venerdì, Novembre 27

Ora che gli USA hanno Biden, all’Europa servirebbe un Churchill Il tema da porsi è capire quali siano gli interessi americani attuali e in che maniera un Presidente meno rozzamente ‘anti’ possa cambiare le cose, ciò anche in riferimento alla ‘indipendenza’ europea dalla politica statunitense

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Pur non essendo particolarmente esperto di politica, specialmente americana (o meglio: statunitense) vorrei cercare di gettare uno sguardo un po’ distaccato alla vicenda della, straziante, elezione del Presidente USA -USA 2020-, e, magari, gettare un po’ di acqua sul fuoco della eccitazione e della concitazione di vari giornali circa il risultato, l’elezione di Joe Biden. In questo Paese si passa sempre, nella stampa e nella ‘politica’, da un giudizio tutto nero a uno tutto bianco, dalla disperazione all’entusiasmo. Ma quanto a riflessione e pacatezza, stai fresco.

Cominciamo da una considerazione, a mio giudizio fondamentale: premesso che il sistema elettorale USA (non diversamente da molti altri sistemi elettorali) è un pasticcio, però unico nel suo genere e, a onore del vero, indegno di un Paese civile che per di più pretende di essere un faro di civiltà e specialmente di democrazia, è un fatto evidente che il problema non è limitato al sistema elettorale, e nemmeno, a dire il vero, al sistema costituzionale statunitense.
La farragine delle elezioni è evidente e il fatto per cui si vincevincendogli Stati e non i voti dei cittadini è una cosa incomprensibile a uno chepensiin termini democratici.
Le ragioni storiche legittimissime che sono alla base di quel sistema sono note, ovvie e condivisibili, ma il dato di fatto è che alla fine non contano i voti tanto quanto altri fattori, anche di ‘piccola’ politica locale. E questo è certamente un male. Forse in questo caso il vincitore ha anche la maggioranza dei voti, ma la volta scorsa il vincitore non l’aveva ma è diventato Presidente egualmente.
La cosa si aggrava, e di molto, se a tutto ciò aggiungiamo l’aspettosbarazzinodel sistema in cui ogni tribunale fa un po’ quello che gli gira, mentre il burocratismo e la cavillosità (la giurisprudenza americana, imparate voi che non fate che parlare male di quella italiana, è il regno dei cavilli) la fanno da padroni, per cui nello Stato A il voto per posta va bene solo se spedito alle ore 11.35 del meridiano di Greenwich, e in quello B solo se messo in una busta rossa alle 18.15 del meridiano di Washington e così via, per cui per avere una risposta definitiva devi aspettare anche mesi e magari basta un voto per vincere. Chi non ricorda la ‘sconfitta’ di Al Gore ad opera di George W. Bush, contando schede scritte a matita e roba del genere?
Sta in fatto che, alla fine, il sistema determina una stortura tra i voti reali e i risultati, inutile negarlo, ma specialmente una corrispondenza molto approssimativa tra il risultato del voto e la volontà reale della popolazione, che nel caso statunitense si aggrava per il meccanismo di elezioni biennale, che rende Congresso e Senato instabili, perché molto ‘sensibili’ agli spostamenti di umore dell’elettorato.

Come, del resto, è una stortura che in un Paese come il nostro, invece, una forza politica che conta ormai pochissimo (al di là della qualità inesistente dei suoi rappresentanti, ma questo è mal comune) sia determinante per il governo del Paese.
Certamente, qui come lì, la Costituzione va rispettata e applicata, ma la democrazia non è soltanto regole formali, troppo comodo: la democrazia è senso dello Stato, senso dell’interesse generale, progetto politico trasparente, strumenti attendibili, senso delle proporzioni … Ecco questo innanzitutto: hai un vantaggio puramente formale, a seguito di certe regole da rispettare, ma sai che non hai il consenso reale, dunque hai il dovere (sì, il dovere) di conformare il tuo comportamento alla realtà. Che, sia chiaro, non ha nulla a che vedere con i sondaggi.
Questa è un’altra stortura dei sistemi politici: da noi il Governo, e il suo sedicentepremier’, regola il suo comportamento sui sondaggi quotidiani sulla propria persona, non sulla propria politica, lì ilconsensodetermina le scelte e l’abbandono di altre scelte: si pensi per gli USA all’abbandono della sciocchezza del muro pagato dal Messico, si pensi per noi, alla assurdità di un Giggino o di un Bonafede o di una Bellanova che fanno il bello e il cattivo tempo al Governo, pur essendo quello che sono, poco più di niente, giusto un po’ aiutati dal ‘premier’, che è molto al di sotto di ciò che serve, ma sempre un piccolo di più è.

Ma il problema democratico diventa, in questo caso, un altro e molto, molto più serio. In entrambi i casi, ma parliamo per lo più degli USA, la politica del Governo sollecita pulsioni e interessi biechi, per avere il voto, il consenso.
Per cui in USA si è creata quella spaccatura che tutti gli osservatori vedono, ma che è quasi identica in Italia. In USA si è sollecitata la parte più rozza e violenta della società statunitense, la parte ancora fortemente legata al razzismo, alla ‘frontiera’, ai ‘musi rossi’. In Italia, il populismo degli stellini e il populismo della destrasalvinmeloniana’, allontanano qualunque discorso serio sul domani, sulla prospettiva. Temo anche in USA, per qual poco che posso capire, anche se qui, forse (sottolineo il forse) c’è una novità strutturale: il conflitto tra democratici di Biden (e sottolineo, di Biden) e i repubblicani di Trump (e sottolineo, di Trump) ha assunto un contenuto ideologico, poco frequente in USA. Dico ‘ideologico’ in senso positivo, perché all’ideologismo (in sé negativo) era sottesa una profondamente diversa concezione della società e della vita. La reazione ‘ideologica’ di Benjamin Netanyhau e di Recep Tayyip Erdogan è significativa. Temono, i due, che lì si possa giocare almeno una parte della partita di politica estera (e quini economica) americana, a danno delle loro ideologie, non per caso, coincidenti: Netnyhau col suo spirito coloniale alla conquista violenta del territorio della Palestina e alla supremazia militare in Medio Oriente, e Erdogan con la pretesa di leadership del mondo mussulmano giunta fino alla assunzione della guida del terrorismo internazionale. Non è un caso che, poi, i due siano alleati stretti: i loro interessi coincidono. Dubito che, ora, coincideranno con quelli USA, dove, però, i gruppi di pressione ebraici (fortissimi) limiteranno fortemente la libertà di manovra di Biden, specie se non avrà il controllo pieno del Senato.

Ma questo verrà dopo, perché, per ora, la campagna elettorale chiederà di pagare il suo prezzo: in USA (come in Italia, per continuare nel confronto) si è fatta e si fa pessima democrazia, si sollecita la partigianeria, il tifo. Si cancella l’unica cosa che dovrebbe distinguere i politici dai venditori di saponette: il ragionamento freddo, il progetto, la prospettiva. Il danno è grave, forse irreversibile (anche perché sollecita e giustifica l’ignoranza e l’unilateralismo), anche perché se la parte vincente è così, determina la conseguenza che sia così anche l’altra parte. E la ‘politica’ diventa barbarie e qualunquismo, da ambo le parti.
In USA tra Trump e Biden ci si è insultati, ma di prospettive poche se ne sono viste. In Italia tra Giggino e Salvini c’è solo da inorridire. Ma, permettetemi di metterla sul ridere: il sintomo evidente di questo sfascio culturale è l’arrogante rifiuto strampalato e sfacciato di indossare le mascherine: una cosa assurda, stupida e autolesionista, oltre che inutile, ma frutto della ‘pancia’ (o più giù) piuttosto che della testa, che dovrebbe stare più su. Fateci caso: in entrambi i Paesi, nel nostro (purtroppo decadente e ridicolo controllato da un ceto politico da basso impero) e in USA, isimbolidella battaglia elettorale e politica sono, e continuano ad essere … la mascherina! Nel Paese di Pulcinella e di Pantalone si può capire, in USA un po’ meno, ma, come sempre, alla fine, la paghiamo, la pagheremo tutti, anche la stragrande maggioranza degli incolpevoli.

L’altro aspetto che poco mi convince nei commenti ‘entusiastici’ alle elezioni americane degli anti-Trump (già solo questo basterebbe) è che subito è partito il discorso sui cambiamenti che ci saranno nella politica estera americana.
Colpisce che la cosa deve essere apparsa così anche agli israeliani (ne accennavo sopra), che immediatamente, durante lo spoglio dei voti (probabilmente certi di passare quasi inosservati e comunnponqu difficilmente arrestabili) hanno distrutto l’ennesimo villaggio palestinese, nella specie un villaggio/accampamento beduino, nella zona lungo il Giordano, della quale si vogliono appropriare per sopprimere la possibilità della creazione di uno Stato di Palestina. A Giggino non lo hanno nemmeno detto, ha difficoltà di collegamento a google-maps.
Ma questa, credo, è la solita retrovia della politica estera. C’è sempre in queste circostanze qualcuno che cerca di mestare nel torbido e prendersi qualche vantaggio. Ma, per il resto, io non mi farei illusioni.
La politica estera di uno Stato (parlo di uno Stato, e quindi purtroppo escludo l’Italia da questo punto di vista) risponde certo anche agli umori del momento, ma in genere, nei Paesi evoluti, risponde ad interessi e fatti effettivi. Ci sono affari in corso, scambi, investimenti: cose troppo grosse e importanti per poter essere rovesciate solo perché un tizio cambia al timone. E non solo nella politica estera.
Il dramma (sì, in questo senso è un dramma, il dramma della democrazia inesistente) è che nella realtà la vera politica, interna ed estera, sicuramente negli USA, non la fa il Parlamento o il Governo, ma il cosiddettoEstablishment’, se volete i gruppi di pressione (le lobby, per fare capire a Giggino), il che spiega la sostanziale linearità, almeno a breve termine, della politica statunitense. Se mi permettete una battuta acida, sarà interessante vedere domani dove andrà e chi incontrerà Luttwak, sempre che si riesca a saperlo!
E quindi il tema da porsi è di capire quali siano gli interessi americani attuali e in che maniera un Presidente meno rozzamenteantipossa cambiare le cose, tanto più che la rozza politica trumpiana ha dato un gran fiato all’economia USA … e prima di fare cambiare idea ad una impresa che guadagna, hai voglia. Anche perché, usando il termine ‘rozzamente’ ho volutamente forzato il discorso: è infatti evidente che gli USA sono in una situazione di grande difficoltà nel confronto con le altre due grandi potenze economiche militari nel mondo: la Cina e la Russia.
Il confronto è duro e senza esclusione di colpi e dubito assai che Biden o Trump possano cambiare le cose: gli USA devono competere in una battaglia difficilissima, specie con la Cina e, per farlo, troppo per il sottile andare non potranno.
Voglio solo dire che, dal punto d vista dell’economia internazionale, non credo che cambierà gran che. Biden, forse, avrà un atteggiamento più ‘cortesemente’ attento all’Europa, ma molto oltre la cortesia non credo che andrà. Anche se, devo dire, il discorso splendido e aperto della Harris, ‘aperto’ come mai ho sentito da un americano … forse proprio perché è ‘una’ americana, secco, netto, inequivoco, incomprensibile, ahimè, per un politicante italiano, una distanza siderale, che a fronte del nero che ho descritto, lascia ancora la speranza che possa esistere una politica degna di questo nome: possa.

Resterebbe, ma parlarne mi fa un po’ pena, da definire una linea di politica economica e non solo nonché dell’Italia (e con Giggino alla Farnesina possiamo metterci una pietra sopra) dell’Europa, che porti ad una sottolineatura della ‘indipendenzaeuropea dalla politica statunitense. Illusioni, temo, visti i politici che abbiamo oggi in Europa, ma posto che non lo siano del tutto, ho l’impressione che la vittoria di Biden renderà, da questo punto di vista, la vita molto più difficile all’Europa, perché Biden potrebbe essere più legato culturalmente ad una idea di Europa amica e partner, anzi, è sicuramente così. Solo che ‘amica e partnersignifica anche muta, e questo sarebbe il momento di cominciare a parlare, ad alta voce. E quindi di avere una politica, che sia giusto un tantino più consapevole e ‘etica’ di quanto non lo sia l’establishment europeo (e italiano … non ridete, su!) che governa nella realtà; solo che come tutti gli establishment governa l’oggi, lo status quo, il guadagno ora e subito.
Mi ha invece colpito il rapido entusiasmo della signora Angela Merkel, forse intesa a ricucire la vecchia alleanza privilegiata, in cambio del silenzio europeo: miopia, sarebbe anzi il momento per portare avanti una politica indipendente, finora desiderata, dato Trump, ma resa difficile dalla aggressività di quest’ultimo. Oggi varrebbe la pena di ‘spingere’ in quella direzione approfittando di una maggiore moderazione di Biden.
Ci vorrebbe, in Italia almeno (credetemi, basterebbe) un Churchill, lucido e ragionevolmente colto, magari anche competente … solo un poco, eh, non esageriamo.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.