domenica, Settembre 27

Ostensione straordinaria della Sindone, amore nel dolore Cerchiamo disperatamente amore. La Sindone ci aiuta a trovare qualcosa di solido a cui aggrapparci, perchè «Dio non ci salva dalla tempesta, ma ci salva nella tempesta». Abbiamo bisogno della fisicità di quelle piaghe

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In un mese è cambiato tutto: un virus inafferrabile ha sconvolto il mondo, una nuova peste ha spiazzato le nostre abitudini e le nostre certezze. Cerchiamo allora disperatamente amore, per vincere il dolore che ci sta devastando. L’antica domanda che affligge l’uomo, oggi più che mai ritorna prepotente e attuale: ‘Perché Dio permette il dolore? Dov’è il suo amore?

Il tempo che sto trascorrendo chiusa in casa, invece che correre a destra e sinistra a tenere conferenze come faccio di solito, mi permette di ascoltare di più, di meditare di più, di pregare di più. Questa forzata clausura di alcuni, che come me sono invitati con forza a stare a casa, si contrappone a ritmi di lavoro forsennati per altri, che invece sono costretti a stare sempre presenti dove il rischio di contagio è più alto. Per tutti, è un momento di verifica e di riflessione sulla propria vita, sui valori che l’hanno caratterizzata finora, su quelle che saranno le cose importanti d’ora in poi.

In una delle omelie di questo periodo difficile, durante una Messa seguita da casa, ho ascoltato il mio parroco, don Carol Iakel, ricordare una grande verità: «Dio non ci salva dalla tempesta, ma ci salva nella tempesta». Come ci salva Dio? Da cosa ci salva Dio? Certamente ci salva dal rischio di banalizzare il dono grande della vita, se sappiamo riflettere sul senso di quello che accade intorno a noi.

Proprio per questo l’Arcivescovo di Torino, Monsignor Cesare Nosiglia, Sabato Santo 11 aprile, alle 17, guiderà davanti alla Sindone una liturgia di preghiera, trasmessa in diretta in tutto il mondo. Nel dare l’annuncio, Monsignor Nosiglia ha detto che «questo tempo di contemplazione renderà disponibile a tutti, nel mondo intero, l’immagine del Sacro Telo, che ci ricorda la passione e morte del Signore, ma che apre anche il nostro cuore alla fede nella sua risurrezione».

Il senso di questa Ostensione è tutto racchiuso in una breve frase dell’Arcivescovo: «Più forte è l’amore». E ha spiegato: «Questo è l’annuncio pasquale che la Sindone ci porta a rivivere e ci riempie il cuore di riconoscenza e di fede. Fede nella sua risurrezione».

La Sindone ci mostra come Gesù ha vissuto il dolore, come noi, più di noi. Ci testimonia la sua vicinanza, la sua somiglianza con noi nella sofferenza. Ma ci indica che la meta ultima non è la morte.
Nel suo corpo martoriato vediamo le tracce della flagellazione, della coronazione di spine e delle percosse che preludono alla condanna a morte; il terriccio rimasto nelle ferite delle ginocchia, provocate dalle cadute; le tracce sulle spalle del ‘
patibulum’, la traversa della croce. E ancora vediamo la riapertura delle ferite della flagellazione, quando a Gesù viene tolta la tunica; i fori dei chiodi, ai polsi e ai piedi, traccia evidente della crocifissione; il segno della morte avvenuta, nella grande ferita al fianco da cui fuoriescono sangue e siero. Infine la deposizione e la sepoltura nel candido lenzuolo procurato da Giuseppe d’Arimatea.
Abbiamo bisogno della fisicità di quelle piaghe, che rendono Gesù così vicino a noi. Ma la Sindone accende la speranza -che diventa certezza- che non finisce tutto con la morte.

Infatti sulla Sindone non vediamo solo le piaghe del Signore. Vediamo l’immagine del suo corpo, composto e solenne, ma impresso in modo misterioso da un fenomeno che ha ingiallito il lino come fa la luce. Le croste di sangue rimaste, parzialmente ridisciolte, ci testimoniano un tempo di contatto di circa 36-40 ore. Le ore della sera del Venerdì Santo, del Sabato Santo, dell’alba di Pasqua. Non di più. Quel corpo non è rimasto nel sepolcro, non ci sono segni di putrefazione.

Tutti abbiamo bisogno di sentirci raggiungere dalla luce della risurrezione che guarisca le nostre piaghe, fisiche e spirituali. La Sindone ci aiuta a trovare qualcosa di solido a cui aggrapparci, come una vela nel mare in tempesta. Come il mantello di Gesù, che la donna malata voleva toccare per essere risanata. In un tempo in cui sentiamo più forte la paura della morte, che aleggia nel rischio del contagio, che temiamo nella malattia di chi sta lottando in ospedale, che strappa al nostro affetto tante persone care, la Sindone ci avvolge con il calore dell’amore di Colui che ha dato la sua vita per noi.

Ce lo ricorda con forza Mons. Nosiglia: «Sì, l’amore con cui Gesù ci ha donato la sua vita e che celebriamo durante la Settimana Santa è più forte di ogni sofferenza, di ogni malattia, di ogni contagio, di ogni prova e scoraggiamento. Niente e nessuno potrà mai separarci da questo amore, perché esso è fedele per sempre e ci unisce a lui con un vincolo indissolubile. Sì, la Sindone lo ripete al nostro cuore sempre: più forte è l’amore. L’amore che ci manifesta la Sindone ci sostiene nel credere che alla fine la luce vincerà le tenebre dello scoraggiamento e delle paure, e la vita vincerà la morte e ogni altro male che assilla l’umanità».

In un’epoca nella quale l’immagine sembra prevalere sulla parola, il messaggio della Sindone è proprio quello di unafotonotizia dal Calvario’, come scriveva il vaticanista Orazio Petrosillo. Una fotonotizia che ancora una volta giungerà a ognuno di noi nel silenzio eloquente del Sabato Santo.

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