giovedì, Dicembre 12

Panama: fine del paradiso (fiscale), non conviene più Niente più black list dei paradisi fiscali dell'UE. Parla Angelo Cremonese, docente di Scienza delle Finanze presso l'Università Luiss

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Panama non è più nella black list dei paradisi fiscali dell’Unione Europea. E’ stata presa ieri, 23 gennaio, la decisione ufficiale dal Consiglio di Affari Economici e Finanziari dell’UE (ECOFIN). Insieme al Paese centroamericano, anche la Corea del Sud, gli Emirati Arabi Uniti, le Barbados, Granada, Macao, Mongolia e la Tunisia farebbero, da oggi, parte della ‘lista grigia’ per ECOFIN. Questi Paesi sono stati esclusi dalla ‘lista nera’ dopo aver garantito di fronte all’Unione Europea il loro impegno politico di alto livello, volto a porre rimedio alle preoccupazioni fiscali europee. Panama e gli altri 7 Paesi si aggiungono, oggi, alle altre 47 Nazioni già presenti nella ‘lista grigia’, mentre permangono nella ‘lista nera’ Bahrein, Guam, Isole Marshall, Namibia, Palau, Saint Lucia, Samoa, Samoa Americane, Trinidad e Tobago.

Ma cosa sono, precisamente, la ‘lista nera’ e la ‘lista grigia’? E cosa comporta appartenere a una di esse?

Bisogna fare un passo indietro e tornare allo scorso 5 dicembre, quando ECOFIN in documento ufficiale pubblicò l’elenco delle giurisdizioni non cooperative in materia fiscale. L’informativa europea riportò una ‘black list’, o ‘lista nera’, di 17 Paesi: Panama, Mongolia, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Macao, Granada, Barbados, Corea del Sud, Santa Lucia, Trinidad e Tobago, Guam, Isole Marshall, Palau, Samoa, Samoa americane e Namibia. Gli Stati che ne facevano parte erano ritenuti paradisi fiscali. Con il documento dello scorso 5 dicembre l’Unione Europea ha riconosciuto i Paesi inseriti nella ‘black list’ come non cooperativi in termini fiscali e, in quanto tali, soggetti a misure restrittive ben precise.

Dopo aver preso conoscenza della sentenza di ECOFIN dello scorso 5 dicembre, gli otto Paesi sopraelencati, tra cui Panama, si sono impegnati politicamente per intraprendere processi di equità fiscale e adottare emendamenti nella loro legislazione per monitorare i tentativi di evasione fiscale. L’impegno preso gli ha così permesso di passare alla cosiddetta ‘grey list’, o ‘lista grigia’, che comprende quelle giurisdizioni non cooperative in materia fiscale con l’Unione europea, ma che si sono impegnate ad adottare misure di correzione e miglioramento per la trasparenza e l’information-sharing.

La lista del ‘purgatorio’ comprende, ad oggi, 55 Stati intenti a modificare i loro regolamenti fiscali per adeguarli agli standard europei e internazionali entro la fine del 2018. I Ministri dell’Economia e delle Finanze hanno il compito di controllare se le promesse fatte siano mantenute entro la fine dell’anno, verificando se i Paesi ‘grigi’ abbiano rispettato, o meno, gli impegni presi. Se così non fosse, tornerebbero alla ‘lista nera’ dei paradisi fiscali dell’UE. Pertanto, i Paesi della ‘lista grigia’ saranno tenuti sotto osservazione, mentre quelli rimasti nella ‘black list’, ad oggi, rimangono soggetti a misure particolari, come l’impossibilità di accedere ai fondi europei, o un aumento della vigilanza su coloro che vi operano.

La decisione di Bruxelles di eliminare Panama dallalista nerapremia gli ultimi e recenti sforzi del Paese centroamericano nell’istituire un’ampia gamma di riforme mirate alla trasparenza finanziaria e conformi alle norme e ai regolamenti internazionali.

Questo impegno è stato già premiato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Quest’ultima, infatti, il 28 giugno scorso ha annunciato la non-inclusione di Panama nell’elenco dei Paesi non cooperativi. La decisione dell’OCSE era basata sui progressi compiuti da Panama nell’adattamento del suo quadro legislativo e l’espansione dei partner per lo scambio di informazioni fiscali. Quindi, l’impegno panamense volto all’integrazione nel sistema multilaterale di informazione finanziaria dell’OCSE è stato confermato ieri dall’ECOFIN, la cui scelta dimostra lo sforzo panamense a livello di Global Governance, e un interesse nella cooperazione, trasparenza e al miglioramento della stessa reputazione internazionale panamense.

Panama da oltre un secolo è considerato un paradiso fiscale a livello mondiale. Lo dimostrano, oltretutto, i ‘Panama Papers’, ovvero il peggior scandalo mondiale di evasione fiscale che colpì il Paese nell’aprile del 2016. Panama Papers coinvolse numerosi personaggi famosi, aziende, imprese  -800 italiani sono stati citati. L’inchiesta giornalistica ‘Panama Papers’ ha rappresentato una delle più grandi fughe di notizie degli ultimi anni, e consisteva in 11.5 milioni di documenti raccolti da 378 giornalisti di diverse testate internazionali associate nel The International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). I documenti pubblicati dimostravano che lo studio legale Mossack e Fonseca di Panama aveva creato 200 società offshore, ovvero società che aiutavano individui, aziende e/o imprese a evadere le tasse in tutto il mondo, sfruttando quei Paesi – come Panama – in cui le tasse sono molto basse, a volte pari quasi a zero, e la segretezza delle proprietà di società e conti correnti rende non rintracciabile gran parte, se non tutta, la ricchezza. Lo scandalo di caratura mondiale ha macchiato la reputazione del Paese panamense. Ed è proprio per questo che l’odierna uscita di Panama dalla ‘black list’ dell’UE, e quella dello scorso 28 giugno per l’OCSE, rappresentano un enorme passo avanti in termini di trasparenza e global Governance fiscale per il Paese centroamericano.

Abbiamo analizzato il traguardo panamense insieme a Angelo Cremonese, docente di Scienza delle Finanze presso l’Università Guido Carli Luiss di Roma.

 

Ci può spiegare che cos’è un Paese ‘paradiso fiscale’?

Con il termine ‘paradiso fiscale’ ci si riferisce a quei Paesi con una normativa tributaria particolarmente favorevole, normalmente, per gli investimenti offshore, ovvero investimenti realizzati da soggetti stranieri – come grandi aziende e multinazionali – nei Paesi paradisi fiscali, ma che hanno un’attività esterna al Paese in cui investe. Mi riferisco, ad esempio, a una holding finanziaria che ha partecipazioni in tutto il mondo, e magari un quartier generale soltanto nel Paese paradiso fiscale. Così facendo si evita di pagare imposte su molti tipi di reddito come dividendi, interessi, royalties, o su altre forme di attività con plusvalenze, capitalgain e altro. È, quindi, una legislazione dedicata in genere all’esterno. Esistono, poi i paradisi fiscali che, invece, hanno una sorta di tassazione forfettaria che riguarda tutti, sia i residenti che i non residenti, e quindi sia attività interne che esterne. Attraverso questa politica il Paese cerca evidentemente di attrarre investimenti e insediamenti produttivi e altro. Normalmente questo tipo di attività, e questo tipo di offerta, non si limitano soltanto agli aspetti fiscali, ma sono collegate anche ad aspetti finanziari. Infatti, per paradisi fiscali si intendono anche quei Paesi dove non c’è trasparenza nelle informazioni finanziarie. Questo implica un segreto bancario molto rigido e, quindi, un’attività di tipo finanziario non molto attenta agli aspetti dell’auto-riciclaggio e dell’antiriciclaggio. In questo modo, vengono offerti una serie di servizi utilizzati a volte anche da soggetti che non agiscono nell’ambito della legalità o borderline.

Quindi nei paradisi fiscali è più facile riciclare denaro?

Sì, normalmente questo è uno degli elementi riscontrati sui cui sia l’UE, che il Fondo Monetario Internazionale, hanno basato il loro giudizio per far uscire – o meno – un Paese da una ‘black list’. Pertanto, considerando anche la trasparenza finanziaria come elemento fondamentale per l’uscita di un Paese dalla ‘lista nera’, per le organizzazioni un Paese non doveva soltanto modificare le normative tributarie, ma soprattutto doveva avere un’adozione di politiche di trasparenza e di legalità sui flussi finanziari.

Qual è il fattore che accomuna tutti i Paesi riconosciuti come paradisi fiscali?

Di solito sono Paesi che non hanno grandissime dimensioni. Generalmente, il loro interesse è attirare capitali, e non hanno grandi risorse economiche proprie. Ulteriore fattore comune potrebbe consistere in un regime politico abbastanza semplice, dove l’opinione pubblica non esercita una grandissima spinta. Ritengo opportuno, a tal proposito, ricordare che alcuni paradisi fiscali non tradizionali esistono tutt’ora, e sono in qualche modo autorizzati.

A quali Paesi si riferisce quando parla di paradisi fiscali non-tradizionali autorizzati?

Abbiamo dei regimi fiscali particolarmente favorevoli anche nella stessa Unione Europea, basta pensare a Olanda, Lussemburgo, Belgio o Irlanda. E’ opportuno, in tal senso, richiamare il recente dibattito e clamore venutosi a creare per il trattamento tributario riservato dall’Irlanda nei confronti dei colossi come Google, Amazon, Facebook, etc..Anche in questi casi di assoluta trasparenza, il regime fiscale particolarmente favorevole che è stato riservato alle multinazionali straniere in un determinato Paese -in questo caso l’Irlanda- può creare le condizioni di essere di fatto una forma di paradiso fiscale. In generale, nel paradiso fiscale tradizionale il trattamento universale prevede tasse praticamente a zero, trattamenti forfettari, segreto bancario assoluto e mancanza di trasparenza. Ma questi paradisi tradizionali sono in via di estinzione.

Per uscire dalla ‘black list’ Panama, come gli altri 7 Paesi, avrebbero garantito un impegno di alto livello politico. Di che impegno si tratta?

Gli impegni politici di cui si tratta non possono che essere legati agli aspetti per i quali un Paese si trovi nella ‘black list’, e cioè il regime fiscale e la trasparenza. Quest’ultima ha un effetto sia fiscale che finanziario. La trasparenza fiscale significa rispondere a uno scambio di informazioni riguardo altri Paesi, per evitare che ci possa essere un regime tributario favorevole per i non residenti. La trasparenza finanziaria, invece, è legata alla trasparenza del mondo bancario e finanziario, e consiste nel fornire informazioni e ad adottare politiche che contrastano il riciclaggio di denaro sporco, o quello di provenienza di evasione fiscale. In questo caso si tratta di adottare degli standard di complients in linea con quelli degli altri Paesi a livello internazionale.

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