sabato, Dicembre 14

Panama papers: Panama adios! field_506ffb1d3dbe2

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Fa tanto pensare questa fuga di denaro dal mondo. Per nasconderlo. Panama papers. Sono soldi di persone ricche. Ricchissime al punto da rendere vana ogni considerazione di merito. È stato un equo compenso?
Che Leo Messi guadagnasse a otto zeri  per essere il più bravo calciatore del mondo? E che ci avrà mai combinato con tutta quella pecunia? Cinquanta milioni l’anno… Per farne? Quanti palazzi, alberghi, azioni, industrie, commerci, aerei, yacht, isole, televisioni, assicurazioni, spiagge, si possono acquistare, in dieci anni, con mezzo miliardo di euro?!?!  Dev’essere meraviglioso! Oppure no, oppure sarà triste come qualsiasi altra compulsione. Una forma di astenia bulimica, da cui il soggetto non riesce più a percepire il mondo che lo circonda. Non ascoltano né le urla né i sospiri del prossimo, non si affacciano sul mare, non sanno cosa sia una festa comandata, sembra non abbiano parenti e semmai camuffano il loro deserto emotivo con una foto di famiglia senza luce.  Coincidenza ha voluto che il talento fosse, al loro passaggio, infinitamente remunerato. Che un mercato, dapprima abbastanza ragionevole, venisse trasformato da certi tycoon di ultimo conio in un circo equestre senza intervallo.
Ma intendiamoci, sotto il medesimo cappello di Panama coabita ogni genere di smodata agiatezza, quella stessa di cui gode anche il perfetto incapace. Il fortunato, e basta, a cui è andata bene sin dal primo giorno di asilo. E meglio ancora coi compagni di liceo. E prima di tutto grazie a due genitori stupendi, che ho conosciuto sin da piccolo: un vero galantuomo e una vera signora. E allora perché non fermarsi? Non dirsi “Ora basta, è stata una vita lieta, forse oltre i miei meriti, forse al di là del mio stesso lignaggio“. E lasciare la propria lussuosa abitazione per intraprendere una lunga passeggiata tra la memoria.
Ma sta proprio qui la malattia, nell’incapacità di andare a capo, e poi verso un esito, la fine decorosa e normale di ogni persona perbene. Giacché nemmeno si tratta di definire giusto o empio il comportamento di chi riconosca o disconosca l’esistenza di una comunità, sebbene incivile come l’italiana, bensì di chiederci in che misura possa svilupparsi, nella mente umana, una distanza tra la persona e la sua ricchezza.

Un tempo era il lusso a connotare il passaggio successivo, ora neanche più. Vi è una dominante volgarità che ovviamente attrae il rispetto e l’invidia delle classi abbandonate. All’epoca bastavano a scandalizzarci le esibizioni di Aristotele Onassis o dello Scià di Persia, tanto le consideravamo estranee alla cultura occidentale. Oggi esse appaiono come pure finezze. Oggi è l’inettitudine a stupirci. D’altronde una sapiente gestione della ricchezza -che niente ha a che vedere con l’avidità e con il risparmio- è alla base della ricchezza stessa. E dell’educazione.

Nella sua autobiografia, Piero Villaggio racconta di quando domandò al papà di comprargli le figurine per iniziare una raccolta. E che quello gli regalò 150 bustine! Un padre ricco e sciocco, un figlio destinato a una sofferta solitudine. Ecco, questo minimo esempio di spreco, e di villania, chiarisce cosa si intenda per ‘considerazione del denaro’: una raccolta di figurine è, per un bimbo, la progressiva avanzata verso un obiettivo.
L‘uso del denaro senza un fine è, paradossalmente, all’origine dell’impoverimento, poiché il denaro non è altro che energia. Un patrimonio speso con intelligenza e coscienza (non contando il suo valore) crea bellezza, piacere, felicità, giustizia. Una ricchezza nascosta è una semplice sottrazione al bene universale. Non è un avaro chi ha rifugiato i propri danari in centro-America, è un squilibrato.
E la quotidiana elencazione dei nomi di codesti milionari panamensi è il mesto rosario di un’umanità senza volto, mascherata, inutile.

 

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