giovedì, Febbraio 20

Palestina: la ‘visione’ di Trump e il diritto internazionale Il diritto internazionale non considera uno Stato, un territorio dove il soggetto non abbia piena sovranità, anche militare, o che sia soggetto al potere di un altro Stato. Ci vuole una farfalla gialla sul filo spinato che divide Israele dai palestinesi

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Nel 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione famosa, la risoluzione 181, con la quale, a causa delle gravi tensioni in atto in Palestina, prendeva atto dello stato di fatto per il quale la popolazione ebrea andata e in parte portata in Palestina tra la fine della Prima guerra Mondiale e la fine della Seconda si era insediata in maggioranza in una parte in qualche modo identificabile del territorio della Palestina, mentre la popolazione araba ivi abitante da tempo immemorabile, a sua volta in una parte riconoscibile. Che ciò fosse accaduto anche a prezzo di scontri frequenti e sanguinosi, mai impediti dalla Amministrazione britannica, e che a ciò si fosse aggiunta una progressiva assunzione di funzioni amministrative e organizzative da parte della popolazione ebrea, favorita dalla amministrazione medesima, è irrilevante. Ma sta in fatto che le Nazioni Unite presero atto della realtà effettiva, per trarne le conclusioni.

Preciso che quando parlo di Palestina, mi riferisco alla Palestina rimasta tale sotto l’Amministrazione britannica dopo l’acquisizione del mandato su quel territorio, nel 1922, che però riguardava l’attuale Palestina e l’attuale Giordania, che fu separata dal resto del territorio in vista della costituzione ivi di uno Stato che nascerà successivamente: la Giordania.
Il diritto internazionale, fa assoluto divieto di dividere i territori coloniali, ma la Società delle Nazioni non protestò, mentre protestò, debolmente, per il trasferimento su quel territorio da parte britannica di ebrei in gran parte europei e russi. Di nuovo il diritto internazionale fa divieto di trasferimento di popolazioni in territori sotto dominazione coloniale, o comunque di acquisizione (ad esempio per occupazione bellica), nella misura in cui ciò possa incidere sulla natura culturale (etnica) della popolazione stanziale sul territorio. Solo per fare un esempio, l’Italia fu aspramente criticata per il trasferimento di cittadini italiani in Alto Adige durante il fascismo, e una delle conseguenze fu che, dopo la seconda guerra mondiale, all’Italia fu lasciata la sovranità sull’Alto Adige a condizione di preservarne la natura culturale ed etnica, cose che l’Italia ha fatto egregiamente.

La risoluzione 181 di cui parlavo, preso atto della situazione sul terreno, ‘decidevache nascessero sul territorio della Palestina due Stati: uno ebraico e uno arabo-palestrinese. I palestinesi, perciò la precisazione, hanno caratteristiche culturali peculiari che li differenziano da altri arabi. Non solo, perché la risoluzione definiva con precisione i confini dei due futuri Stati, sostanzialmente su quella che oggi chiamiamo la ‘linea’ verde che dovrebbe, appunto, separare il popolo di Israele da quello della Palestina. Inoltre, la risoluzione, stabiliva che Gerusalemme restasse una ‘città libera’, data la sua natura di centro di diverse religioni, benché in parte sotto controllo degli ebrei e in parte dei palestinesi.

Nel 1948, dopo varie vicende delle quali ho già parlato, lo Stato di Israele si costituì sul territorio indicato dalla risoluzione 181, ma non si costituì quello palestinese, perché i palestinesi e i Paesi arabi si opponevano a quella che ritenevano una appropriazione di territori loro da parte di entità estranee, e quindi volevano la costituzione di uno stato di Palestina sull’intero territorio, che sarebbe stato dunque un territorio multi-religioso e, se vogliamo, multi-etnico.

Ho scritto che Israele ‘si costituì’. Normalmente i territori coloniali diventano indipendenti in due modi: perché sul territorio la potenza coloniale ‘costituisce’, insomma crea, il nuovo Stato e poi se ne va, oppure perché il popolo di quel territorio si ribella allo Stato coloniale, combatte e vince e caccia la potenza coloniale. In entrambi i casi il nuovo Stato è ‘successore’ della potenza coloniale: viene ‘creato’, oppure si ribella, ne caccia gli amministratori e diventa autonomo.
Non così in Palestina, perché la Gran Bretagna abbandonò improvvisamente il territorio, senza costituire, come faceva normalmente, il nuovo Stato. Per cui, Israelenasceletteralmente nel 1948 su quel territorio e quindi non è successore di nessuno, anche se, nell’atto con cuisi costituisce’ (Declaration of the Establishment of the State of Israeldichiara esplicitamente di farlo in applicazione di quella Risoluzione 181.
Il diritto internazionale stabilisce che se su un determinato territorio, che non appartiene a nessuno (e questo era il caso della Palestina!), si costituisce un soggetto, se questo soggetto riesce a restare in vita e a difendersi da eventuali attacchi esterni, è a tutti gli effetti uno Stato perfettamente legittimo.

Israele, dunque, non solo si auto-istituì, ma, siccome fu attaccata da altri Stati e riuscì a difendersi perfettamente, al punto che riuscì anche aprendersiil territorio del Negev (destinato dalla AG alla Palestina) e occupò Gerusalemme ovest, cioè una parte di quella che doveva essere una città unitaria, a disposizione, diciamo così, di entrambi i futuri Stati, ha, per così dire, consolidato la propria esistenza, dimostrando di essere in grado di difendere il proprio territorio.

