giovedì, Febbraio 20

Palestina: Arabia Saudita in impasse L’ambiguità di Ryad rispetto al piano Trump riflette un dissidio che è più ufficiale che ufficioso, in nome dell’opposizione a Teheran

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Nel gioco di specchi che è ormai diventato il Medioriente, nulla è solo quello che appare. Tantomeno quando si parla di Palestina: se si considera, infatti, la recente presentazione da parte del Presidente americano Donald Trump del suo piano ‘storico’ di risoluzione dell’annosa questione israelo-palestinese, anche dietro a quelle che potrebbero sembrare posizioni ambigue, si celano strategie ben precise.

In questa prospettiva, se alcuni Paesi, come la Turchia e l’Iran, oltre ovviamente all’Autorità Palestinese, hanno rigettato immediatamente la proposta statunitense, altri, tra cui l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e, ancor più importante, l’Arabia Saudita, hanno manifestato aperture che, tuttavia, sono state subito smentite. Almeno ufficialmente, come dimostra la dichiarazione sottoscritta sabato scorso dalla Lega Araba.

Per spiegare l’atteggiamento del Paese leader del mondo sunnita, occorre considerare due fattori principali: l’opinione pubblica interna, ma, soprattutto, la politica estera regionale, dove il ruolo all’interno del mondo sunnita e, ancor di più, la rivalità con la Repubblica Islamica finisce per condizionare le scelte e le priorità, anche a costo di dialogare, sebbene non in modo ufficiale, con quello che fino a non molto tempo fa era il nemico giurato: Israele. Nel segno del ‘il nemico del mio nemico è mio amico’ e per rinsaldare l’asse con il protettore oltreoceano, è possibile, per la nuova leadership saudita impersonata dal Principe ereditario al trono, Mohammed Bin Salman, assumere una postura più pragmatica e cercare di mediare su una questione, quella palestinese, che, peraltro, culturalmente e ideologicamente, non è poi, come vedremo, in fin dei conti, così cruciale per i sauditi e quindi, magari, sacrificabile all’altare della ‘realpolitik’? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Dentice, analista esperto di Nord Africa e Medioriente dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale)

 

Donald Trump ha presentato il suo ‘piano storico’ per la risoluzione della questione israelo-palestinese. Nell’immediato, a poche ore dall’annuncio, il Ministero degli Esteri saudita aveva rilasciato, a differenza di Ramallah e di altri Paesi musulmani, un comunicato con toni di apertura, in cui veniva ribadito l’appoggio del Regno “a tutti gli sforzi che puntano ad una soluzione giusta e a tutto campo della causa palestinese”, “apprezza gli sforzi del Presidente Trump nello sviluppo di un piano di pace complessivo” e incoraggia “negoziati diretti fra i palestinesi e Israele sotto gli auspici degli Stati Uniti” per avanzare verso un “accordo che riconosca i diritti legittimi del popolo palestinese”. Dopo poco, però, il Principe ereditario al trono Mohammed Bin Salman ha rassicurato il Presidente palestinese Abu Mazen riconfermando il sostegno saudita. A molti è parsa una posizione ambigua. A lei?

L’ambiguità, in realtà, non è velata. Anzi. È dovuta a tante motivazioni, due almeno: c’è la chiave pubblica saudita, nel senso che la scelta di avere una posizione così sfumata, quasi inesistente dal punto di vista dell’apparizione, è dettata dal fatto che anche a livello di opinione pubblica saudita il piano non è che sia accolto con grande entusiasmo proprio perché riflette quella che è una posizione storica ossia la popolazione non ha tradizionalmente sentimenti filo-israeliani o tendenzialmente a favore di Israele. Questa è una posizione che riguarda i sauditi, ma anche la gran parte dei Paesi della regione. La seconda ragione riflette la convinzione politico-istituzionale e cioè che nell’élite esiste un sentimento di opportunità, dettato dalla possibilità di stringere un rapporto con Israele. Per questo spingono affinché i palestinesi possano trovare un accordo, anche se poi ufficialmente questo non dovrebbe avvenire stando almeno a quanto stabilito dall’ultima riunione della Lega Araba. Queste due dimensioni che si sovrappongono descrivono esattamente il dissidio che c’è in molti Paesi della regione, in cui l’opinione pubblica è contraria, mentre i governi, che non possono essere smentiti in via ufficiale, si espongono ufficiosamente anche con le autorità israeliane e americane dicendo che appoggeranno il piano. Questo è il dissidio di fondo che causa l’ambiguità.Ambiguità che è a livello ufficiale, ma non ufficioso dove Ryad può far pesare la sua rilevanza e imporre le sue scelte.

