giovedì, Ottobre 29

Otto Warmbier, l’ultimo americano sacrificato sull’altare dei ricatti di Kim

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La tensione tra Stati Uniti e Corea del Nord è altissima dopo  la morte dello studente statunitense Otto Warmbier, rilasciato in stato di coma dopo 17 mesi di carcere in Corea del Nord e deceduto il 19 giugno a Cincinnati. Per il Presidente USA Donald Trump quello che è successo al 22enne dell’università della Virginia è «un’infamia totale». Per Trump a Pyongyang «manca la decenza umana», e alla Cina, che continua provare a mediare  -con il portavoce del Ministro degli Esteri cinese, Geng Shuang, che parla di «una vera tragedia» e auspica «che la Corea del Nord e gli Stati Uniti riescano a gestire questa situazione» e «risolvere le tensioni attraverso il dialogo e il negoziato»-, Trump riconosce la buona volontà che però non ha portato a risultati effettivi. Il Presidente promette che la tragica vicenda di Otto «accresce la determinazione della mia Amministrazione per evitare che altre persone innocenti cadano nelle mani di una regime che non rispetta la legge e l’umana decenza».

Ieri gli Stati Uniti hanno inviato due bombardieri B-1 nella penisola coreana, per svolgere “manovre regolari” con le forze aeree della Corea del Sud.  Il Presidente sudcoreano Moon Jae-in  ha assicurato di escludere «azioni militari preventive», che sono comunque «qualcosa da discutere più avanti se la minaccia» di Pyongyang «si facesse più grave». Di certo  la possibilità di un incontro tra il Presidente Trump e il leader nordcoreano Jong, paventato da settimane, volto all’avvio di un percorso verso il disgelo, dopo questa morte si sta «allontanando, e non avvicinando, a queste condizioni», come ha detto ieri un portavoce della Casa Bianca.  

Il Presidente sudcoreano Moon Jae-in parla di «pesante responsabilità»  del regime «nel processo che ha portato alla sua morte»  e chiede il rilascio immediato degli altri prigionieri. Il riferimento è a tre cittadini degli Usa -il missionario Kim Dong Chul e gli accademici Kim Sang-duk (che si fa chiamare Tony Kim) e Kim Hak Song– e a sei sudcorani che si trovano in prigione in Corea del Nord. Richiesta ribadita anche dal Segretario di Stato Usa Rex Tillerson.

Joseph Yun, l’inviato speciale del dipartimento di Stato americano, ha potuto incontrare i tre mentre si trovava a Pyongyang per negoziare per Otto Warmbier. Kim Dong Chul, che dichiara essere cittadino naturalizzato americano residente in Virginia, è stato condannato nell’aprile del 2016 a 10 anni di lavori forzati per spionaggio. Della sua detenzione si è avuta notizia nel gennaio di quell’anno, quando le autorità nordcoreane hanno permesso alla ‘Cnn’ di intervistarlo sotto il loro diretto controllo. Nell’intervista il 62enne, che svolgeva attività missionaria cristiana nel Paese, ha ammesso di essere una spia per i sudcoreani dall’aprile del 2013.

Kim Sang-duk, cittadino americano che utilizza anche il nome di Tony Kim, è stato arrestato il 22 aprile scorso all’aeroporto di Pyongyang mentre cercava di lasciare il Paese dove era tornato per insegnare all’università di Scienze e Tecnologia di Pyongyang. Secondo l’accusa l’uomo avrebbe commesso «azioni criminali ostili volte a rovesciare»  il Governo. Secondo quanto riportato dai media sudcoreani, Kim -che in precedenza aveva insegnato in un’università cinese- era coinvolto in attività umanitarie ed aveva aiutato un orfanotrofio.  

Qualche settimana dopo, ai primi di maggio, è stato arrestato un altro docente dell’ateneo fondato nel 2010 da un imprenditore cristiano coreano-americano, finanziato in gran parte da organizzazioni cristiane americane e di Seul. Kim Hak-Song, agronomo naturalizzato americano, era impegnato in progetti per migliorare la produzione agricola del Paese. Nato in Cina da famiglia coreana, si è trasferito negli Stati Uniti negli anni ’90 dove è anche diventato pastore della chiesa evangelica, Oriental Mission Church, di Los Angeles.

Jonathan D. Pollack, della Korea Foundation, e Evans J.R. Revere , entrambi analisti del Brookings Institution, in un intervento dal significativo titolo ‘What the United States should do about the death of Otto Warmbier’ sostengono che Warmbier è stato l’ultimo americano sacrificato sull’altare del tentativo della Nord Corea di ottenere benefici attraverso il ricatto della prigionia di cittadini statunitensi con la scusa di accuse più o meno fantasmagoriche.

Non si tratta solo di una strategia per strappare concessioni a Washington. Con arresti e detenzioni, Pyongyang può lanciare un monito anche allo stesso popolo nordcoreano: il regime è forte, così forte che non teme di sfidare gli Stati Uniti pur di garantire la stabilità del sistema, anche rinchiudendo in carcere turisti e giornalisti stranieri.

Il modo in cui il caso Warmbier è stato gestito da Pyongyang (negoziati lenti, pena sproporzionata al crimine e al pentimento pubblico del condannato, mancanza di informazioni sullo stato di salute dell’americano…) fa intuire come il regime intenda sfruttare al meglio ogni ‘malcapitato’ americano possa essere accusato anche della minima infrazione. Comprensibile per Pyongyang, vista la determinazione dell’Amministrazione Trump e dei suoi generali che hanno definito la Corea del Nord la minaccia numero uno per la sicurezza americana. Intanto, negli Usa, si pensa a possibili sanzioni contro le agenzie di viaggio che fomentano pericolosi ‘pellegrinaggi’ in un Paese potenza nucleare, con cui ogni minimo contrasto ha il rischio di esacerbare una crisi diplomatica che nessuno può permettersi di sopportare.

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