giovedì, Febbraio 20

Palestina: un pessimo piano da ‘ingoiare’ ‘Se non lo ‘ingoiate’ che farete?’, avevamo richiesto all’Ambasciatore di Palestina in Italia. La risposta sembra avanzare: che il piano possa semplicemente essere rigettato non è affatto detto

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Il ‘piano del secolo’, secondo il Presidente americano Donald Trump, l’‘inganno del secolosecondo il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, una ‘dichiarazione di guerra ai palestinesi’, secondo i vertici di gran parte delle organizzazioni palestinesi. Poi in questi giorni le definizioni si sono sprecate. Stiamo parlando del piano di pace per il conflitto israelo-palestinese (Vision for Peace to Prosperity) stilato dalla Casa Bianca in accordo con Israele (non le rappresentanze dei palestinesi) e con alcuni Paesi del Golfo, nello specifico Oman, Bahrain e Emirati Arabi Uniti.
Un accordo che piace certamente oltre che a Trump al Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, alla destra israeliana e americana, ad alcuni degli alleati americani del Golfo, e a ben pochi altri.

Il ‘quel che non va’ per i palestinesi, i punti critici, oramai sono noti, ma rivediamoli in breve.

Annessione ufficiale da parte di Israele degli insediamenti in Cisgiordania (insediamenti illegali in punta di diritto internazionale, come e ancor di più illegale sarebbe l’annessione), circa il 30% della Cisgiordania sarebbe annesso, e Israele cederebbe il 14% di alcune aree desertiche oggi israeliane del Negev. Lo Stato di Palestina (si vede benissimo anche solo da un colpo d’occhio all’ipotetica mappa dei due Stati presentata nel documento di ‘visione’ di Trump) sarebbe unPaese senza contiguità territoriale, frammentato,di fatto un’enclave in territorio israeliano, unico collegamento extra-israeliano l’Egitto. Nessun accesso all’acqua -l’oro blu di un futuro che è già l’oggi (basti vedere la oramai lunga guerra politico-diplomatica tra Egitto e …). Nessun Esercito.Sicurezza interna delegata a Israele. Nessun controllo dello spazio aereo, che sarebbe controllato da Israele. Gerusalemme capitale di Israele, alla Palestina verrebbero assicurati quartieri periferici di Gerusalemme est -Kafr Aqab, Shuafat, Abu Dis-, con capitale Al-Quds. Pieno controllo a Israele di tutte le acque costiere. Nessuna disponibilità delle risorse energetiche(tutte finite sotto il controllo di Israele), dunque, nessuna autonomia economica. Diritto al ritorno negato.

In sintesi, la Palestina sarebbe uno Stato privo di sovranità. Il piano proposto, dunque, priva i palestinesi di quasi tutto ciò per cui hanno combattuto: Gerusalemme est come capitale nazionale, rimozione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, continuità territoriale, controllo sui propri confini e sulla propria sicurezza, insomma, uno Stato sovrano, ‘normale’.
Per il diritto internazionale il piano non solo non sta in piedi, ma è un abominio. Per i palestinesi una presa in giro, per la politica il discorso cambia.


Le bocciature più nette -e per alcuni versi sorprendenti- del ‘piano del secolo’ arrivano da Israele e dagli USA, e non paorze politiche, ma da autorevoli e rispettati osservatori fuori dalla mischia del dibattito politico. enon parliamo delle forse politiche, ma di autorevoli e rispettati osservatori fuori dalla mischia del dibattito politico

La prima grande bocciatura è arrivata dal prestigioso quotidiano israeliano ‘Haaretz’, poche ore dopo l’ufficializzazione del piano, arrivando a sostenere che è un piano fatto apposta per essere respinto dai palestinesi.

Gli analisti americani sono in gran parte sulla stessa linea: il piano non è neanche lontanamente un base per un negoziato, piuttosto la proiezione di quanto gli USA pretendono che i palestinesi accettino, un diktat. In un secondo momento, poi, qualche possibilista si è fatto avanti.
Più che uno sforzo in buona fede per raggiungere la pace tra israeliani e palestinesi, sarebbe, secondo analisti come William F. Wechsler, direttore del Rafik Hariri Center dell’Atlantic Council, un piano costruito per distogliere l’attenzione dalle sfide legali ed elettorali che devono affrontare Trump e Netanyahu, e non è neanche detto che raggiunga lo scopo, mentre potrebbe alzare ulteriormente la tensione, considerando che le destre dei due Paesi ne usciranno certamente galvanizzate. Vi sarebbe il rischio di «polarizzare ulteriormente le relazioni USA-Israele all’interno della politica americana, trasformando lentamente il supporto bipartisan di lunga data a Israele in un altro problema di cuneo interno partigiano, qualcosa che per molti decenni i leader israeliani hanno cercato di prevenire».

