “Signora, ma che il Maestro sì è fatto l’amante? “  Una parte di me voleva che interpretassi quel ruolo, un’altra mi diceva no, è meglio che non la fai. Ho poi fatto la scelta giusta, calarmi in quel ruolo è stato emozionante, quando girammo la scena, molto forte, ormai la sapevo a memoria…”

Com’è lavorare con un regista come Sorrentino?

“Lavorare con lui e con Toni Servillo per me è stato importante, due maestri del cinema. Ho lavorato con Monicelli, Sordi ma “Loro “ è stato fondamentale per la mia carriera da professionista. Paolo sta attento a tutto, all’interprete, alla troupe, alle macchine,  e spesso sdrammatizza, ironizza. Ma quando mi sento presa per i fondelli, mi sento amata…. Sono felice che la Toscana, dove sono nata, omaggi Sorrentino”.

Ed è  al regista napoletano che sono indirizzate altre domande, ne peschiamo  ancora una: Veronica Lario ha visto il film?

Non è rilevante…in realtà non lo sappiamo…

 

Le motivazioni della giuria, presieduta dal Sindaco di Fiesole, Anna Ravoni, le legge Marco Luceri, coordinatore del Sncci Gruppo Toscano: «Come sindacato siamo orgogliosi di premiare quest’anno un regista che ha saputo riportare il cinema italiano alla grande ribalta internazionale. La presenza di Paolo Sorrentino a Fiesole è stata l’occasione per riflettere insieme al pubblico su una figura centrale del nostro panorama culturale: il regista napoletano ha saputo raccontare come nessun altro il Paese, la sua società, la sua storia più recente e il suo immaginario con uno stile visionario e personale» .E Gabriele Rizza, Direttore Artistico, definisce il cinema di Paolo Sorrentino: «incalzante, spiazzante, traboccante, perturbante, inquietante, metafisico, barocco. Dirompente. Il  suo cinema emerge dalle fratture dell’Io contemporaneo e si immerge nel fondale della dispersione mimetica. Con elaborato cinismo e pulsante emozione. Speleologo dell’interiorità, esploratore di territori in bilico fra anatomie periodiche e derive sociali, Paolo Sorrentino sviluppa un itinerario poetico coerente e personalissimo.  Il Premio Fiesole ai Maestri del Cinema 2019 incorona Paolo Sorrentino». Prima  del 49 enne regista e scrittore napoletano,  tale riconoscimento era stato assegnato ad artisti del calibro di  Luchino Visconti, Roberto Rossellini, Alberto Sordi, Michelangelo Antonioni, Orson Welles, Stanley Kubrick, Ingmar Bergman, Wim Wenders, Theo Anghelopoulos, Marco Bellocchio, Ken Loach, Nanni Moretti e Giuseppe Tornatore, Vittorio Storaro, Toni Servillo, Dario Argento, Stefania Sandrelli.

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