sabato, Ottobre 24

Palestina: niente luce alla fine del tunnel

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L’Autorità Palestinese sta vivendo una crisi finanziaria drammatica, considerata una delle peggiori della sua storia, essendo entrata in una zona critica in cui si prevede che sprofondi presto completamente. È stata punita, insieme al proprio popolo, per aver deciso di firmare lo Statuto di Roma che le ha permesso di aderire alla Corte penale internazionale e di poter processare Israele per crimini di guerra.

Questa decisione, che incarna il diritto di tutto un popolo, è visto come un affronto. Israele che lo ritiene un insulto, ha immediatamente smesso di versare le entrate fiscali stimate in vari milioni di dollari e che spetterebbero di diritto all’AP in base agli accordi sottoscritti. È questo un modo di agire che il presidente Abbas non ha esitato a definire ‘gangsterismo’, ma che è stato reso possibile da una lacuna nel protocollo di Parigi che regola le relazioni economiche tra l’AP e Israele; questo documento è stato firmato durante gli accordi storici di Oslo che, lontani dall’essere favorevoli ai palestinesi, sanciscono la dipendenza dell’economia dei loro territori a quella delle autorità israeliane occupanti. Si è così assicurato a Israele il pieno controllo dell’economia palestinese, incluse le importazioni, le tasse e i prezzi.

In base a quest’accordo, che i palestinesi rimpiangono di aver firmato, Israele si impegna a versare ogni mese ai palestinesi le tasse doganali e l’IVA sulle merci destinate a loro e che passino per il Paese. Un impegno, però, che viene abbandonato ogni qualvolta lo stato ebraico voglia far pressione sull’AP, così come sta succedendo oggi.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele si opporrà a qualsiasi azione della Corte penale internazionale (CPI) contro i propri militari, dicendo: «Non permetteremo che i soldati e gli ufficiali delle forze di difesa israeliane siano trascinati davanti al tribunale dell’Aia», e ha aggiunto che «i soldati del Tsahal continueranno a difendere lo Stato d’Israele con coraggio e determinazione e, così come loro ci proteggono, noi proteggeremo loro, con altrettanto coraggio e altrettanta determinazione».

Ciò che, però, è definito difesa da Netanyahu, è invece visto come aggressione e crimine di guerra non solo dai palestinesi, ma anche dalle organizzazioni e dalle istituzioni internazionali in difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International e le stesse Nazioni Unite. Appena martedì scorso, Makarim Wibisono, relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi ha concluso un’inchiesta per conto del consiglio per i diritti umani dell’ONU, e ha chiesto a Israele di indagare sulla morte di circa 1 500 civili dei 2 256 palestinesi uccisi durante la guerra di Gaza dell’estate scorsa.

In seguito alla decisione arbitraria israeliana, l’AP si è ritrovata nell’impossibilità di pagare i propri impiegati e i poliziotti, a cui ha potuto assicurare appena il 60% dello stipendio mensile grazie a prestiti ottenuti con difficoltà dalle banche locali, pur senza aver presentato garanzie solide. La conseguenza è che centinaia di migliaia di persone vivono grazie agli stipendi dell’AP, e ora si ritrovano senza entrate proprio quando il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli allarmanti. Sono proprio questi stipendi quelli che permettono all’economia palestinese di sopravvivere e funzionare.

Il loro futuro è tutt’altro che chiaro, e il loro calvario rischia di durare ancora se si considera che, secondo gli alti responsabili palestinesi, il messaggio trasmesso dal primo ministro Netanyahu non vuole rilanciare presto i versamenti di fondi, sicuramente non prima delle elezioni. Questo significa che, fino al mese di maggio, quando verrà formato il nuovo governo, non si prevedono cambi a questo riguardo.

Col carovita sempre più alle stelle, molti palestinesi non riescono più a pareggiare i conti, mentre l’Autorità Palestinese è incapace di superare, o anche solo attenuare, una crisi economica tra le più dure fra quelle vissute dai territori occupati, una crisi che la spinge a prendere decisioni dolorose e impopolari come l’annullamento puro e semplice di alcuni contributi concessi a varie istituzioni in aiuto ai bisognosi o alle famiglie dei martiri, alle vittime di guerra, agli invalidi, alle scuole e alle università. Decine di studenti, per esempio,  hanno organizzato sit‑in e lanciato SOS per render nota la propria situazione, mentre altri sono stati obbligati ad arrendersi e abbandonare gli studi, non essendo più capaci di pagare le tasse prima coperte senza problemi che permettevano agli studenti provenienti da famiglie meno abbienti di continuare a studiare comunque.