Wechsler mette in guardia da un rischio che sarebbe insito nel percorso politico avviato da Trump con il suo piano: a lungo andare queste politiche conducono «inesorabilmente a una terribile scelta tra una minoranza ebraica che cerca di governare indefinitamente su una maggioranza araba, e il tipo di catastrofe violenta che cambia la demografia dell’area».

Sabato, poi, il verdetto della Lega Araba: il piano è respinto, in quanto «ingiusto perchè non rispetta i diritti e le aspirazioni fondamentali del popolo palestinese». Era quanto la dirigenza palestinese auspicava, ovvero una chiara e unitaria dichiarazione di respingimento.
Nonostante le timide aperture di alcuni Paesi arabi, nei giorni scorsi, dal vertice è emerso l’impegno a «non collaborare con l’Amministrazione americana per l’attuazione di questo piano».
I diplomatici arabi hanno insistito sulla necessità di una soluzione a due Stati, compresa la formazione di uno Stato palestinese ai confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale. Il presidente Abu Mazen ha dichiarato di non voler esser ricordato come colui «che ha venduto Gerusalemme». E haannunciato «la rottura di tutti i rapporti con Israele e con gli Stati Uniti Uniti», respingendoufficialmente e categoricamente la proposta degli Usa

«Crediamo ancora nella pace e vogliamo un meccanismo internazionale che attui le decisioni della comunità internazionale. Non stiamo chiedendo l’impossibile, non vogliamo andare contro gli Stati Uniti, vogliamo loro di adottare la nostra posizione». «Il piano di Trump lascia i palestinesi con solo l’11 percento del territorio palestinese. Abbiamo concordato i confini del 1967, che è il 22 percento», ha detto il presidente palestinese, «e ora vogliono portarci via anche quello».

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prevede di tenere una sessione sul piano tra una decina di giorni, con la partecipazione di Abbas, dell’ambasciatore israeliano presso l’ONU, Danny Danon, e dell’ambasciatore americano presso l’ONU, Kelly Craft. La delegazione palestinese si sta preparando a presentare una risoluzione che condanna il piano, che sarà probabilmente bloccato da un veto degli Stati Uniti.

Detto tutto ciò, che il piano possa semplicemente essere rigettato non è affatto detto. Anzi, analisti sia americani che europei ritengono potrebbe avere un qualche futuro.
Non solo i palestinesi dovrebbero respingere la tentazione di rifiutarlo nettamente, dovrebbero puntare a negoziati, nel contesto dei quali provare a difendere la loro causa. C’è chi arriva ritenere che sia proprio questo a cui si sta, molto riservatamente, lavorando, a partire dalla riunione di sabato dei Ministri degli Esteri della Lega araba, dichiarazioni esplosive e retoriche a parte sia di Abu Mazen che degli USA. Funzionari americani nelle ultime ore hanno espresso la speranza che il ‘no’ della Lega Araba sia di prassi, una risposta che di fatto nel tempo si trasformerà in una disponibilità al dialogo, mentre i più oltranzisti ritengono che questa possa essere una sorta di semaforo verde all’immediata annessione della Cisgiordania, assumendo a pretesto il ‘no’ dei Paesi arabi.

Nell’allestire quella che doveva essere una composita intervista all’Ambasciatore di Palestina in Italia, Abeer Odeh, una delle domande approntate era “un pessimo piano da ‘ingoiare’? E se non lo ‘ingoiate’ che farete?”. Ci è stato fatto notare che la formulazione non era molto gradita. Certo, ci viene risposto da uno studioso che da anni lavora sulla questione israelo-palestinese, “molto probabilmente stanno trattando, … nel senso di svendere la Palestina”, e “non è da escludere che, ufficialmente o no, qualcuno per parte palestinese abbia ‘partecipato’ alla preparazione del piano”.

