venerdì, Settembre 18

Padre Turoldo, un profeta del nostro tempo La straordinaria figura di questo frate servita, più volte esiliato dalle gerarchie ecclesiastiche, riemerge nella sua grandezza nel lavoro teatrale di Renzo Ricchi, giornalista e drammaturgo. Secondo l’autore, la sua voce si fa ancora sentire: “Non ci sarà pace sulla terra finché ci sarà un solo povero sfruttato e umiliato”.

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«….Sentii molto presto il desiderio di schierarmi costantemente contro la miseria. Sapevo bene, io, cosa significava aver fame….E associai il pensiero della miseria a quello dell’ingiustizia. Perchè certi uomini potevano aver tutto, anche troppo, e altri niente? Io andrò a salvare tutti i ragazzi poveri del mondo – pensavo quando pascolavo le mie capre…e sentivo una gran voglia di assumermi tutte le miserie dei deboli, di concorrere alla liberazione dell’uomo sull’uomo…». E’ questo un momento del dialogo tra il  novello padre servita Davide Maria Turoldo e un confratello sui motivi che lo spinsero a prendere i voti. Il dialogo va avanti, tocca il tema della fede,  del rapporto con Dio e con il mondo, il valore del sacerdozio e dell’impegno sociale. Il suo ricordo indugia sull’infanzia, quand’era piccolo e sua madre lo portò con sé al Santuario della Madonna delle Grazie di Udine… «L’altare dell’Addolorata e mia madre, tutt’e due vestite di nero, mi sembravano l’immagine di tutte le donne della terra…forse è stato in quei pellegrinaggi che ho sentito il desiderio di farmi frate…». Questo è uno dei momenti più intensi del lavoro teatrale ‘La porta del silenzio’ che il giornalista poeta e drammaturgo Renzo Ricchi, ha dedicato ad una delle figure più scomode e profetiche (alla don Milani tanto per intendersi) protagoniste di  quella lunga stagione di rinnovamento religioso, tra contrasti  resistenze e ‘persecuzioni’ che hanno segnato gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Messo in scena  al Teatro Le Laudi di Firenze (straordinario protagonista l’attore Alessandro Calonaci, regia di Claudio Spaggiari) proprio alla vigilia del Coronavirus,  è ora pronto a riprendere, pur tra le difficoltà del presente, il proprio percorso. Prossima tappa, probabilmente Milano. Un lavoro che ci aiuta a  conoscere meglio, non solo l’opera poetica di Turoldo, ma la vicenda umana e religiosa di questa «figura imponente e sanguigna  dalla quale fuoriusciva una voce da cattedrale o da deserto, temperata dall’invincibile sorriso dagli occhi chiari, che aveva nella parola Biblica il suo alimento vitale». Così lo definisce il Cardinale mons. Gianfranco Ravasi, che gli è stato vicino in molte delle sue battaglie.

Giuseppe Turoldo, nato nel 1916 e cresciuto in una famiglia di contadini a Caderno in Friuli, nono di 10 figli,  accolto fin dai 13 anni dai Servi di Maria   dell’Isola Vicentina, concluso il noviziato assume il nome di Davide Maria, e presi i voti a Vicenza (1938) si avvia agli studi filosofici e teologici a Venezia, nel ’40 è assegnato al Convento di Santa Maria dei Servi in San Carlo al Corso in Milano, su richiesta del cardinale arcivescovo Schuster, tiene per un decennio la predicazione domenicale nel Duomo. Sono anni terribili che richiedono scelte coraggiose. E David Maria, tra la predicazione e gli studi filosofici a Milano ( si laurerà nel ’46, a guerra conclusa), partecipa attivamente alla lotta antifascista ed alla Resistenza, creando e diffondendo dal suo convento il periodico clandestino L’Uomo, a testimonianza di una scelta verso l’umano contro il disumano. Sostenitore, insieme a don Zeno Santini, del villaggio di Nomadelfia  per accogliere gli orfani di guerra  (“con la fraternità unica legge”), ottiene vari premi  letterari per le sue poesie,  ma è sul versante politico- ecclesiastico che trova  le maggiori avversità, tant’è che le gerarchie spinte da una certa borghesia meneghina lo allontanano, costringendolo ad andare in esilio in Austria e in Baviera e, successivamente, in Inghilterra. Dopo l’elezione di Papa Giovanni XIII potrà rientrare in Italia per prenderà parte attiva al Concilio Vaticano II. A Firenze, incontra Giorgio La Pira, allora Sindacoche lo esorta a trasferirsi nella città del Fiore, per fare ‘con-fusione’ nel senso di mescolare condivisione e ribellione. Qui si unisce al clero “ribelle” dei don Milani, di padre Ernesto Balducci, del quale condividerà la sua visione dell’Uomo planetario, del prete operaio don Bruno Borghi e vari altri che sostenevano le idee e l’impegno del Sindaco Santo. Gli anni Cinquanta-Sessanta sono anni di forti  contrasti sociali e politici, di crisi economica e sociale, di repressione poliziesca, di rigurgiti antifascisti, delle grandi contraddizioni legate al ‘miracolo economico’. Sarà nuovamente  allontanato, stavolta in Canada. La sua vita di lotta a fianco degli ultimi, per scelta evangelica, si snoda sulla scena attraverso situazioni   liete e di grande intensità drammatica. Ci sono momenti in cui Turoldo anticipa con le proprie denunce temi che all’epoca non apparivano  così drammatici  e urgenti come si presentano oggi e riguardano il sistema economico e produttivo del mondo Occidentale, tanto da  chiedersi: «Qual è il costo della società del benessere? Quanto potremo durare sottoponendo il mondo a una simile usura, a un simile folle degrado di energie?» Il suo interlocutore lo invita a guardare con un po’ più di ottimismo alla società affluente  che propone un futuro in cui  la tecnologia sarà dominante  e invasiva anche tra le mura domestiche, il PIL salirà e così i ricavi….perchè così vuole la legge del compro e vendo «….Money money money…..è la nuova religione. In base alla quale si arriva  però è il suo pensieroalla mercificazione dell’uomo: comprato e venduto in base al profitto e all’efficienza,  ove il povero è un serbatoio per una manodopera il meno costosa possibile, da prendere o da buttare…»

E lui, Davide rifiuta quest’idolatria del denaro e del profitto. E ribatte: «Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse: non despota, non padrone di fare  quel che vuole. Diritto di proprietà per tutti, non per uno solo, diritto comune alla proprietà e non diritto individuale…la ricchezza eccessiva di beni materiali equivale a una diminuzione irreversibile delle preziose risorse mondiali. La parsimonia, ecco il valore e l’urgenza della povertà!»

 

A Renzo Ricchi, autore del testo, laico e socialista, chiedo che cosa lo ha attratto di questa straordinaria figura: il suo modo di vivere la fede, che spesso ha generato scandalo, l’ansia di rinnovamento religioso, la sete di giustizia sociale, la vicinanza ai poveri e agli ultimi che da anni le varie sinistre di governo avrebbero perso di vista?

Tutte queste cose sono parte costitutiva del suo  essere religioso,  il lavoro teatrale è costruito sulla base delle sue prese di posizione e dei suoi scritti, niente di arbitrario, e il suo modo di rapportarsi a Dio è  di vivere la fede come scandalo, nel senso osserva mons.Ravasiche deve inquietare  la pigra pace delle coscienze.E quando  Turoldo parla  di fondare la civiltà della povertà,intende indicare una debolezza e un’indigenza reali, poiché nessuno è sufficiente a se stesso e tutti hanno bisogno gli uni degli altri…non c’è un solo Salmo – dice – che non parli dei poveri e, siatene certi, fratelli: non ci sarà pace sulla Terra finché ci sarà un solo povero sfruttato e umiliato.”  E’ evidente che posizioni del genere abbiano incontrato, durante il suo cammino, l’opposizione di una certa borghesia arroccata nella difesa dei propri privilegi e di parte delle gerarchie ecclesiastiche in sintonia con essa,  per cui è stato esiliato più volte. Così è avvenuto durante la Chiesa preconciliare, e così si è trovato davanti ad un blocco di potere di cui Comunione e Liberazione era il collante. Ma la Chiesa-CL – diceva in una intervista –  è come un’eresia, con una fede professata come ideologia, come dottrina, la cui concezionerifiuta la cultura come mediazione fra epoche, civiltà, fenomeni e lotte, un cristianesimo avulso dalla realtà della storia….e’ comprensibile che nello sfaldarsi del mondo cristiano la vecchia gerarchia sia tentata di affidarsi a CL, ma per quale Chiesa? Non certo per quella del Vangelo.” Parole scagliate come pietre le sue, contro tutti i sistemi di potere economico di oppressione  sociale e di violenza, fossero, la Spagna  franchista, il Portogallo Salazariano, la Grecia dei colonnelli, la guerra in Vietnam, gli imperialismi americani o sovietici o le sanguinarie dittature dell’America Latina, tutti fatti di fronte ai quali non esitava a dichiarare che la fede deve essere vissuta in chiave di prassi liberatrice ,riferendosi ad un manifesto degli intellettuali per il Salvador, in cui si appoggiavano le ragioni dei rivoluzionari armati, da lui stesso sottoscritto. Un aspetto che di lui mi ha colpito è che non demonizzava la politica, semmai desiderava una politica alta  che fosse  in grado di operare  con coerenza per la pace e la solidarietà umana, ma precisando che la sua “contestazione” era assolutamente religiosa: “un cristiano deve mettersi fuori dal sistema, battersi per la dignità di tutti gli uomini,  occuparsi delle attese dell’umanità e guardare al mondo intero. “Dio non si lega a nessuno”. Restando alle tragiche vicende di casa nostra,  Bepo, questo era il suo soprannome in friulano, si attivò nel tentativo di salvare la vita di Moro, poi con tristezza e scherno  commentò: i “falchi”  ovvero il “partito della fermezza” saranno soddisfatti…. Senz’anima e senza cuore, anche Gesù ha temuto la morte: il cristianesimo non proclama l’eroismo ma il valore dell’uomo, della creatura….

Quanto ritieni attuali il suo impegno e il  messaggio che ci ha lasciato?

Le questioni che lui poneva e non solo lui, penso a figure di alto valore morale come il Cardinale Carlo Maria Martini, che gli è stato vicino e molti altri, sono ancora aperte e, per certi aspetti, la catastrofe climatica che mette a rischio non solo le risorse ormai esaurite e la vita del pianeta ma la stessa sopravvivenza del genere umano,  si è ulteriormente aggravata rispetto al tempo della sua riflessione sul mondo e il creato  (Turoldo ci ha lasciato nel ’92 all’età di 76 anni).  Quanto alle forze politiche sociali e religiose che avversavano la sua visione della fede  intesa come “fedeltà al Dio dei vivi “ e  desiderio di “vivere nella compagnia dell’umanità”,   sono ancora lì, e cercano di ostacolare ora il messaggio e la prassi di Papa Bergoglio. Ma la voce profetica di  padre Davide Maria Turoldo  si fa ancora sentire, con i  suoi dubbi e la sua incrollabile fede.  

Già, i dubbi, li esprime anche in una delle ultime scene quando si chiede se Cristo è veramente risorto, se la stessa Chiesa ha mai creduto che sia veramente risorto….

Certo, Turoldo ha passato anche momenti di  grande sconforto, ma il dialogo-monologo  con il Crocefisso quasi sul finale sembra restituirgli fiducia: Bepo, ciò che si fa di buono non scompare, sono semi che affidiamo alle zolle della vita, alle zolle dell’anima….Ma la globalizzazione, la guerra economica tra i continenti, l’intelligenza artificiale sono mostri che possono distruggere i semi…. Bepo,l’uomo bisogna amarlo ma occorre anche aver fede nella sua parte migliore, quella bontà che risorge sempre dalle ceneri della storia, bisogna  parlare ai loro cuori, con parole d’amore invece di invettive e slogan, parole semplici, umili. Ama il prossimo tuo come te stesso….Come sarebbe stato, e come sarebbe oggi il mondo, senza quelle modeste parole di Gesù?”. Bepo, la salvezza passa anche dal dolore. Verrà il tempo della pace e dell’amore. La sfida è gigantesca…Il bene o il male? Se non crediamo in questo, io e te, che ci stiamo a fare? “  Parola del Signore.

Dunque, nonostante  il suo apparente pessimismo, padre Turoldo ci ha lasciato un segno di speranza?

Direi di sì, ed  aggiungo che la fiaccola di speranza cristiana che padre Turoldo  ha sempre tenuto alta, convinto che ‘Dio è con noi vagabondo’, è oggi nelle mani e nelle speranze di tante persone nel mondo di  ogni religione ed etnia, da tanti ragazzi e ragazze che vogliono un futuro di pace di giustizia sociale  e di armonia col creato.  

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