sabato, Agosto 24

Oro e morte nel violento Sud del Venezuela La violenza criminale, la repressione statale, l'estrema povertà e il contrabbando di minerali preziosi nelle regioni minerarie meridionali giocano a favore di Maduro e pongono gravi sfide alla sicurezza del Paese e una seria minaccia alla stabilità regionale

0

La lotta per la presidenza, la crisi economica e la fuga di milioni di migranti e rifugiati attirano l’attenzione internazionale sul Venezuela. Al contrario,  la situazione nelle remote regioni meridionali scarsamente popolate del Sud -l’area delimitata dal fiume Orinoco, dalla savana brasiliana e dal confine della giungla con la Guyana-, negli Stati Bolívar e Amazonas, tendono a passare inosservati. Eppure la violenza criminale, la repressione statale, l’estrema povertà e il  contrabbando di minerali preziosi nelle regioni minerarie meridionali, pongono gravi sfide alla sicurezza del Paese e una seria minaccia alla stabilità regionale. I riflettori dell’opinione pubblica internazionale su questa realtà non sono puntati, anzi, è qualcosa di molto poco conosciuto.

Alla radice della situazione degli Stati del Sud del Venezuela, c’è la crisi economica nazionale. La produzione petrolifera venezuelana si è dimezzata dal 2014, spingendo lo Stato a sfruttare altre fonti di entrate
Il 26 febbraio 2016, il Presidente Nicolás Maduro ha emanato una nuova legislazione quadro del settore minerario, in tale intervento era compresa la creazione dell’‘Orinoco Mining Arc’, descritto come «un piano strategico complesso e ambizioso per attirare investimenti». Maduro al tempo ha annunciato 5,5 miliardi di dollari di offerte minerarie nel 2016. 
Due anni dopo, in un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Maduro ha affermato che il Venezuela ha potenzialmente le più grandi riserve auree del mondo. Il Paese ha anche abbondanti depositi di metallo prezioso quale coltan, diamanti e persino uranio.
I grandi investitori e le società minerarie promesse non sono mai arrivati.

Ma lo Stato venezuelano e gli investitori stranieri non sono le uniche parti che alimentano la corsa all’attività mineraria. Al posto degli investitori stranieri sono arrivati guerriglieri e gruppi criminali che hannoincendiatola regione, devastato i territori indigeni e i loro fragili ecosistemi, ucciso centinaia di persone. 
I gruppi indigeni, a volte armati, hanno combattuto contro le incursioni delle operazioni minerarie. Gli scontri tra guerriglieri, indigeni, forze armate statali sono frequentemente. E mentre il settore minerario illegale si espande, le regioni di confine della Guyana, del Brasile e in particolare della Colombia stanno diventando le più esposte del Paese alla violenza e ai disordini.

Reti criminali organizzate e gruppi armati illegali hanno imposto il controllo su diverse parti della regione, tenendo in mano la maggior parte delle città minerarie e, si stima, circa 300.000 minatori.
È importante sottolineare che non tutti questi gruppi sono venezuelani,  sempre più spesso sono composti da guerriglieri e ribelli dissidenti colombiani -al primo posto  l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN)- che stanno espandendo la loro presenza lungo un confine in gran parte non monitorato sulla scia dei loro vacillanti processi di pace. Le loro attività avranno un impatto significativo sulla pace e la sicurezza della regione. 
Gruppi criminali locali, guerriglieri colombiani e fazioni ribelli dissidenti e elementi corrotti delle forze di sicurezza (Esercito, ma non solo, tutto l’apparato delle forze armate di Maduro) controllano vaste aree a sud del fiume Orinoco. La crisi economica e politica del Paese, la sempre maggiore attrazione del settore minerario ha modificato rapidamente il panorama degli attori armati che controllano questo business. La collaborazione tra attori armati e settori deviati dello Stato è talvolta palese, ma di solito difficile da individuare.

Crisis Group ha pubblicato, nei giorni scorsi, un poderoso dossier di ricerca -realizzato lavorando su 100 interviste con esperti, leader della comunità, militari di alto rango ed ex e attuali minatori e commercianti di minerali lungo il confine tra Venezuela e Colombia- su quanto sta accadendo nella frontiera meridionale del Venezuela, ai confini con la Colombia, dove si muovono venezuelani impoveriti dalla drammatica crisi del post-Chávez,  guerriglieri colombiani e organizzazioni criminali, con in obiettivo l’accesso e il controllo  delle miniere d’oro. La produzione petrolifera in declino, infatti, ha trasformato l’estrazione dell’oro in una fonte vitale di entrate, sia per il Governo di  Nicolás Maduro, sia per poveri, guerriglieri e criminali.

La crisi economica in atto ha portato molti impoveriti venezuelani a lavorare nel settore minerario illegale. Anche i guerriglieri colombiani si sono espansi in questa regione ricca di risorse.

La presenza di criminalità organizzata e gruppi guerriglieri danneggia le comunità, devia le scarse risorse e provoca alti tassi di omicidi. La loro espansione e le operazioni transfrontaliere, in particolare in Colombia, rischiano di destabilizzare l’intera regione in un momento di estrema incertezza in Venezuela.

 

Lontano dai centri di potere venezuelani dove si combatte la lotta per decidere il futuro politico del Paese, le vaste regioni tropicali del sud sono esposte a forti rischi di intensificazione dei conflitti. Ricco di oro e metalli rari, gli Stati di Bolívar e Amazonas hanno catturato l’attenzione di funzionari spinti a compensare il declino delle entrate petrolifere e il collasso economico generale. Allo stesso tempo, gruppi criminali violenti hanno affermato il controllo sulle comunità minerarie, spesso in combutta con le autorità. Più recentemente, guerriglieri colombiani ed ex ribelli hanno attraversato il fiume Orinoco per mettere le mani sull’industria mineraria in gran parte illegale.