Queste condizioni dolorose si aggiungono a tante altre e non smettono di avvelenare gli animi, rischiando di causare una serie di conseguenze preoccupanti. Per il momento, la popolazione subisce impotente, si cova sempre più rabbia, soprattutto a Gaza, dove la sofferenza non ha limite ed è andata ben oltre ciò che si potesse immaginare. Pierre Krähenbühl, direttore dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi, riconosce e sottolinea che «l’abbandono degli abitanti di Gaza è una bomba a orologeria» che potrebbe esplodere contro l’occupazione ma anche contro la figura stessa dell’AP. Ci si inizia infatti a interrogare sul serio sulla sua esistenza, messa chiaramente in discussione dalla situazione attuale e dal fatto che si dovrebbe occupare di nutrire e proteggere cinque milioni di persone pur essendo totalmente privata delle proprie libertà finanziarie ed economiche.

Ancora una volta, gli accordi di Oslo e i loro corollari sono sul banco di giudizio. I palestinesi che sperano che gli accordi finiscano per liberarli dal giogo dell’occupazione e per portarli alla creazione di uno Stato palestinese li definiscono comunque un disastro dal punto di vista politico, economico, di sicurezza e morale. Gli accordi di Oslo, in effetti, vengono definiti sempre più spesso come le basi che hanno sancito l’occupazione, responsabili dell’instaurazione di un’Autorità Palestinese senza sovranità, a discapito dell’OLP, che ha perduto il proprio mandato di unico rappresentante legittimo del popolo palestinese. Sono anche accusati di aver contribuito a creare un processo interminabile di negoziazioni sterili, a rafforzare la dipendenza economica completa da Israele e dagli aiuti stranieri che raggiungono l’85% e che, nella maggior parte dei casi, sono comunque legati a un’agenda imposta. Uno dei metodi consiste nell’associare l’aiuto a pressioni politiche come la famosa decisione del Congresso statunitense di tagliare gli aiuti per calmare gli animi quando i palestinesi hanno deciso di proporre la creazione di uno stato libero e sovrano nelle Nazioni Unite, o in risposta alla decisione di aderire alla CPI e ad altre istituzioni internazionali. Insomma, la lista è lunga, e lo sdegno è generale anche tra l’élite politica di qualsiasi schieramento. Sempre più voci si alzano per chiedere l’annullamento puro e semplice di questi accordi e, di conseguenza, la dissoluzione dell’impotente Autorità Palestinese.

Davanti a questo bilancio negativo e cosciente della rabbia, la delusione e la disperazione popolari, la direzione palestinese ha mantenuto la propria decisione di presentarsi all’Aia, il prossimo primo di aprile, con tre fascicoli tra cui quelli sulla colonizzazione e l’ultima aggressione contro Gaza. Ha anche reiterato di non voler rallentare i tempi della propria offensiva diplomatica lanciata alla fine del 2014, per quanto ne dica Israele, ha deciso di proibire la vendita di prodotti di sei grandi marche israeliane e ha convocato una riunione del consiglio nazionale dell’OLP. Quando si è tenuta questa riunione, mercoledì 4 marzo 2015, il presidente israeliano Mahmoud Abbas ha chiesto al consiglio nazionale, che fa le veci di parlamento dell’OLP e riunisce l’insieme delle componenti politiche palestinesi, di decidere sul futuro dell’AP e di rivedere l’insieme delle relazioni con Israele.

«Il consiglio nazionale è la più alta istanza del popolo palestinese e, in quanto tale, deve studiare come avere un’Autorità che goda di una sovranità garantita in partenza e come far sì che gli impegni presi al momento della firma degli accordi vengano rispettati da tutte le parti», ha sottolineato Mahmoud Abbas parlando del mancato rispetto di Israele.

Abbas ha però anche annunciato, rischiando di screditarsi agli occhi del popolo, di essere pronto a negoziare coi prossimi dirigenti israeliani che verranno eletti il 17 marzo, sempre a condizione che, prima di tutto, Tel Aviv interrompa le proprie attività espansionistiche e liberi i prigionieri politici. Questa posizione, improvvisamente favorevole a una ripresa dei negoziati, è il risultato delle pressioni arabe e statunitensi; fonti palestinesi hanno affermato che, durante un colloquio telefonico, Kerry abbia immediatamente chiesto ad Abbas di evitare l’annullamento degli accordi politici ed economici già firmati con Israele, così da permettere la ripresa delle trattative di pace nell’ambito delle elezioni nazionali del 17 marzo.

Siamo punto e a capo, o stiamo per assistere a un cambio radicale da parte dei palestinesi? Molti di loro lo sperano di tutto cuore, ma molti altri ritengono impossibile tornare alla situazione precedente a Oslo tramite accordi scritti o una dichiarazione dell’OLP. Per loro, le cose non saranno mai più come prima.

 

Traduzione di Emma Becciu

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