Si può leggere, dietro la presenza dei rappresentanti di Emirati Arabi Uniti, Oman e Bahrein alla presentazione del piano da parte di Trump, il sostegno, l’assenso silenzioso e implicito dell’Arabia Saudita? 

Assolutamente sì, un silenzio-assenso nel senso che da un lato c’è un’assenza totale a livello di immagine dell’Arabia Saudita, dall’altra si certifica una sua presenza attraverso soggetti vicini. A livello ufficiale non si è espressa pur ribadendo la sua contrarietà al piano. Quindi un’ambiguità dovuta a alla doppiezza sopracitata. Non si può incorrere nell’avere una posizione, anche pubblica, fragile, ma allo stesso tempo non si può negare l’interesse particolare che hanno i singoli Stati nel perseguire una propria strategia di politica estera: in questo caso, si vede l’Arabia Saudita che intende sfruttare il Piano Trump per avere opportunisticamente una coincidenza di interessi con Israele in funzione anti-iraniana.

Quali potrebbero essere i punti del piano proposto da Trump che Ryad potrebbe tollerare in nome della ‘realpolitik’?

Tendenzialmente la parte in cui è presumibile immaginare anche un impegno saudita è il framework economico, ossia la parte che riguarda i cosiddetti 50 miliardi di dollari di investimenti sui quali, però, ci sono diversi dubbi perché non è chiaro se siano aiuti, donazioni, chi li dovrebbe fare, ecc… Però questa parte del piano Trump era già stata presentata la scorsa estate al workshop in Bahrein, fortemente sponsorizzato dall’Arabia Saudita, che si è sempre espressa a favore di una posizione di compensazione nelle dinamiche negoziali della questione israelo-palestinese: infatti, fin dal piano saudita degli anni ‘80, ma anche in anni più recenti, Ryad ha sempre premuto per una parte economica nella quale avrebbe potuto avere un ruolo di compensazione, elargendo aiuti o favorendo un ruolo arabo nell’elargire aiuti. Questo è quello che si può presumere potrà essere il ruolo dell’Arabia Saudita.

I palestinesi hanno rigettato l’accordo, non riconoscendo, peraltro, legittimità alla mediazione americana. Anche l’Arabia Saudita può negare questo riconoscimento a Washington?

La vedo un po’ più difficile, perché questo piano investe in prima persona anche il ruolo degli Stati Uniti. Anzi è un ruolo definito proprio dagli Stati Uniti benché qualcuno dica che  sia stato Netanyahu a tirare per la giacchetta Trump, imponendo la sua agenda. Quello che è certo è che difficile immaginare, in questo momento, una proposta alternativa quando in realtà non ce ne sono. Lo abbiamo visto dai comunicati ufficiali delle diverse cancellerie internazionali: anche i russi, che hanno un ruolo importante in Medioriente, non hanno una posizione diversa; l’Unione Europea, anche in questa circostanza, non è intervenuta. Perciò è difficile immaginare che i sauditi possano distaccarsi da quello che è un partner storico e da quello che è, ad oggi, l’unico attore con il quale possono intraprendere un certo tipo di interazioni, anche questa volta in chiave regionale e anti-iraniana.