Le ricchezze e la proliferazione ribelle nel sud complicano le prospettive di una transizione pacifica a Caracas rafforzando la resistenza militare al cambiamento politico e alimentando rischi di violenza transfrontaliera e di guerra a bassa intensità.
L’attenzione umanitaria per le popolazioni del sud, la comunicazione regolare tra le forze armate vicine, i rinnovati sforzi per fare pace con i guerriglieri e per ripulire il commercio dell’oro si rivelerà vitale per allentare le tensioni e proteggere i venezuelani vulnerabili, sottolinea il centro studi.

Le comunità locali, in gran parte indigene, in prima linea nella diffusione delle miniere illegali e nell’espansione dei gruppi criminali o ribelli, ora affrontano le maggiori difficoltà. Esposte al terrore di gruppi armati che cercano di imporsi, con tassi di omicidi in alcune città minerarie che raggiungono livelli straordinari, questi residenti affrontano anche gli effetti sulla loro salute e sull’ambiente da fuoriuscite di mercurio e un’epidemia di malaria. L’estremo isolamento e lo stato di oppressione e la presenza delle forze di sicurezza riducono al silenzio molte di queste comunità. Queste tensioni sono emerse  anche il 23 febbraio, quando le forze di sicurezza venezuelane hanno ucciso almeno tre manifestanti e costretto un sindaco indigeno all’esilio durante un tentativo di portare aiuti umanitari dal Brasile.

 

Dal 23 gennaio, quando il Presidente dell’Assemblea nazionale Juan Guaidó ha rivendicato  la presidenza del Paese ad interim, la crisi venezuelana è divenuto un reale rischio di guerra civile. In questo clima già teso, gli interessi finanziari e l’instabilità nel sud potrebbero minare le prospettive di un pacifico cambiamento di leadership. I profitti minerari illegali sono uno dei flussi di entrate più ambiti delle forze armate; il loro desiderio di proteggere quel reddito rafforza la loro fedeltà a Maduro e dà al Governo una linea di vita economica.

Gruppi armati che sfruttano il terreno isolato e la presenza limitata del Governo nelle regioni meridionali presentano altri rischi di violenza, afferma Crisis Group. I movimenti transfrontalieri dell’Esercito di Liberazione Nazionale della guerriglia colombiana (ELN) o delle fazioni dissidenti delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) che operano nelle regioni minerarie potrebbero provocare una riacutizzazione tra le forze armate colombiane e venezuelane. Data l’animosità tra i due Stati e il supporto venezuelano per l’ELN, Bogotá potrebbe rispondere agli attacchi ELN sul suolo colombiano.

La consapevolezza del potenziale incendiario in Bolívar e Amazonas dovrebbe essere una seria preoccupazione internazionale, che invece sembra, almeno a livello di opinione pubblica, ignorare il problema.

Secondo il centro studi, se forze straniere dovessero intervenire in Venezuela per deporre Maduro su richiesta di Guaidó, questi gruppi ribelli potrebbero sostenere il Governo in carica e, nel peggiore dei casi, perpetuare un conflitto a bassa intensità. Allo stesso tempo, le lealtà sul terreno nel sud del Venezuela sono volatili e imprevedibili.
I testimoni oculari sostengono la collusione tra gruppi armati non statali che operano con protezioni all’interno della Guardia nazionale venezuelana e del comando militare regionale. Ex ufficiali militari e dei servizi di intelligence affermano che la complicità con queste operazioni raggiunge i vertici del Governo e delle Forze Armate, che coordinano le vendite dell’oro dall’Arco Minerario. E le rivalità tra  l’ELN e la Guardia Nazionale o i gruppi criminali venezuelani, noti come sindicatos  affliggono tutte queste relazioni illecite.

La consapevolezza del potenziale in termini di disordini violenti nel Bolívar e Amazonas dovrebbe essere tenuto ben presente dalla politica regionale e internazionale, specialmente in caso di cambiamento di leadership. Le forze armate colombiane e venezuelane di stanza sulla frontiera dovrebbero riconoscere i gravi rischi che i movimenti ribelli transfrontalieri rappresentano per la pace regionale e preservare i canali di comunicazione.

Sia i poteri esterni che l’opposizione venezuelana, secondo Crisis Group, dovrebbero frenare le richieste di un intervento militare straniero in Venezuela, che servirebbe solo a galvanizzare questi gruppi per combattere gli eserciti stranieri e proteggere i loro sostenitori all’interno del Governo di Maduro. Le autorità colombiane dovrebbero assolutamente scartare la possibilità di un’incursione militare in Venezuela per colpire l’ELN dato che esporrebbero i civili a livelli ancora più alti di violenza.

La regione ha urgente bisogno di aiuti umanitari e di un importante programma di assistenza sanitaria volto a contenere l’epidemia di malaria. L’industria mineraria aurifera, che si trova al centro dei rischi sanitari e ambientali della regione, così come la profusione di gruppi armati, merita anche una risposta internazionale concertata. Le sanzioni sulle esportazioni di oro, come proposto lo scorso anno dagli Stati Uniti, con ogni probabilità aumenterebbero il controllo dei trafficanti sul commercio. Il centro suggerisce invece una graduale trasformazione delle enclavi minerarie del Venezuela meridionale, si tratta, insomma, di legalizzare il commercio dell’oro e del coltan.

Quanto sta accadendo nel Paese ha sollevato il timore che la Nazione possa soccombere alla disintegrazione caotica e violenta, e nessun posto è più vulnerabile che proprio queste regioni meridionali, ciò che accade a Bolívar e nell’Amazzonia potrebbe far uscire il Paese ancora più profondamente polarizzato al termine della crisi politica in atto.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore