sabato, Dicembre 7

Onu: le ragioni di una crisi

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Con la notizia di pochi giorni fa dell’entrata dell’Arabia Saudita nella Commissione ONU per la tutela dei diritti delle donne (UNCSW) con voto a scrutinio segreto è tornato alla ribalta il tema della credibilità dell’istituzione delle Nazioni Unite (ONU) e del suo operato. In effetti, non occorre neppure scomodare il Global Gender Gap Report 2016 del Forum Economico Mondiale, che vede la petromonarchia saudita al 141esimo posto su 144 nella classifica sulla parità di genere, per sollevare almeno qualche perplessità. Fatti come il divieto per le donne di guidare un’automobile o la necessità di avere un tutore di sesso maschile che dia loro il permesso di viaggiare o sposarsi, come denunciato da Human Rights Watch, parlano da soli, gettando un’ombra sul ruolo della monarchia del Golfo nello scenario politico internazionale.

Nonostante le scuse recentemente presentate dal Ministro belga Didier Reynders – l’unico che ha ammesso di aver votato a favore dell’elezione dell’Arabia Saudita tra i 45 membri che compongono il principale organo con cui le Nazioni Unite promuovono i diritti delle donne – il problema dell’indebolimento della credibilità dell’ONU è ben lungi dall’essere risolto. Anzi, per quanto grave, quanto accaduto non è che l’ennesimo segnale di un malessere dalle radici profonde, che coinvolge organizzazioni internazionali fondamentali come le Nazioni Unite esponendole ad aspri attacchi – come dimostrato anche dalla recente polemica che ha visto l’Italia tra i Paesi fortemente contrari all’approvazione della risoluzione Unesco su Gerusalemme, volta a rendere nulle tutte le misure legislative e amministrative intraprese da Israele per alterare lo status e il carattere della Città Santa, e a riaffermarne la centralità per le tre grandi religioni monoteistiche.

Tuttavia, se da un lato l’operato dell’ONU non è nuovo alle critiche da parte degli Stati membri, è il disincanto spesso mostrato dai cittadini nei confronti della sua efficacia a indebolirne maggiormente l’immagine acuendo il problema. Secondo un recente sondaggio condotto dall’agenzia Gallup Analytics, ad esempio, solo il 37% degli statunitensi crede che l’ONU stia facendo un buon lavoro rispetto ai problemi che si trova ad affrontare – ed è difficile pensare che anche in altri Paesi non vi sia lo stesso clima sfiducia, viste anche le ultime rivelazioni dell’Associated Press sui presunti abusi sessuali su minori a Haiti in cui sarebbero coinvolti 134 caschi blu dello Sri Lanka.

Se, dunque, i segnali della crisi dell’ONU sia come istituzione che come struttura in grado di dare risposte alle problematiche del mondo attuale sono ormai evidenti, non lo sono altrettanto le cause e le possibili soluzioni, se ne esistono alcune. Di questo abbiamo parlato con Mario Del Pero, docente di Storia Internazionale presso l’Institut d’Études Politiques de Paris – SciencesPo.

 

Professor Del Pero, cosa ne pensa dell’entrata dell’Arabia Saudita nella Commissione ONU a tutela dei diritti delle donne?

Un organismo come quello dell’ONU ambisce a una forma di rappresentazione di tutti i Paesi. Secondo un principio di fittizia, ma anche fondamentale uguaglianza, tra tutti i soggetti dell’organizzazione, l’Arabia Saudita ha gli stessi diritti del paese membro dell’ONU che più di ogni altro tutela i diritti civili e delle donne. Questo, ovviamente, è il quadro formale. È chiaro, però, che tutto ciò pone dei grossi problemi da almeno trenta o quarant’anni. Le Nazioni Unite non sono certo l’organizzazione più ipocrita nel gestire questa fittizia ma necessaria e fondamentale uguaglianza tra i suoi soggetti. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è del ’48, però il tema dei diritti umani e delle tante forme dei diritti civili è un tema che le Nazioni Unite cominciano davvero ad affrontare solo negli anni ‘70. La gran parte degli studiosi, e io tra questi, ritengono oggi che negli anni ‘70 vi sia una svolta sul tema dei diritti umani; i diritti umani entrano di prepotenza nel lessico delle relazioni internazionali, diventano una categoria importante. Si fanno politiche in nome dei diritti umani, per promuoverli e tutelarli, e anche le Nazioni Unite cominciano a dibattere su questo tema.

Tuttavia vorrei essere chiaro su un punto: la discussione sui diritti umani, che è una discussione sui diritti dell’individuo – di ogni individuo e di ogni singola donna nella fattispecie –, è una discussione che mette in crisi il sistema delle Nazioni Unite, perché questo sistema si fonda sull’assoluta sovranità degli Stati che riguarda anche i loro affari interni. Se si afferma il principio secondo cui è necessario difendere i diritti di ogni singola persona, i diritti dell’uomo per come li definiamo, si rivendica anche il diritto di ingerenza negli affari interni di un determinato Paese, e dunque la violazione della sua sovranità. Si tratta di un corto circuito irrisolto da più di trent’anni. Nelle guerre umanitarie degli anni ‘90 in Bosnia e in Kosovo, ad esempio, si interveniva in nome dei diritti umani e Milosevic denunciava una violazione della sovranità – e lo stesso è accaduto anche con al-Assad o Gheddafi. Dunque, la centralità dei diritti umani e dell’individuo non può che mettere in crisi un sistema che si fonda sulla fittizia uguaglianza di tutti gli Stati e sulla inviolabilità della loro sovranità.

