mercoledì, Luglio 24

OPEC: inizio di una fine, il Qatar è solo il primo a uscire La crisi dell’OPEC è l’Arabia Saudita, la sua politica, la sua vicinanza alla Russia, il fatto che “sta ragionando come uno Stato a se”, secondo il Presidente FederPetroli Italia, Michele Marsiglia

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Alla vigilia del vertice di Vienna, uno dei più piccoli membri produttori, associato OPEC fin da quasi subito la sua nascita (OPEC è nata nel 1960, Doha ne ha fatto parte dal ‘61), il Qatar, ha annunciato che dal 1° gennaio 2019 ne sarà fuori. Le motivazioni ufficiali sono tutte tecniche: una scelta strategica quella di sviluppare ulteriormente l’industria del gas, incrementando la produzione di Lng a 110 milioni di tonnellate entro il 2024. Le motivazioni reali sono, secondo gli osservatori, strettamente politiche, esattamente quelle negate dai vertici di  Doha. Certamente l’uscita si va inserire nello scontro aperto oramai da tempo tra il piccolo sultanato e Riyad, ma soprattutto è la plastica rappresentazione di un OPEC in crisi d’identità. “LOPEC è nata per difendere la produzione petrolifera del Medio Oriente e proteggere le quote di mercato mondiali dei Paesi arabi”, ci dice Michele Marsiglia, Presidente FederPetroli Italia,   “nell’ultimo anno e mezzo abbiamo visto un OPEC che dialoga con la Russia e cerca voce con gli Stati Uniti d’America ed i produttori di Shale-Oil”, e uno strapotere dilagante dell’Arabia Saudita. La crisi dell’OPEC è questa. L’uscita del Qatar, secondo Marsiglia, è il “segnale di una crisi interna all’Organizzazione che da più tempo era ufficiosamente presente”, è iniziatala resa dei conti”, si tratterà di vedere chi sarà il prossimo a sbattere la porta.
E’ da tempo, ci spiega Marsiglia, “che all’interno dell’organizzazione viennese esiste un evidente malcontento che più volte si è manifestato con un nulla di fatto durante i diversi meeting. Il Qatar a nostro avviso è solo il primo Stato membro dell’OPEC ad aver fatto un grande e coraggio passo che sarà da apripista ad altri scontenti”. L’approdo potrebbe essere un OPEC chenon avrebbe più motivo di esistere”.

 

Presidente, lei ha dichiarato che in questo 2018 l’OPEC si è dimostrato incerto agli occhi dei mercati internazionali. Ci può spiegare quali queste incertezze?

Durante la reggenza del Segretario Generale Salam el-Badri, l’Organizzazione è riuscita sempre a mantenere la propria leadership internazionale, ed in particolar modo con le decisioni di aumento o riduzione delle produzioni di petrolio. OPEC era sinonimo di equilibrio energetico necessario ai diversi Paesi produttori di greggio. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo visto un OPEC che dialoga con la Russia e cerca voce con gli Stati Uniti d’America ed i produttori di Shale-Oil, questo è bastato per causare un’incertezza di potere e di leadership  sui mercati e in primis a tutto il nostro settore.

Parliamo di questa crisi.

E’ evidenza oggettiva che le decisioni che venivano prese nei meeting di Vienna e, che dovevano essere applicate e rispettate dagli Stati membri, subito dopo i due giorni viennesi di ‘Conclave’, ogni Stato applicava le proprie politiche di mercato, aumentando o diminuendo la produzione senza minimamente rispettare le decisioni unanimi dell’Organizzazione. La traduzione di tutto questo è quella di una lotta interna di potere tra gli Stati membri più potenti. Stiamo parlando dell’Arabia Saudita nei confronti di altri Paesi arabici di vicinanza. Queste situazioni continuano a dominare le Assemblee OPEC. Si basa tutto su chi deve e, chi può produrre di più o meno, petrolio.

La politica dell’Arabia Saudita  -e non mi riferisco solo a quella nei confronti di alcuni Paesi quali, caso più evidente, quella nei confronti del Qatar– ma in generale (rapporto con gli Stati Uniti, ecc…) quanto pesa sulla crisi OPEC?

E’ la crisi dell’OPEC. L’Arabia Saudita è venuta meno, non è considerata più alleata, è questo che ha sconvolto l’organizzazione. Sta ragionando come uno Stato a se. Ricordiamo che l’OPEC è nata per difendere la produzione petrolifera del Medio Oriente e proteggere le quote di mercato mondiali dei Paesi arabi. E’ sempre stata nell’area una Legge astratta che ‘inside all, outside nothing’, all’interno tutto ma fuori dall’Organizzazione niente.

La ‘fioritura’ energetica degli Stati Uniti e le politiche volte a implementare l’energia rinnovabile quanto incide sulla situazione interna e sul futuro dell’OPEC?

Il problema non sono le diverse forme di energia, anche perché la Penisola Arabica ha investito da anni oltre che nell’Oil & Gas anche in energie alternative. Il problema sta nell’aver voluto dialogare fuori da questo quadrilatero dorato mediorientale. Per forza di cose se si accettano alcuni veti USA, bisognerà anche cambiare le politiche interne e le quote sia di produzione che di mercato, il cambiamento di dialogo ha portato sicuramente dei malumori a qualcuno. Il futuro dell’OPEC? prima vediamo se si riesce ad avere un presente. Ogni previsione è relativa, con la situazione attuale.

Chi sarà il prossimo, o chi i prossimi, ad abbandonare l’OPEC?

Già tempo fa si era parlato di malcontenti di Venezuela ed Ecuador, considerati dall’Organizzazione sempre Paesi marginali, anche perché fuori dal potere mediorientale. Oggi però chi potrà fare le valigie sono diversi Stati arabi, che sono i fondatori dell’OPEC.

Lei ha dichiarato che nel 2019 assisteremo a oscillazioni dei prezzi del greggio che saranno difficili gestire nella continuità di lungo periodo. Cosa ritiene accadrà, perché, e quali i riflessi sull’economia mondiale e sul portafoglio del consumatore?

Difficile gestire, vuol dire che la volatilità delle quotazioni sarà molto forte, con oscillazioni che potranno solo essere gestite da situazioni short sui mercati. Penso che ormai i mercati internazionali siano pronti e preparati ai rally petroliferi, quello che mi preoccupa di più e da vicino sono le nostre aziende. Sono aziende e non traders petroliferi. Il nostro ritorno deve essere sugli investimenti programmati e non su giornate borsistiche. Per il consumatore e presto fare previsioni, ma sicuramente riusciremo a breve ad avere una linea di consumo più specifica e da applicare al mercato dell’utente finale.

Lei ha anche affermato che si assisterà alla riorganizzazione delle quote di mercato e delle politiche petrolifere mondiali.

Con la situazione attuale l’OPEC dovrà rivedere le quote di mercato e ridistribuire i tetti di produzione su nuovi target. Non dimentichiamo che erano già state applicate regole ‘speciali’ per la Libia ed il Venezuela a causa delle difficili situazioni interne. Oggi, per esempio, la Libia ha leggermente recuperato produzione. Con l’uscita del Qatar il Paniere OPEC è di fatto diverso, e quindi necessita di una nuova struttura produttiva. A questo si aggiunge l’influente politica estera USA di questi ultimi mesi, sia nei confronti dell’Europa che di altri Paesi che, ad oggi, sta destabilizzando alcuni equilibri commerciali da tempo immutati.

E’ ipotizzabile addirittura una scomparsa dell’OPEC?

Spero di no. Purtroppo l’OPEC come dicevo poco fa è sempre stata molto chiusa sulle proprie decisioni interne. Certamente la news del Qatar non è da poco, e, visto che si attende il prossimo passo di qualche altro membro, così continuando e con l’assenza dei pilastri portanti dell’Organizzazione, non avrebbe più motivo di esistere.

Questa crisi dell’OPEC e il quanto accadrà che ci ha descritto, come si ripercuoterà sugli operatori del settore italiani?

L’Italia vive solo una scia di tutto questo, l’Europa, invece, riveste un ruolo più determinante. Siamo su due sponde delicate, l’Europa che acquista gran parte dei greggi da Medio Oriente, ma qualcosa anche dagli Stati Uniti d’America. Siamo una fetta di mondo che sta nel mezzo, è non è né entusiasmante né vantaggiosa questa posizione. Certo i nostri operatori italiani, che lavorano su scala internazionale, sicuramente risentiranno dei prezzi del greggio, e, visto che non si potranno fare previsioni di lungo periodo, bisognerà adattarsi a piani ed investimenti di breve periodo, questo sicuramente potrà tutelarci da sorprese improvvise sui prezzi del greggio.

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