martedì, Settembre 29

Orrori che chiamiamo giustizia field_506ffbaa4a8d4

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La chiamano Giustizia. E’ una cifra iperbolica: le fattispecie di reato esistenti in Italia, pensate, sono circa 37mila; a quanto pare non bastano, perché ne vogliono varare di nuove, per nuovi tipi di reati, nuove più gravose pene. Evidentemente 37mila fattispecie di reato non sono sufficienti.

L’Italia è la patria di quel Cesare Beccaria che nel 1764 regala al mondo quel libro straordinario che è ‘Dei delitti e delle pene’; un libro dove non solo si dice che la pena di morte e l’uso della tortura sono una barbarie; soprattutto si dice che le leggi devono essere scritte in modo chiaro, non devono lasciare spazio ad interpretazioni; le pene draconiane non servono, piuttosto occorre siano sicure e rapide; e il compito del magistrato è solo quello di applicare la legge. Né più, né meno. Ebbene, abbiamo un labirinto di 37mila fattispecie di reati; e ancora non ci basta, producono norme a gogò, nuovi reati a ritmo industriale.

La chiamano Giustizia. Chiamano giustizia anche il sovraffollamento in carcere, la carenza di organico, le morti sospette, i suicidi; chiamano giustizia lo stato delle carceri italiane che nonostante le tante promesse e gli annunciati impegni, continua a essere criminogeno.

La chiamano Giustizia. La denuncia è del Difensore civico di Antigone, Simona Filippi. Il 26 luglio del 2012 Alfredo Liotta, 41 anni, viene trovato morto nella sua cella della Casa Circondariale di Siracusa. Secondo lo psichiatra dei familiari, Alfredo, è affetto da «epilessia tonico clonica temporale con aura ad espressività comportamentale caratterizzata da perdita percettiva spazio-temporale, deliri e allucinazioni, aggressività, rotture comportamentali».

In un esposto depositato a luglio 2013, il Difensore civico denuncia i molti aspetti oscuri e contraddittori delle cause che hanno portato alla morte di Alfredo: cosa è stato fatto per i problemi fisici e psichici del detenuto, considerati ‘strumentali’ dal personale penitenziario, quando nel giro di sei mesi aveva perso circa 40 chili e non riusciva più neanche a camminare? Arriviamo a novembre 2013: la Procura della Repubblica di Siracusa iscrive dieci persone nel registro degli indagati tra Direttrice del carcere, medici, infermieri e perito nominato dal Tribunale. Da allora è stata fatta una nuova perizia medico legale; e poi non si sa. Un silenzio assordante.

Eppure secondo lo psichiatra dei familiari la «evidente inadeguatezza delle cure offerte» è, assieme a «misure trattamentali» inadeguate in quanto ignare della malattia, la causa della morte di Alfredo. Quando verranno chiuse le indagini? Perché di questo passo a mettere una pietra sopra sull’intera vicenda sarà l’inevitabile prescrizione.

La chiamano Giustizia. Eduard è un ragazzo di 18 anni, romeno. Muore impiccato nel carcere romano di Regina Coeli nove giorni fa. Poche ore prima, nello stesso reparto, muore Ludovico, 32 anni, italiano. Entrambi in custodia cautelare, entrambi morti per suicidio.

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