lunedì, Settembre 28

ONU: il mondo dipinto da Guterres «Il populismo è in marcia». «Oggi l'ordine mondiale è sempre più caotico». «I valori universali vengono erosi»

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Il portoghese Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, ha tenuto ieri il discorso inaugurale della 73a Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si sta svolgendo in questi giorni a New York.

Nel suo lungo e profondo discorso, Guterres ha ribadito quali sono le sfide e le problematiche che il mondo di oggi si trova ad affrontare, richiamando all’unità ed alla collaborazione tra i popoli per un futuro basato sulla solidarietà. «Condividiamo un destino comune. Possiamo dominarlo solo se lo affrontiamo insieme. E questo, amici miei, è il motivo per cui abbiamo le Nazioni Unite», così, citando e ricordando Kofi Annan, Segretario Generale ONU dal 1997 al 2006, scomparso lo scorso agosto, il diplomatico portoghese ha poi concluso il suo eloquio, nel quale non ha mancato di sottolineare come le sette sfide evidenziate l’anno precedente –guerre in Siria e Yemen, caso Rohingya, conflitto arabo-isrealiano, terrorismo, nucleare, armi chimiche, migrazione e diseguaglianza – sono rimaste «terribilmente irrisolte», ponendo l’accento su due nuovi pericoli: il cambiamento climatico e lo sfruttamento controverso del nuove tecnologie.

I punti ed i problemi toccati dal Segretario Generale durante l’apertura dell’Assemblea sono stati molti: ne riproponiamo alcuni, cercando di cogliere come si sono evoluti nelle aree del pianeta e perché sono diventanti temi caldi e di stringente attualità.

«Il populismo è in marcia», «le sfide stanno crescendo verso l’esterno, mentre molte persone si stanno rivolgendo verso l’interno».

Tv, social media, classici giornali hanno ormai sdoganato da qualche anno la parola ‘populismo’ per indicare una certa maniera di fare politica e/o come appellativo-etichetta di specifiche frange partitiche che aderiscono ad una visione politica post-ideologica, proposta come superamento del ‘polarizzante’ bipolarismo destra-sinistra.

Cosa vuol dire esattamente populismo e da dove deriva questo termine? Secondo l’Accademia della Crusca ed il linguista Giuseppe Patota, che propone un’analisi del termine, populismo, ed il corrispettivo aggettivo populista, indicano «in senso spregiativo l’atteggiamento di chi da una parte esalta in modo velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi, dall’altra cerca di conquistarne il favore con proposte irrealizzabili ma di facile presa: cioè, come si dice, demagogiche». La parola populismo deriva dal russo narodničestvo’, dove ‘narod’ significa popolo. Durante la fine dell’800, in Russia, narodničestvo era usato per indicare un movimento politico-culturale, formato in gran parte da giovani intellettuali e studenti che, in antitesi al potere zarista, si facevano promotori dei diritti e dell’emancipazione dei contadini russi, aspirando al socialismo e all’uguaglianza. Nel 1891, a seguito dell’istituzione in America del People’s Party, il termine russo venne traslato nell’inglese populism per indicare gli aderenti al partito e, dunque, populismo sarebbe la traduzione italiana del termine anglosassone. Come riporta Patota, però, una più ampia diffusione del termine si ebbe solo a partire dalla metà del ’900, quando le politiche attuate dal 1946 al 1955 da Juan Domingo Peron, in Argentina, vennero classificate, appunto, populiste.

Il termine populismo, però, sebbene le sue origini prendano spunto dalle lotte di classe, negli ultimi tempi è andato, per varie contingenze politiche, a collegarsi visceralmente ad un altro termine ultimamente molto forte ed impattante: sovranismo.

Il populismo sovranista – o il sovranismo populista – è un vento che soffia forte su molte aree del pianeta. Molti Paesi, dove vige una buona e forte base democratica, negli ultimi anni hanno registrato una tendenza che ha visto l’aumento dei consensi a favore di forze politiche di matrice populista-sovranista.

In principio fu Donal J. Trump. Non è un caso che dalla culla della democrazia, quali sono gli Stati Uniti, sia arrivato il primo segnale che qualcosa, nel panorama politico internazionale, stesse cambiando. Trump, eletto nelle presidenziali americane del novembre 2016, ha attuato una politica a forti tinte nazionaliste al grido di ‘Make America Great Again’, e, oltre a distaccarsi abbondantemente dall’Amministrazione precedente guidata da Barack Obama, ha diviso lo stesso fronte repubblicano di cui fa parte.

In Italia non siamo stati esenti da tutto ciò, anzi, con il turno elettorale dello scorso marzo, siamo stati il primo Paese membro dell’UE ad avere un Governo dichiaratamente populista grazie all’accoppiata Movimento5Stelle-Lega. Il fenomeno, però, è stato sorprendente solo in parte. Già nelle elezioni del 2013, alla prima candidatura a livello nazionale, il M5S aveva scombussolato i piani di un fronte politico italiano tradizionalmente bipartisan, avendo goduto di un consenso superiore al 25%. L’ascesa della Lega – ora meno Nord e più salviniana – ha fatto sì, sia per ragioni di convenienza, sia per politiche sotto certi aspetti simili, che i due partiti si prendessero la scena della politica italiana, con buona pace del PD che, bloccato dai suoi dissidi interni, crolla quotidianamente in credibilità ed anche concretamente.

Non solo in Italia: l’ondata dei populismi si sta ripercuotendo anche in Europa. Le recenti elezioni svedesi hanno certificato che il populismo può insinuarsi anche nelle regioni dove la matrice socialdemocratica è storicamente radicata. I Democratici Svedesi, guidati da Jimmie Akesson, sono il partito di estrema destra populista-sovranista che è stato decretato come seconda forza politica del Paese, con la SocialDemocrazia che, seppur prima, ad ogni turno elettorale si accaparra sempre meno voti. In Francia Emmanuel Macron perde quotidianamente consenso, con l’ombra del Front National di Marine Le Pen che avanza, sebbene le elezioni presidenziali siano state svolte appena un anno fa. Il Regno Unito, con la Brexit di due anni orsono, è stato il boia che ha fatto capitolare le speranze di chi pensava ad un’Unione Europea forte ed incrollabile

Anche nell’altro emisfero le forze populiste stanno prendendo piede. In Brasile, il leader del PSL, Jair Bolsonaro, è in vantaggio in tutti i sondaggi e lui, capitano dell’Esercito in pensione, guida una coalizione –Brasil acima de Tudo, Deus acima de Todos- profondamente populista, conservatrice e militarista.

In Asia, invece, il populismo inteso così in un’ottica occidentale non esiste. Un caso raro è rappresentato dall’India di Modi che sta giocando il suo mandato favorendo politiche nazionaliste, ma in altri casi come Vietnam, Thailandia e Giappone il populismo è da intendersi più in chiave intrinseca ed etno-antropologica.

In Africa la situazione è più complessa. Situazioni socio-politiche gravi e totalitarismi mascherati da democrazie, non creano neanche l’opportunità di recarsi liberamente al voto e di esprimere la propria opinione. Se pensiamo al caso-limite rappresentato dall’eSwatini, che è una della ultime monarchie assolute del mondo, dove i partiti semplicemente non esistono, si può ben capire quanta strada debbano percorre alcuni Paesi africani prima di affrontare una seria ristrutturazione democratica.  La realtà africana peraltro è caratterizzata indubbiamente da populismi ma di matrice differente da quella occidentale. Basti, a titolo di esempio, l’ultimo caso ugandese di Bobi Wine.

«Oggi l’ordine mondiale è sempre più caotico. Le relazioni di potere sono meno chiare», «tra i Paesi, la cooperazione è meno certa e più difficile», «l’’impunità è in aumento, poiché i leader e gli stati superano i confini, sia a livello nazionale che internazionale»

È indubbio che in un mondo sempre più multilaterale il ruolo degli Stati Uniti come guida unica e ala protettrice è stato notevolmente ridimensionato ed il vecchio ordine post guerra fredda si sia sfaldato e notevolmente allargato. Dagli anni ’90, quando la loro egemonia era incontrastata, il loro potere si è gradualmente ridotto ed il divario, sul piano politico, economico e militare con le altre potenze mondiali è diminuito.

Conflitti territoriali, guerre civili, sono diventate teatro di interessi internazionali che hanno mutato l’ordine geopolitico.

In Siria non si contano più gli attori coinvolti nella guerra civile, ma una cosa è certa: dopo quasi 7 anni, la gestione del conflitto, che sembra vedere il Presidente siriano Bashir Al Hassad –accusato di aver più volte fatto uso di armi chimiche e batteriologiche durante le repressioni contro i ribelli del regime trionfante, ha rafforzato il potere sull’area medio-orientale della Russia di Vladimir Putin, della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan e dell’Iran di Hassan Rouhani e, contemporaneamente, si è offuscata l’influenza degli USA sulla regione.

La Russia, oltre a far la parte del leone in Medio Oriente, ha una questione aperta in Crimea dal 2014, la regione ucraina che de facto è sotto il governo russo, ma de iure è parte dell’Ucraina. La militarizzazione dell’area ha posto la Russia in una situazione scomoda a livello internazionale e Putin è stato soggetto a sanzioni da parte dall’UE.

Un’altra grande questione che rende sempre più caotiche le relazioni internazionali è quella relativa all’accordo nucleare iraniano, il JCPOA. A maggio gli Stati Uniti sono usciti dal JCPOA con Trump che ha annunciato sanzioni a chiunque faccio affari con la Repubblica Islamica dell’Iran e  ieri a New York ha rincarato la dose. Peccato che proprio ieri, a margine dell’inizio dei lavori dell’Assemblea Generale, l’Alto Commissario dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, insieme a Rouhani, abbiano annunciato l’istituzione di un’entità legale, uno ‘Special Purpose Vehicle’, che faciliti i rapporti commerciali tra gli Stati membri dell’UE con l’Iran.

E se da una parte Trump attacca l’Iran sul nucleare, dall’altra tende la mano a Kim Jong Un, ledear-dittatore della Corea del Nord, che fino all’anno scorso definiva un ‘pazzo’ e che, dopo lo storico accordo raggiunto a Singapore con annesso vigoroso ‘handshake’ nel giugno scorso, è diventato molto aperto e formidabile.

La Cina, intanto, è diventata la seconda economia mondiale e al famigerato ‘Sogno Americano’ sta contrapponendo il cosiddetto ‘Sogno Cinese’, sintesi del pensiero di Xi Jinping entrato a far parte anche della Costituzione. La lotta dei dazi tra USA e Cina che sta portando ad una vera e propria guerra fredda commerciale sembra essere lo scontro tra due titani, ma è solo all’inizio e la situazione potrebbe durare ancora per molto, rilanciando dollaro su dollaro. Gli interessi della Cina e gli affari che conduce in tutto il mondo sono molteplici e, almeno in Sud America ed in Africa, gli USA non sembrano tenere il passo forsennato dei cinesi. I prestiti che sta elargendo Xi a molti Paesi in via di sviluppo, soprattutto africani, sono visti come un’arma a doppio taglio dai più che nutrono perplessità su tali investimenti. Dato il forte impatto nazionalistico della politica commerciale cinese, infatti, in quei prestiti è visto il forte assoggettamento dei Paesi indebitati alla volontà della Cina.

«Le persone stanno perdendo la fiducia negli istituti politici», «anche la fiducia nella governance globale è fragile».

L’Eurobarometro, è un aggregatore di sondaggi, istituito nel 1973, che riunisce tutte le statistiche stilate dalla Commissione Europea. Dall’Eurobarometro relativo alla primavera 2018, stilato lo scorso marzo, è emerso che solo il 42% degli europei si fida dell’Unione Europea, poco più alta della percentuale degli europei che si fidano dei loro governi nazionali o dei loro parlamenti, entrambe al 34%.

Ed è impressionante vedere come tra le ultime quattro Nazioni, cioè quelle che raggruppano il maggior numero di cittadini che non hanno fiducia nell’UE, ci siano Italia (con il 51%), Francia (55%) e Regno Unito (57%).

Il crollo della fiducia nei confronti dell’Unione Europea rispecchia la crisi delle istituzioni internazionali.

L’UE, imbrigliata nei crescenti populismi e dalle molte e discordanti voci interne, sembra essere lontana da quell’idea di organismo sovranazionale capace di dirigere gli Stati membri verso un’unica direzione ed in maniera corale. La questione dell’immigrazione occupa sempre i primi posti, come si nota nei sondaggi, delle preoccupazioni dei cittadini europei, così come la disoccupazione. La gestione delle migrazioni e le politiche attuate in questi anni non hanno fatto altro che aumentare la sfiducia nelle varie comunità europee nei confronti dell’istituzione, anzi, sono state la spinta alla nascita e all’espansione di quei movimenti populisti-sovranisti che ora stanno guadagnando terreno in tutta Europa. La prima frattura, già creata con la Brexit, non ha fatto altro che acuire le tensioni e i dubbi. L’incapacità di trovare soluzioni e dare risposte immediate alle problematiche più stringenti e l’idea che l’UE sia un meccanismo più economico-finanziario che socio-politico ha allontanato la gente dall’idea di un’Europa costituita si dà più popoli con diversa tradizioni, ma pur sempre unica.

Non solo UE, anche la Corte Penale Internazionale, istituita nel 1998 con lo Statuto di Roma per agire penalmente contro genocidi e crimini di guerra, sembra essere in crisi. Il Burundi ad ottobre dello scorso anno ha abbandonato il CPI ed è stato il primo Paese ad agire in questo senso. Sud Africa e Gambia, avevano annunciato di farlo, salvo poi fare un passo indietro. Gli Stati Uniti, invece, negli ultimi tempi stanno entrando in polemica con lo stesso CPI, per il quale hanno minacciato sanzioni se la Corte continuerà a portare avanti azioni penali contro militari americani per presunti abusi sui detenuti in Afghanistan.

Le organizzazioni sudamericane internazionali, invece, meritano un discorso a parte. Organizzazioni come ALBA e UNASUR, fondate su spinta venezuelana quando l’egemonia socialista era forte in tutta il Sud America, sono formalmente morte perché la crisi economico-finanziaria del Venezuela sta impedendo la prosecuzione di tali iniziative che, comunque, sono progetti molto distanti da modelli come l’Unione Europea che è a carattere ‘sovranista’.

«I valori universali vengono erosi», «I principi democratici sono sotto assedio e lo stato di diritto viene minato»

Al 70° anniversario della Dichiarazione della Carta universale dei diritti umani, sono molte le aree del mondo dove questi vengono costantemente violati. In Myanmar vi è in atto una campagna militare di pulizia etnica contro i la popolazione musulmana dei Rohingya che ha causato l’esodo di 650.000 persone verso il Bangladesh. In Venezuela la crisi economico-finanziaria, determinata dalle politiche di Maduro, ha causato oltre un milione di migranti che stanno cercando di rifugiarsi nei Paesi sudamericani limitrofi. La guerra in Siria ha causato circa 350.000 vittime e oltre 5.6 milioni di rifugiati.

In Nicaragua, che fino poco tempo fa non mostrava segni di cedimento, il Governo sta attuando una politica di repressione contro i dissidenti. Solo tra l’aprile all’agosto di quest’anno la repressione governativa ha causato 300 morti e circa 2000 feriti ed oltre 20.000 persone hanno già chiesto asilo politico in Costa Rica.

Nel continente africano, le gravi situazioni socio-politiche vigenti in molti Stati, oltre all’erosione dei diritti civili causano la repressione dei dissidenti. Centinaia sono le persone detenute arbitrariamente e l’uso della forza da parte delle Forze Armate è quotidiano. In Egitto, il Governo ha limitato la libertà di criticare l’esecutivo.

Come si legge su Amnesty International, nel rapporto annuale 2017-2108: «La battaglia per i diritti umani non è mai vinta definitivamente, in nessun luogo e in nessun momento storico. I confini si spostano di continuo, per cui non c’è spazio per il compiacimento. Nella storia dei diritti umani, questo non è mai stato più chiaro di ora. Ma, dovendo far fronte a sfide senza precedenti in tutto il mondo, le persone hanno continuato a dimostrare che la loro sete di giustizia, dignità, uguaglianza non verrà spenta, trovando ancora modi nuovi e coraggiosi per esprimere questo bisogno, spesso a caro prezzo».

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