Abu Mazen è un ottantenne visibilmente stanco, sotto tutti i punti di vista, sia umanamente che politicamente, la battaglia è stata lunga e non si vede la luce in fondo al tunnel, anzi. Abu Mazenha ben poche carte in mano. Le opzioni per rifiutare ‘punto e basta’, come dicono di voler fare, sono ben poche.
L’economia palestinese è a pezzi, l’umore dei palestinesi anche, nessuno ha voglia di scontrarsi per davvero con il ‘cospiratore’ americano, e alla fine neanche con quello israeliano, gli alleati arabi in gran parte lo hanno abbandonato, dichiarazioni ufficiali a parte (quelle andate in scena sabato), ciascuno affaccendato dai suoi personalissimi interessi con il partner americano o israeliano.
Non bastasse, l’Autorità Palestinese in questo quadro di cose è in profonda crisi, una crisi tutta interna che vede una parte non trascurabile della popolazione non credere più nell’Autorità, nella sua capacità di dare un futuro democratico ai palestinesi, né tanto meno capace di dare loro uno Stato, arrivando in certi casi a preferire una qualche forma di amministrazione israeliana. L’idea dello Stato di Palestina -‘due Stati per due popoli’- comincia farsi da parte nella testa e nel cuore di alcuni palestinesi, disillusi dall’Autorità, accontentandosi di sperare in almeno uno Stato dove poter vivere con uguali diritti e doveri.
Anche la resistenza in nome del diritto, della difesa del diritto internazionale violato e che creerebbe un precedente grave, sembrano deboli.
Il rapporto con Hamas, che per quanto in questi giorni sembri quasi idillico, con i leader di Ramallah e Gaza allineati su comuni roboanti dichiarazioni, non è destinato migliorare, un crisi che, come si è visto, non fa che logorare la società palestinese.

In ultimo, ma elemento tutt’altro che secondario, anzi, elemento condizionante e decisivo: l’interesse del mondo arabo per la Palestina è sempre più in declino.

Un davvero pessimo bilancio per un Abu Mazen al tramonto del suo percorso politico.

Certo, Abu Mazen ha dichiarato, sabato,l’interruzione della collaborazione con Israele sul fronte della sicurezza, minacciando velatamente di scatenare la violenza (e qui il serbatoio è ancora ben pieno, ma non pienissimo) della sua gente, ma è ben consapevole che la poca voglia di combattere della sua gente sarebbe facilmente e immediatamente soppressa nel sangue, la durezza israeliana è nota. «Abbiamo informato la parte israeliana … che non ci saranno relazioni con loro e con gli Stati Uniti, compresi i legami di sicurezza», ha detto Abbas. Sono però opzioni deboli, forse debolissime. Il vero test della tenuta di questa dichiarazione sarà l’applicazione pratica delle misure connesse. Dal 2015 le istituzioni palestinesi hanno tentato in diverse occasioni di interrompere il coordinamento con Israele, ma con scarso successo.
La leadership palestinese, per altro, dovrebbe incontrarsi di nuovo nei prossimi giorni per discutere dell’attuazione della decisione. Dovranno inoltre elaborare una risposta alla decisione del Ministro della Difesa israeliano, Naftali Bennett, di impedire l’ingresso di merci agricole palestinesi in Israele.

Israele e le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese hanno collaborato a lungo nelle aree della Cisgiordania occupata sotto il controllo palestinese. L’AP ha anche accordi di cooperazione di intelligence con la CIA, che è continuata anche dopo che i palestinesi hanno iniziato a boicottare l’Amministrazione Trump.

«Se lo fa, allora potrebbe finalmente avere un certo potere per negoziare un accordo migliore con gli israeliani», ha dichiarato Fadi Elsalameen, esperto di politica estera presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies (SAIS). «Sono molto scettico sulla sua capacità di farcela».

Gli stessi osservatori arabi hanno sottolineato che la dichiarazione di Abbas è apparsa vaga, dettata dalla mancanza di alternative, non è chiaro se lo abbia davvero fatto, e se, dunque, la metterà in pratica, o se l’abbia soltanto minacciata.