Negli ultimi anni, il sostegno politico riservato dall’Arabia Saudita alla causa palestinese è sembrato andare modificandosi. In che modo?

L’atteggiamento saudita è cambiato soprattutto con l’attuale reggenza, o meglio con l’attuale dominus che è il Principe ereditario Mohammed Bin Salman, ma già negli ultimi decenni la questione era notevolmente cambiata: il precedente sovrano, Re Abdullah, aveva sì sempre avuto un ruolo importante di appoggio ai palestinesi, cosa che è in continuità anche oggi, tuttavia, un po’ per il contesto internazionale, un po’ per quelle che sono le strategie dei singoli attori, queste dinamiche sono state un po’ stravolte. Da questo punto di vista, l’attuale Re è sicuramente sulla linea tradizionalista, ossia di appoggio ai palestinesi, però colui che, dalle retrovie, dirige un po’ la politica estera, di sicurezza e anche economica del Paese, Mohammed Bin Salman, è un uomo di rottura con quelle che sono le tradizioni del passato e, come il suo ‘collega’ Principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed Bin Zayed, ha intrapreso un certo tipo di politica estera che guarda più a nuovi attori, come gli israeliani, e, in un certo senso, in modo distaccato alla questione tradizionale filo-palestinese.  In questo senso, anche la posizione dell’Arabia Saudita è un po’ distante da quella che è la tradizione e cerca costantemente di divincolarsi da quello che era e rimane un peso politico in termini di opinione pubblica, ma che in termini di agenda politica dei singoli Paesi, ha una rilevanza sempre minore perché concepita come una questione prettamente israelo-palestinese.

In quest’ottica si inserisce anche la crisi dei rapporti tra Ryad e Hamas che, nonostante non rappresenti la totalità palestinese, ne è comunque un attore importante. 

E’ assolutamente vero. Certo, Hamas non è l’ANP e l’ANP non è Hamas, ma sono sicuramente i due attori principali. E’ anche vero che Hamas, negli ultimi anni, è stata fortemente corteggiata dall’Arabia Saudita su tutte quelle dinamiche geopolitiche che hanno coinvolto il Medioriente in questo sistema di schieramenti e di alleanze pro o anti-Iran. Chiaramente Hamas è stata sempre un outsider ed ha avuto posizioni oscillanti, a seconda anche di quello che è il suo interesse. Oggi Hamas ha una posizione che è ufficialmente, o tendenzialmente, in favore dei Paesi arabo-sunniti, però è innegabile che gran parte del suo corpo politico guardi all’Iran e non in termini di vicinanza religiosa o ideologica – che non c’è –, quanto dall’opportunità di non rimanere isolato o schiacciato a livello regionale. Quindi per poter definire una propria linea politica anche in antagonismo con l’ANP, che è un soggetto debole da diversi decenni e che, vuoi o non vuoi, rimane in vita anche per una questione di opportunità politica dei leader della regione che considerano l’ANP estremamente fragile anche rispetto alla stessa Hamas. Quindi parliamo di una questione sì complessa, ma che vede anche un po’ di dinamiche interne sovrapporsi a quelle esterne.

E il sostegno economico saudita alla causa palestinese come è andato modificandosi? Si è ridotto?

L’impegno, in realtà, non è stato mai ben definito, ma oscillante. Abbiamo visto come l’Arabia Saudita, negli anni, abbia ridotto sempre di più il suo impegno politico ed economico in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, territori dove poi si sono inseriti altri attori: da un lato l’Iran, che ha cavalcato sicuramente tutta la questione israelo-palestinese per i propri interessi politici; dall’altro la Turchia, il Qatar che, negli ultimi anni, si sono dimostrati degli avversari dei sauditi. In questa dinamica, abbiamo visto come quello che veniva riconosciuto come il leader morale del mondo arabo sunnita mediorientale ha sì assunto una sua nuova postura, ma l’ha assunta in ragione di cosa presentava lo scenario della regione. Oggi la posizione saudita è di ritorno nell’arena palestinese, ma un “ritorno tattico” dettato dall’opportunità politica. A livello economico, sono più presenti gli stessi Emirati Arabi che non l’Arabia Saudita. Ad ogni modo, questo tipo di scenario non può essere analizzato se non nell’ottica della contrapposizione all’Iran. Anche lo stesso schema Israele-Palestina ha una sua rilevanza in un’ottica anti-iraniana: infatti i sauditi hanno mostrato più interesse ad agire nello scacchiere di Gaza che in quello cisgiordano.