Potremmo allora affermare che l’allargamento delle competenze e dell’attività dell’ONU dopo la Guerra Fredda sia stato paradossalmente concausa del suo indebolimento?

Credo sia così, ma da storico tenderei a retrodatare questa crisi dell’ONU fino agli anni ’70, piuttosto che con la fine della Guerra Fredda. C’è un passaggio che con gli studenti uso sempre quando parlo di Stati Uniti e ONU: gli Stati Uniti, soprattutto dopo la svolta conservatrice degli anni ‘70 e l’elezione di Ronald Reagan, assumono un atteggiamento molto critico nei confronti delle Nazioni Unite, che arriva fino al gesto eclatante, qualche anno più tardi, dell’uscita dall’Unesco. È un gesto a basso rischio politico, perché il patrimonio culturale dell’umanità interessa meno, però è ugualmente un gesto fortemente simbolico. Agli studenti parlo anche della famosa risoluzione del 1975 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che presenta il sionismo come una forma di razzismo, un attacco durissimo a Israele, che viene votato a larghissima maggioranza. Israele viene difeso quasi unicamente dagli Stati Uniti, ma è interessante vedere come tra gli Stati che appoggiarono questa risoluzione ci sono alcune delle più oscene dittature dell’epoca, come l’Uganda di Idi Amin Dada, dittatore brutale e sanguinario che, di fatto, accusò di razzismo il governo israeliano. Quella risoluzione, secondo molti commentatori, simboleggia un ONU non più in grado di fare quello che dovrebbe fare. E, da lì in poi, credo si possa parlare di una lunga crisi delle Nazioni Unite che arriva fino ai tempi nostri, e che si manifesta anche in vicende assurde come la Libia di Gheddafi che finisce nella Commissione per i Diritti Umani o l’Arabia Saudita nella Commissione per la tutela dei diritti delle donne.

A proposito dell’Unesco, come commenta i recenti attacchi mossi alla risoluzione su Gerusalemme e la posizione contraria dell’Italia allineata a quella degli Stati Uniti? Secondo lei come è maturata questa posizione?

Credo che in questa vicenda vi siano due elementi da considerare. Il primo è che per il soggetto politico debole della contesa, ovvero l’Autorità Nazionale Palestinese, gesti simbolici come questo sono uno dei pochi strumenti di azione politica, anche perché solo dentro queste organizzazioni internazionali in cui i voti si contano e non si pesano – e dunque il voto del Lussemburgo conta quanto quello degli Stati Uniti – questo tipo di azione politica è possibile. Il secondo elemento è che Israele è diventata una sorta di simbolo nella contesa in atto. Per gli Stati Uniti, e in ultimo anche per l’Italia o per altri Paesi amici degli Stati Uniti, Israele è il simbolo della democrazia, la cittadella democratica assediata. È una visione ideologica anche questa, perché credo che nell’ultimo ventennio, soprattutto dopo la morte di Yitzhak Rabin, Israele sia stato meno democratico e abbia assunto posizioni molto discutibili. Eppure, ha ancora questo valore simbolico, soprattutto all’interno degli Stati Uniti. Il mio ambito di specializzazione è proprio la politica estera americana, e tendo a dire che la politica estera degli USA è molto legata a quella interna. Israele è molto presente nel dibattito politico interno statunitense, qualsiasi denuncia a suo carico è diventata quasi un tabù per il quale si paga un prezzo elettorale anche molto alto – lo stesso Obama sulla questione è stato spesso messo in difficoltà. Negli Stati Uniti c’è un’azione istintiva e reattiva a difesa di Israele che riverbera diplomaticamente anche sui suoi alleati.

Si potrebbe dire, allora, che anche l’Italia sia stata contagiata da un processo di disincanto nei confronti dell’ONU rispetto a qualche anno fa?

Bisogna soprattutto tenere conto del fatto che i Paesi europei, in quanto soggetti più deboli, hanno un interesse maggiore perché le organizzazioni internazionali siano i luoghi dove si svolge un dibattito politico dalle forti implicazioni simboliche; l’Italia è un paese filo-ONU, lo è per sensibilità politica e predisposizione, ma anche perché ha un interesse in questo senso. Gli Stati Uniti ne hanno molto meno, non ultimo perché l’ONU e l’idea di una governance globale portata avanti attraverso istituzioni come l’ONU è diventata molto meno popolare negli Stati Uniti. La destra americana rigetta quel tipo di governo mondiale, come lo chiama per denunciarlo, e utilizza questa avversione in campagna elettorale spesso raccogliendo buoni risultati.

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