A partire da quella data, la situazione di conflitto tra Israele e i Paesi arabi, che avevano occupato la parte araba della Palestina secondo la risoluzione, divenne endemica. Vi furono varie guerre successive, a cominciare da quella del 1967, a seguito della quale Israele occupò militarmente tutta la Palestina araba.
Il diritto internazionale stabilisce (Convenzioni di Ginevra, che Israele non ha ratificato, ma che sono considerate unanimemente norme valide per tutti) che l’occupante militare non può né acquisire il territorio per portarlo sotto la propria sovranità, né imporvi la propria legge: cioè l’occupazione è un fatto del tutto provvisorio, il territorio dovrà essere restituito al legittimo ‘proprietario’ chiunque esso sia, ma certamente non lo Stato occupante.

Nel 1991, il capo del movimento di ribellione alla occupazione israeliana, Yasser Arafat stipulò un trattato con il Presidente Yitzhak Rabin -gli accordi di Oslo-, nel quale si stabiliva il modo in cui Israele avrebbe lasciato progressivamente il territorio della Palestina, fino a permettere alla stessa, ripreso il controllo del territorio, a cominciare dal fiume Giordano e quindi del confine con la Giordania, di costituirsi a sua volta in Stato indipendente. L’accordo era completato da uno scambio di lettere con cui la Palestina, attraverso Arafat ‘riconosceva’ Israele e viceversa.
Nel frattempo, e prima e dopo l’accordo di Oslo, sul territorio della Palestina Israele insediava, acquisendone il territorio, degli insediamenti (delle cittadine e dei terreni) che sottraevano territorio alla futura Palestina, costruiva un muro che divideva i due territori (ma in gran parte sottraeva spazi alla Palestina) e continuava una presenza militare in Palestina. Da dove non mancavano di partire attacchi di vario genere, per lo più di tipo bellico, come attacchi a postazioni militari, lanci di missili, ecc.

Dopo lunghe riflessioni in questi giorni, Donald Trump propone quella che chiama unavisioneper la soluzione del problema.
La soluzione consiste nella nascita, al termine di negoziati tra Palestina e Israele, di uno Stato (che quindi è solo eventuale) il cui territorio è la parte residua della Cisgiordania attuale, tolta la fascia lungo il Giordano, che costituirà così il Confine non della Palestina, ma di Israele con la Giordania, e che, inoltre, priverà la Palestina dell’unica vera fonte di acqua.
La Palestina così, forse, nata, non solo non potrà avere un Esercito, ma nemmeno un aeroporto. E sarà sottoposta al controllo israeliano per motivi di sicurezza.
Vale la pena, in un documento di ottanta pagine (provate leggerlo), in gran parte complicate e poco utili, la frase di presentazione proprio di Trump: «A realistic solution would give the Palestinians all the power to govern themselves but not the powers to threaten Israel. This necessarily entails the limitations of certain sovereign powers in the Palestinian areas … such as maintenance of Israeli security responsibility and Israeli control of the airspace west of the Jordan River. This Vision creates a realistic Two-State solution in which a secure and prosperous State of Palestine is living peacefully alongside a secure and prosperous State of Israel in a secure and prosperous region».
A ciò si aggiunga che, non solo l’acquisizione da parte di Israele dell’intera Gerusalemme sarebbe mantenuta, ma che il futuro (eventuale) Stato di Palestina potrebbe istituire il proprio Governo in alcune cittadine a est di Gerusalemme, non a Gerusalemme.

Il diritto internazionale non considera uno Stato, un territorio dove il soggetto non abbia piena sovranità, anche militare, o che sia soggetto al potere (qualunque esso sia) di un altro Stato.
Per fare un esempio non è, per il diritto internazionale, uno Stato il Principato di Monaco, anche se si finge che lo sia perché è utile, e non lo sono stati i cosiddetti Bantustan creati dal Sud Africa per le varie tribù nere, rispetto ai quali l’intera Comunità internazionale ha lungamente protestato finché non sono stati cancellati con la costituzione dello Stato non razzista del Sud Africa.
Si potrebbe approfondire l’analisi, ma credo che sarebbe noioso.

Non faccio commenti, salvo due.
La signora Liliana Segre, cui va tutta la mia stima e il mio affetto come a tutti gli ebrei che abbiano o meno subito persecuzioni, ha detto al Parlamento Europeo che non comprende come «Anche oggi qualcuno non vuole guardare e anche adesso qualcuno dice che l’Olocausto non è esistito», e che «Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali: che siano in grado di fare la scelta della non indifferenza e, con la loro responsabilità e la loro coscienza, essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra i fili spinati». Mi verrebbe da chiederle -ma chi sono io per farlo?-, non pensa di poterlo fare quel piccolo volo sul filo spinato che divide Israele dai palestinesi?.

Sarebbe interesse, ovviamente italiano ma non avendo un Ministro degli Esteri non credo ci sia da attendersi nulla, dell’intera Europa analizzare a fondo lavisionedi Trump, non per criticarla o per opporsi al piano di pace del medesimo, vista la nota ‘timidezza’ europea, ma per le numerose affermazioni in contrasto con norme elementari di diritto internazionale, rispetto alle quali sarebbe beneprendere le distanze’ … hai visto mai!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.