Ad oggi, quale schema di soluzione della questione israelo-palestinese trova l’Arabia Saudita più concorde? 

Anche su questo, non è facile scorgere una posizione ufficiale. Diciamo che abbiamo più posizioni ufficiose, e tra queste, si scorge un appoggio al piano Trump in senso più ampio, una pressione in termini politici sull’Autorità palestinese ad accettare il piano americano e, in tutto ciò, però, non c’è un’accettazione nella sua totalità dello stesso piano perché ci sono questioni che ancora restano in bilico come lo status dei palestinesi, la questione di Gerusalemme stessa che non è un problema di poco. Questi problemi creano ancora oggi delle difficoltà ai sauditi nel definire una posizione univoca, però, se dobbiamo basarci su quello che sappiamo, di sicuro c’è un interesse saudita a favorire un’accettazione da parte palestinese del piano Trump e quindi a dare un riconoscimento, se non in toto, almeno parzialmente, al piano stesso.

E quali modifiche potrebbe voler apportare Ryad al piano Trump per renderlo più accettabile agli occhi palestinesi? 

Sicuramente la parte più importante dal punto di vista simbolico è la questione dello status di Gerusalemme. C’è poi la questione dello status dei rifugiati che non sarà accettata da nessuno anche per una questione di demografia: qualora ritornassero le generazioni delle generazioni palestinesi del 1948, sarebbero una maggioranza all’interno di quello che sarebbe lo Stato israeliano, creando un nuovo caso di tensione.

E gli insediamenti israeliani?

Anche questi potrebbero essere oggetto di una proposta di modifica, ma rileggendo le dichiarazioni o il sotteso alle dichiarazioni, intravedo maggiore possibilità di successo o comunque di creare influenza sui palestinesi se si interagisce sullo status di Gerusalemme.

Che rimane, dal punto di vista storico e religioso, uno dei nodi più spinosi. 

Certo e quando parlo di Gerusalemme non mi riferisco solo alla questione di Abu Dys. Un tema cruciale è la gestione dei luoghi santi, che può sembrare una questione di poco conto, ma, di fatto, nella nuova proposta Trump rimane altamente sensibile: quello che era un luogo ad accesso e gestione riservata unicamente palestinese e giordana, oggi passerebbe totalmente in mano agli israeliani. E questo sarebbe un problema e uno schiaffo morale ai palestinesi. In questo focus, i sauditi potrebbe avere un ruolo. E questo proprio perché i sauditi, neanche troppo segretamente, da anni lavorano a sostituirsi agli stessi giordani in questo ruolo di gestione deiLuoghi Santi, permettendo ai sauditi di diventare la potenza morale dell’intero mondo musulmano mediorientale e non solo.

Quindi ai due luoghi sacri dell’Islam, La Mecca e Medina già custoditi dal Regno saudita, si aggiungerebbe la gestione di un’altra città importante per i musulmani?

Esatto. 

Sabato si è tenuto al Cairo il meeting dei Ministri degli Esteri dei Paesi della Lega Araba. Tutti i Paesi, compresa l’Arabia Saudita, hanno sottoscritto una dichiarazione di rigetto del piano proposto da Trump affermando che esso “non rispetta i diritti e le aspirazioni fondamentali del popolo palestinese” e che i leader arabi hanno promesso di “non collaborare con l’amministrazione americana per attuare il piano”. Appare plasticamente la posizione scomoda in cui si ritrova l’Arabia Saudita soprattutto rispetto al mondo arabo sunnita. 