Membri di Al-Fatah, hanno sottolineato che la sospensione totale del coordinamento della sicurezza significherebbe la fine degli accordi di Oslo. «Ciò richiederebbe tempo, a meno che la parte palestinese non voglia sciogliere l’Autorità palestinese, e quindi rendere Israele responsabile legalmente, politicamente e finanziariamente come potenza occupante». Quello di Abbas pare, visto dal Golfo, un avvertimento, suggerendo che dissolvere l’Autorità Palestinese potrebbe essere un’opzione, nonostante sappia che tale opzione potrebbe essere dannosa per lui in particolare, e per i Palestinesi in generale.

Ofer Zalzberg, analista senior dell’International Crisis Group, ha affermato che il piano degli Stati Uniti equivale a una diplomazia coercitiva, e, in questo scontro tra il nazionalismo palestinese, che richiede uno Stato palestinese e il nazionalismo ebraico-israeliano, che intende mantenere quanto in questi anni ha eroso, la leadership palestinese potrebbe decidere il perseguimento di un’escalation calcolata, allentando il coordinamento della sicurezza al fine di dimostrare l’utilità dell’Autorità palestinese a Israele nel frenare la violenza.
Mohammad Masharqa, capo del Centre for Arab Progress di Londra ed ex consigliere dell’Ambasciata palestinese, ha dichiarato ad ‘Arab News’ che è improbabile che il coordinamento della sicurezza finisca a breve. «Il coordinamento della sicurezza è l’ultimo muro rimasto degli Accordi di Oslo e, se cade, deve essere sostituito da una nuova forma di lotta. La fine del coordinamento della sicurezza e la dissoluzione dell’Autorità palestinese richiedono una nuova strategia che richiederebbe tempo e unità nazionale tra tutte le componenti del popolo palestinese», esattamente quella che manca.

Jamal Dajani, ex capo delle comunicazioni del primo ministero palestinese, ha sottolineato come i palestinesi non dovrebbero recidere i legami con gli Stati Uniti, funzionali anche perchè l’accordo di Trump non riflette il sentimento del popolo americano e del Congresso, suggerendo che spazi di manovra ve ne sono.

Sembra più probabile che dopo una prima fase di retorica, dichiarazioni forti, e magari anche minacce di fuoco e fiamme, il vecchio Presidente, e con lui la dirigenza palestine decida, prima di attendere, prendere tempo, poi di sedersi al tavolo delle trattative. Certo non subito, prima si aspetteranno i risultati del voto di marzo in Israele e quello di novembre negli USA, certo potranno essere trattative sotterranee per un bel po’ di tempo, ma sono in molti a credere che a quel tavolo, in un modo o in un altro, prima o poi, i palestinesi prenderanno posto.

Un categorico rifiuto di impegnarsi diplomaticamente non sarebbe nell’interesse del popolo palestinese. La debolezza e la disorganizzazione politica palestinese è un dato di fatto ben noto, si sostiene, ma non è detto che Unione Europea e Giordania in primis, ma anche altri Paesi, non riescano sostenere i leader palestinesi nello sforzo diplomatico volto a raggiungere un accordo più in linea con i tradizionali obiettivi palestinesi permanenti.

Alcune indicazioni in questo senso si possono pure rintracciare nella nostra intervista all’Ambasciatore Abeer Odeh.

Tra le domande respinte dall’Ambasciatore alcune erano dirette a sviscerare problemi di primaria importanza quali per esempio l’accesso all’acqua, la gestione delle risorse energetiche, e quali armi avessero per far fronte alla sfida di Trump.

La retorica che si sente arrivare da Ramallahnasconde in realtà altro, il vero pensiero di Abbas, impenetrabile, su quanto davvero sta considerando e progettando, in nome del realismo che sotto sotto gli appartiene.

Realismo. Dalla Russia alla Turchia all’Egitto, fino al Golfo -quasi tutti i Paesi del Golfo- nessuno ha davvero interesse a battersi contro il piano della Casa Bianca, nessun interesse, né economico, né tanto meno politico.
La Giordania, per quanto il piano non l’agevoli, di certo non ha la forza per opporsi a Trump.

L’Europa è silente, anzi, è direttamente rimasta nello spogliatoio, manco si è tolta i mocassini, per il momento, come sempre se si sta giocando una grande, grandissima partita,

La Cina? No, non partecipa al campionato. Insomma, un pessimo piano da ingoiare, pare, perché -e qui torna la nostra domanda- se ‘non lo ‘ingoiate’ che farete?’ 

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