domenica, Dicembre 8

Ostacoli e sfide lungo la via della seta africana

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La realizzazione della via della seta in Africa apre scenari di sicurezza, sfide da superare, ostacoli e imprevisti che obbligheranno la Cina ad un coinvolgimento più attivo e di parte nel Continente.
La Via della Seta africana passa per 7 conflitti in Burundi, Congo, Libia, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sud Sudan. La Cina è coinvolta direttamente in due di essi: Burundi e Sud Sudan. In entrambi ha scelto di appoggiare i regimi dittatoriali, in quanto il Partito Comunista teme che eventuali cambiamenti di regime nei due Paesi possano essere filo-occidentali e compromettere il piano OBOR (One Belt On Road) di unire Africa Orientale con l’Africa Occidentale.

Il corridoio coinvolge necessariamente Burundi e Sud Sudan, trasformandoli in due Paesi di importanza geo-strategica e militare assoluta e prioritaria. La posizione cinese sui conflitti in Centrafrica, Libia e Sudan non è al momento chiara. Indubbio che nell’immediato futuro la Cina sarà costretta  abbandonare la sua politica di non interferenza per tentare di risolvere le guerre civili nei Paesi africani collegati ai progetti OBOR.

Dei tre Paesi scelti per il OBOR solo Djibouti (Gibuti) offre relative garanzie di stabilità. L’Egitto soffre della minaccia terroristica, del rischio di radicalizzazione islamica e di un latente conflitto sociale, al momento congelato dalla repressione dell’Esercito. Le elezioni in Kenya del prossimo agosto potrebbero far sprofondare il Paese nel caos e nella guerra etnicaè di ieri la conferma dei nostri report da parte dell’autorevole International Crisis Group.  Pechino sta sostenendo il Presidente keniota uscente, Uhuru Kenyatta, in stretta collaborazione con la Gran Bretagna, mentre il leader dell’opposizione, Raila Odinga, è sostenuto da Unione Europea e dal Presidente americano Donald Trump. In Egitto, oltre il sostegno diretto al Generale-Presidente Abdel Fattah Al Sisi, è probabile che Pechino appoggi gli sforzi di Mosca contro il terrorismo salafista che si sta manifestando proprio nella zona del canale di Suez. Per quanto riguarda l’Egitto, Al Sisi tenterà di coinvolgere la Cina sulla disputa delle acque del Nilo al fianco del Cairo e di Khartoum. Un’alleanza impossibile per Pechino, in quanto distruggerebbe gli strategici rapporti con il partner numero uno del Corno d’Africa: l’Etiopia.

Anche l’alleato storico cinese, il Sudan potrebbe rappresentare un ostacolo per la realizzazione del progetto africano di OBOR. Il regime di Omar El Bashir si sta progressivamente orientando verso Unione Europea e Stati Uniti, nella speranza che il blocco occidentale levi le sanzioni economiche che durano da due decenni. Per ottenere questo Khartoum sta entrando nella sfera d’influenza saudita, proponendosi come alleato occidentale nella lotta contro il terrorismo e controllo dei flussi migratori diretti in Europa.  Il progetto di convogliare il greggio sud sudanese al porto di Lamu, bypassando il oleodotto che passa per il Sudan, aumenterà le frizioni tra Khartoum e Pechino, spingendo Bashir a stringere più solidi legami con l’Occidente. L’oleodotto verso il porto di Lamu significa il collasso economico del Sudan dopo aver perso, nel 2011, i giacimenti del sud.

Creerà frizioni anche con un altro alleato regionale, l’Uganda, che si barcamena tra Occidente e Cina. Il Presidente Yoweri Kaguta Museveni ha combattuto per due anni in Sud Sudan per assicurarsi il controllo del greggio che dovrebbe essere raffinato ad Hoima (Uganda) ed utilizzato per il consumo interno e regionale. Solo il 40% del petrolio sud sudanese sarebbe destinato alle esportazioni. La Cina intende, invece, utilizzare il greggio sud sudanese per le sue industrie in patria esportandolo via il porto di Lamu in Kenya. Un progetto inaccettabile per Kampala, che deve recuperare i milioni di dollari spesi per l’avventura militare in Sud Sudan tramite il petrolio promesso come pagamento dal ex presidente Salva Kiir. Nella guerra commerciale difficilmente l’Uganda uscirà vincitrice, causa insufficienti fondi per costruire un oleodotto Juba – Hoima. L’unica carta che potrebbe giocare è di convincere l’Occidente a finanziarlo, e la Cina a collegare l’oleodotto Juba-Hoima a quello previsto Hoima-Lamu. Una missione diplomatica assai delicata e complicata, in quanto si parla di mettere insieme due blocchi economici in agguerrita concorrenza.

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