Certo perché costringe i sauditi a giocare più partite: sono partite a scacchi in cui Ryad cerca di curare il proprio interesse. In questo senso, i sauditi sono molto attenti a non increspare i rapporti con gli altri Paesi, ma allo stesso tempo a non farsi sopravvalutare su quelle che sono le pretese regionali.

A questo proposito, Erdogan, che ha subito bollato come “morto” il piano Trump, non ha perso tempo per denunciare il “tradimento degli arabi” alla causa palestinese. Il leader turco sfrutta questa ambiguità di Ryad per insidiare la leadership saudita del mondo sunnita?

Certamente questa strategia potrebbe essere così compresa, ma, in realtà, la Turchia sa benissimo che non può insidiare la leadership saudita solo con la partita palestinese. Infatti, le iniziative di Erdogan, in questi ultimi mesi, sono ad ampio spettro e riguardano più situazioni. Erdogan è portatore di quella ‘terza via’ filo-islamista nell’ispirazione ideologica che trova un appiglio anche nel Qatar, portando avanti un certo tipo di politica estera in favore di quelle che possiamo considerare le ‘Fratellanze musulmane’. In questo senso, la Turchia gioca la sua partita, ma è una partita difficile da vincere, perché parte con un certo svantaggio dovuto al fatto che oggi la politica estera turca, al di là dell’essere così eclatante, è una politica estera estremamente debole, che non trova grandi successi: lo abbiamo visto in Siria, dove rischi di rimanere impantanata in quella che doveva essere un’operazione-lampo, ma che, a distanza di mesi se non di anni, non lo è; lo abbiamo visto in Libia, dove la Turchia rischia di trovarsi in una posizione di stallo e di isolamento; è impegnata in Africa, con un ruolo molto importante in Somalia. Quindi le partite sono tante e tali per cui il rischio di rimanere isolata e schiacciata tra interessi contrapposti è molto forte finché non si iniziano a raccogliere dei risultati. Non ultima la partita del gas nel Mediterraneo orientale, in parte collegata alle questioni libiche. Quindi una situazione che costringe la Turchia ad essere più attenta e ragionata sulle partite da intraprendere con i competitor regionali.

E comunque l’uso strumentale da parte di Erdogan di una retorica fortemente islamista e nazionalista ha, evidentemente, anche un obiettivo politico interno. 

Certamente Erdogan usa una certa narrativa, ben sapendo di parlare ad un certo tipo di pubblico, come fanno un po’ tutti i leader.

Rimanendo al mondo arabo sunnita, a differenza della Turchia di Erdogan, l’Egitto di Al Sisi è apparso concorde con l’Arabia Saudita nel dimostrare un’apertura nei confronti del piano Trump. 

Assolutamente sì. La posizione dell’Egitto è delicata come quella della Giordania. L’Egitto è stato uno dei principali attori per almeno un trentennio sia della politica estera mediorientale sia del conflitto israelo-palestinese. Quindi ha un ruolo importante, da primo attore e difficilmente si può immaginare di ridurre la propria presenza ad un’iniziativa di supporto. Da questo punto di vista, gli stessi egiziani sono molto attenti a definire un proprio ruolo nella questione israelo-palestinese, tenendo a non scontentare la propria opinione pubblica che, comunque, appare tradizionalmente filo-palestinese, ma, allo stesso tempo, cercando di non rompere quelli che sono i rapporti diplomatici e gli interessi di sicurezza, energetici anche con Israele. E’ una posizione sfumata, ma alla ricerca costante di un compromesso tra le situazioni.

Ieri l’Arabia Saudita ha impedito alla delegazione iraniana di partecipare all’incontro dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic) a Gedda dove era in discussione il piano Trump, negando i necessari visti. Teheran ha reclamato denunciando l’ “abuso di posizione dominante” da parte saudita. In che modo, quindi, la questione israelo-palestinese si interseca con la rivalità tra Ryad e Teheran?

Se gli iraniani, fin dagli anni ‘90, hanno iniziato a mettere il cappello sulla causa palestinese, così i sauditi negli ultimi anni l’hanno riscoperta dal punto di vista politico e hanno cercato di sfruttarla in chiave anti-iraniana. Questo è stato molto evidente negli ultimi anni, negli anni delle trattative sul nucleare iraniano e dal 2015 in poi quando la questione palestinese è stata una questione di contratti tra iraniani e sauditi. Ciò non elimina il problema di fondo: gli iraniani hanno una partita grossa su Gaza dove i sauditi hanno inseguito. Ecco spiegata la centralità della rivalità tra Arabia Saudita e Iran e la riscoperta da parte saudita del conflitto israelo-palestinese, soprattutto in chiave di contenimento regionale dell’Iran. Anche il fatto di aver negato il visto alla delegazione iraniana che doveva partecipare alla Conferenza dell’Oic è la dimostrazione che i sauditi vogliono impedire qualsiasi intromissione iraniana puntando a definire un proprio ruolo da primo attore. Come? Cercando di colpire l’Iran in tutti quei conclave o situazioni di multilateralismo regionale in cui sono coinvolti i due attori. Viene dimostrato, inoltre, come i sauditi temano il ruolo e la rete di contatti costruiti negli anni dagli iraniani proprio perché sono stati, in un certo senso, più attivi dei sauditi nel definire un proprio ruolo che li avrebbe dovuti trovare più preparati.

In questi termini, il piano di Trump è indirettamente un assist a Teheran e un colpo a Ryad? 

Sicuramente chi ne esce più avvantaggiato è l’Iran che non ha problemi in questo senso. La posizione saudita è molto più delicata e anche il mantenimento di distinguo e di varie sfumature dimostra come la questione in se non possa essere affrontata con leggerezza. In questo senso non possiamo dire che mette in difficoltà i sauditi, ma di sicuro non li mette in una posizione agevole anche nei confronti della propria opinione pubblica e dello scenario regionale.

Il piano Trump, con le conseguenze che stiamo illustrando per l’Arabia Saudita, rafforza o indebolisce l’asse tra Washington e Ryad?

Diciamo che non lascia grandi problemi tra i due attori nel senso che le questioni che possono colpire maggiormente le relazioni bilaterali riguardano sempre la questione israelo-palestinese ma in chiave di attacco a Israele. In questo momento non mi pare che i sauditi possano avere una posizione contraria agli stessi israeliani, ma allo stesso tempo le questioni bilaterali tra Stati Uniti e Arabia Saudita sono più suscettibili in tema di sicurezza, militari ed energetici che sono poi i tre pilastri della politica estera mediorientale americana.

Come ricordava, Ryad negli ultimi anni sta tentando, seppur non in modo diplomaticamente formale, di allacciare una relazione con Israele, ovviamente in chiave anti-iraniana e quindi ben ricambiata dallo Stato ebraico. Questo è confermato dal via libera dato una settimana fa, per la prima volta nella storia, da Israele ai viaggi dei cittadini israeliani in Arabia Saudita. Il piano Trump potrebbe determinare un arresto, un’involuzione o non sortire alcun effetto sulla prosecuzione di questo processo di avvicinamento?

Penso che prima o poi i due attori dovranno venire alla luce nel senso che da tempo gli israeliani hanno ammesso di dialogare con i sauditi. Quindi non hanno nulla da nascondere. In questa partita, chi ha più da perdere sono i sauditi che giocano su questa situazione di doppiezza. Il punto è che arriverà il momento in cui i sauditi non potranno più celarsi dietro al detto-non detto e alla ambiguità voluta, ma dovranno assumere una posizione chiara. In questo senso, il momento non mi sembra così lontano e se ciò avverrà non sarà prima dei prossimi 4 anni, termine dei negoziati ufficiali sul Piano Trump.

Per comprendere meglio tale rapporto, torna utile tenere presente l’importanza del genero  oltre che consigliere di Trump, Jared Kushner, ideatore del piano proposto dal Presidente. Una figura dai noti legami con Israele, ma anche capace di tessere un ottimo rapporto con il Principe ereditario saudita, Mohammed Bin Salman e quindi cruciale per capire il gioco di specchi dietro l’asse sempre più concreta tra Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita.

È un attore molto spesso considerato di secondo piano, ma, in realtà, è stato capace di giocare un ruolo importantissimo in tutte queste trattative perché di fatto è riuscito a far passare la linea israeliana all’interno dell’amministrazione Trump. Una posizione filo-israeliana che mai in passato gli Stati Uniti avevano sposato così apertamente. Questo è già un merito che gli va riconosciuto pur non apparendo sui media o, in termini di opinione pubblica in maniera veemente come Trump. Kushner è riuscito a costruire una fitta rete di rapporti, anche personali, con i leader americani e mediorientali. In questo senso gli va riconosciuta una grande capacità di dialogo con Mohammed Bin Salman, una dote facilitata dalla giovinezza dei due, ma anche dal fatto che ci sono diversi punti di comune interesse, anche economico. A mio modo di vedere, è un personaggio tutto da scoprire perché nelle dichiarazioni ufficiali non nasconde mai la sua posizione di aperta opposizione ai palestinesi né mostra tentennamenti nel dichiararsi filo-israeliano. Quindi è riuscito a far passare una linea molto chiara nella quale ha beneficiato lui e il suo entourage, affermando la sua figura come chiave all’interno dell’Amministrazione e imponendo personaggi ideologicamente a lui simili, ad esempio, come l’attuale ambasciatore americano in Israele, David Friedman. E’riuscito a consolidare la propria rete di interessi, portando avanti la propria agenda personale.

Mohammed Bin Salman, sebbene sia ancora Principe ereditario e non Re, appare come il dominus della scena politica saudita. Da sempre lavora per rafforzare il legame tra Ryad e Washington e non ha mai nascosto di voler consolidare un’asse contro Teheran, magari anche al costo di dialogare, sebbene non ufficialmente, con Israele. La posizione espressa da Bin Salman sulla questione palestinese trova unanime tutto il governo e la monarchia saudita oppure, al loro interno, esistono posizioni divergenti?

È difficile dare un giudizio di merito. Quello che possiamo dire è che, anche se ci fossero posizioni divergenti rispetto a quella di Mohammed Bin Salman, all’interno della corte reale saudita, queste emergerebbero per due motivi: uno è che ci sono ancora lotte di potere all’interno della famiglia reale. Bin Salman è diventato Principe ereditario in un modo rocambolesco  è molti membri della famiglia reale hanno pagato anche con il carcere. In secondo luogo, si può immaginare che all’interno della famiglia reale molti considerino la questione israelo-palestinese come ormai assillante, ma che va chiusa, che, però, per opportunità politica, potrebbero porsi in una posizione antagonista allo stesso Mohammed Bin Salman per interesse personale. In questo senso, non emergono posizioni ufficialmente contrarie, ma non emergono posizioni ufficialmente a favore. Questo ci porta a considerare il fatto che Bin Salman, soprattutto dopo l’assassinio di Jamal Khashoggi, ha rischiato di bruciarsi politicamente e da alcuni mesi a questa parte la sua posizione è stata più sfumata, apparendo meno in pubblico, rilasciando molte meno dichiarazioni, anche su suggerimento del padre, il Re. Quindi un’attenta strategia a porsi sì come autentico dominus, ma in maniera meno sfacciata. Ecco perché qualsiasi posizione possa emergere dalla famiglia reale sicuramente non sarà molto distante da quella di Mohammed Bin Salman, ma potrebbe essere contaminata da interessi personali.

Più che da rigidità date dall’ideologia religiosa?

Presumibilmente sì. 

