giovedì, Ottobre 29

Ora Zingaretti deve dare risposte Crepe nella Lega, grillini allo sbando, ma a quale approdo il partito ‘nuovo’ di Zingaretti vuole attraccare? Qual è il ‘nuovo’ che si offre?

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Finora la cautela del Segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, ha premiato. Il suo principale competitor, il leader della Lega, Matteo Salvini, non ha trionfato; e all’interno della sua organizzazione occhiuti analisti e conoscitori di quel mondo scorgono qualche crepa.
Il numero due, Giancarlo Giorgetti, l’unico che finora gli ha saputo e potuto tener testa, un ‘cahier de doléance’, l’ha stilato. Altri, che fino a ieri tremavano anche solo a pensare una dissociazione, stanno trovando fili di coraggio, e si favoleggia di qualche trama. Ad ogni modo il ‘Capitan Fracassaè fuori dalle stanze del potere istituzionale, fuori dai giochi di spartizione nelle SPA statali (entro il 23 marzo si dovrebbero avere i ‘nomi’ per ENEL, ENI, Poste, e via dicendo); il Nord, tradizionale bacino di voti, si sente trascurato, e potrebbe dirottare verso altre rotte; sul capo di Salvini pendono inchieste giudiziarie (ma queste non è detto che lo danneggino, anzi); insomma: la Lega è ancora una realtà consistente; tuttavia il cammino non è più una rutilante discesa.
Analisti accorti avvertono: vero è che Salvini patisce una flessione rispetto alle passate elezioni europee; tuttavia resta una forza che, assieme alla meloniana Fratelli d’Italia, raggranella il 40 e passa per cento dei votanti. Due anni fa erano il 22,5 per cento. In Emilia-Romagna, Salvini, pur artefice e protagonista di una campagna elettorale sguaiata, volgare, maldestra, e tutto quello che si vuole, ha portato a casa un buon 40 e passa per cento.
A Salvini non è andata bene, ma neppure si può sostenere che sia andata male. Tanto più che a Zingaretti è andata bene solo perché non è andata malissimo.

Cos’è accaduto che forse né l’uno né l’altro hanno ancora messo bene a fuoco? Che ancora una volta i due principali contendenti si sono radicalizzati. Non nel senso che hanno fatto loro le istanze di un Marco Pannella e del Partito Radicale. Sono radicali come aggettivo, non come sostantivo.

E’ accaduto quello che da tempo accade: quando Silvio Berlusconi e Forza Italia erano in auge, buona parte del loro successo derivava dal fatto che evocavano come spettro che s’aggirava per il Paese, un comunismo inesistente, ma che, sapientemente evocato, era ancora capace di incutere timore. Gli ‘altri’, i progressisti, facevano altrettanto: evocavano l’uomo nero Berlusconi, e l’antiberlusconismo a prescindere costituiva il cemento e il mattone per il loro edificio.Oggi? Oggi la situazione è mutata di poco.

Sia Salvini che i suoi avversari fanno leva sulla paura.
Paura degli immigrati, paura deidiversi’ per questo perversi, paura di quello che non si conosce, per quel che riguarda la destra (più Salvini, molto meno Meloni, più tradizionale nella sua campagna che pure ha avuto toni accesi).
Il mondo progressista non è stato da meno: e dunque dagli al Salvini razzista, fascista, cattivo, dittatore… Accuse fondate o meno, poco conta. La paura dell’uomo nero ha fatto 90, e tanti pigri che non avevano voglia di scomodarsi per Zingaretti e i suoi, alla fine si sono dati una mossa; certamente rincuorati dallesardine’, che hanno dimostrato che si poteva andare in piazza per ritrovarsi più di quanti essi stessi credevano. Ma anche le ‘sardine’ con i loro entusiasmi ingenui, i loro veniali errori, e riconosciuto il loro (nonviolenti, si sono limitati a dire quello che a loro non piace, e non c’è ragione al mondo che per questo siano obbligati a dare soluzioni), va anche detto che sono i ragazzi del ‘99 quando si combattè sul fronte del Piave.
Da loro non si può e non si deve chiedere di più e altro. E’ Zingaretti, sono i maggiorenti del PD che ora devono elaborare politiche e progettualità; devono dare loro (e non chiedere) i contenuti per un nuovo modo di fare politica e concepire la ‘comunità’, se vogliono avere la speranza di non finire allo stato gassoso come il sempre più evaporato Movimento delle 5 stelle.

Il PD e i loro alleati sono ancora organizzazioni chiuse, impermeabili, autoreferenziali. I gruppi dirigenti sono ancora composti in larghissima misura da padroni delle tessere e dei posti. Qual è ilnuovoche si offre? Su questioni concrete: giustizia emigrazione, innovazione, mercato del lavoro, tanto per dire.

Il PD finora ha ingoiato una quantità di rospi voluminosi quanto la vacca bersaniana che passeggia sul famoso corridoio. E ora? Zingaretti lo si può capire: spinto da molti maggiorenti del suo Partito timorosi di andare a casa perché non più rieletti per via di una pessima legge elettorale voluta da Renzi (che pensava di suonare, e ne è uscito suonato), alle critiche può replicare che ha allontanato per il momento l’incubo dell’aumento dell’IVA; ha impedito che siano i Bagnai e i Borghi a occuparsi delle cento e passa nomine (e chissà cosa verrà fuori dal lavorio in corso tra PD, M5S, Italia viva, LEU…); messe in sicurezza Corte Costituzionale e Consiglio Superiore della Magistratura; e, anche, il boccone più pregiato, la presidenza della Repubblica. Ma ora?

Ancora una volta è bene compulsare ungrande vecchiodella politica italiana, che tante ne ha viste e vissute, Emanuele Macaluso: il suo occhio vede con lucidità dove tanti ‘giovani’ rivelano miopia e cecità. Si chiede, Macaluso, a quale approdo il partitonuovodi Zingaretti vuole attraccare: «Ha annunciato di voler andare oltre le mura di oggi, come se dietro ci siano masse di popolo che premono per varcarle. I risultati elettorali in Emilia-Romagna e in Calabria non dicono questo. Vero è che il buongoverno di Bonaccini ha pagato, ma la destra in Emilia-Romagna, dico in Emilia-Romagna, è al 43 per cento. In passato, l’opposizione alla sinistra, al governo in quella Regione, negli anni post Liberazione, era rappresentata da Zaccagnini, Salizzoni, Dossetti e del cardinale Lercaro. Non so se mi spiego». Oggi, osserva Macaluso, all’opposizione c’è una destra eversiva. Ciò vuol dire che, in questi ultimi anni, è mancata una battaglia politico-culturale contro questa destra, e non solo in Emilia-Romagna.

I dirigenti del PD vogliono fare, dicono, un ‘congresso vero’. Significa smettere di chiamare congressi le numerose e caotiche assemblee che seguono le cosiddette ‘primarie’.
Tasto più che dolente le alleanze politiche. Vito Crimi, coordinatore provvisorio dei grillini, predica ‘mai con il PD’. Ma il problema è che non si scorge una strategia politica del PD che tenga conto dello stato comatoso del M5S: movimento che perde consensi ed è attraversato da dilanianti guerriglie interne. Una massima molto citata di Mao dice: ‘Grande è la confusione sotto al cielo’. Ma contrariamente a quello che sosteneva, la situazione non è per nulla eccellente.

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