Fino a che punto la monarchia saudita può mantenere questa posizione ambigua senza scatenare contestazioni da parte dell’opinione pubblica?

Ad un certo punto, dovranno anche ammettere qualcosa ed è difficile ipotizzare che si possa mantenere il riserbo fino alla fine. A differenza di altri Paesi, sicuramente la popolazione saudita è molto meno legata ai palestinesi. La sentono come una cosa importante ideologicamente, ma più lontana dal punto di vista delle connessioni sociali e anche identitarie. Tuttavia è una questione anche di prestigio: in questo caso, bisogna capire meglio gli ulteriori futuri sviluppi.. Però la contrarietà non sarebbe tale da impensierire l’attuale reggenza o possibile reggenza saudita.

Quindi ancora non è possibile ritenere la causa palestinese politicamente sacrificabile, agli occhi sauditi, all’altare della politica anti-iraniana?

Sicuramente potrà essere una chiave di lettura non nell’immediato, ma si confida nel fatto che le trattative future dovrebbero essere di quattro anni.

L’Arabia Saudita, proprio in virtù della sua posizione ambigua, può giocare un ruolo di mediatore?

L’Arabia Saudita si pone in questi termini, quindi sì, può giocare un ruolo o, quantomeno, lo farà pesare. Bisognerà vedere quale è il frutto del processo negoziale. Molto dipenderà da cosa succederà nelle elezioni israeliane del prossimo mese, se vincerà o meno Netanyahu. I sauditi avranno un ruolo, però molto dipenderà da quello che succederà in Israele e se, di conseguenza, deciderà di annettere i territori visto che, dall’altra parte, i palestinesi si rifiutano di intavolare trattative, lasciando spazio agli israeliani di agire unilateralmente.

Abu Mazen ha annunciato che l’11 febbraio si recherà al Consiglio di sicurezza ONU per presentare una sua proposta di piano. Ryad lo sosterrà o adotterà il low profile?

Io penso opterà per il low profile, ma molto dipenderà da quello che presenterà Abu Mazen: se il piano palestinese presenterà dei punti chiave che possano essere in qualche modo concepiti dai sauditi, quest’ultimi può essere che diano un loro endorsement, anche non completo, al progetto. Questo gli permetterebbe di rimanere in pista su due fronti, senza doversi opporre in modo ufficiale e incorrere in contraccolpi. E poi bisognerà vedere se Abu Mazen andrà alle Nazioni Unite o desisterà.

Quali mosse Ryad dovrebbe fare per uscire dall’impasse? 

Considerando che, da un lato punta a normalizzare le sue relazioni con Israele, può puntare a prendere quello che considera di buono del piano Trump imponendolo in termini di pressioni economiche, politiche e diplomatiche all’ANP, e suggerendo per questo 11 febbraio una proposta che si avvicini alle esigenze più saudite che palestinesi. In quest’ottica, c’è molto lavoro sotto traccia e sulla base di quello che verrà presentato si capiranno anche gli interessi sauditi.

L’annunciata interruzione dei rapporti tra i palestinesi e Stati Uniti e Israele potrebbe aumentare la pressione su Ryad?

Non credo possa spingere i sauditi a prendere qualche posizione perché fa anche un po’ parte del gioco delle parti. Bisogna vedere se anche gli altri Paesi sosterranno la linea palestinese perché, se così fosse, i palestinesi avrebbero una posizione forte da poter opporre. Ma se anche i sauditi e gli altri Paesi arabi la dovessero scegliere, vedo improbabile che sacrifichino i loro rapporti commerciali con Stati Uniti e Israele. Bisogna capire che cosa proporrà Abu Mazen: dubito che possa presentare qualcosa di molto diverso e fortemente impattante perché in quel caso non avrebbe l’appoggio di nessuno.

E poi dovrebbe comunque essere sottoposto alla trattativa con Israele. 

Esattamente. Il rischio è che diventi un gioco delle parti. 

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