mercoledì, Febbraio 20

ONU: diritti umani, Italia sotto accusa

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Il UN Human Rights Committee, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha pubblicato le sue conclusioni sulla situazione dei diritti civili e politici dei 6 Paesi presi in esame nel corso della sua ultima sessione di lavori, tra questi Paesi vi è l’Italia.
L’Italia (un report di sintesi di 9 pagine scaricabile) è finita sotto esame del Comitato per le problematiche connesse agli ostacoli all’applicazione della legge 194 che regola l’interruzione volontaria di gravidanza, i diritti delle coppie dello stesso sesso, la persistente mancanza di legge sulla tortura, la situazione relativamente alla discriminazione razziale, i migranti, le carceri, e altri capitoli scottanti.

Le conclusioni relative all’Italia, sottolineano la preoccupazione del Comitato «per le difficoltà segnalate di accesso agli aborti legali a causa dell’elevato numero di medici che si rifiutano di effettuare aborti per motivi di coscienza e della loro modalità di distribuzione in tutto il Paese, e per il risultante numero significativo di aborti clandestini». Lo Stato, ammonisce il Comitato, «dovrebbe adottare misure necessarie per garantire il libero e tempestivo accesso ai servizi di aborto legale nel proprio territorio, anche prevedendo un sistema di riferimento efficace per le donne che cercano servizi di aborto legale».

Il Governo minimizza. Le Osservazioni del Comitato Diritti Umani, «sono di carattere del tutto ordinario, come ben emerso d’altronde dall’andamento della discussione», ha commentato il Ministro Plenipotenziario Fabrizio Petri, Presidente del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani, presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale che era nella delegazione presente a Ginevra, il 9 e 10 marzo scorso, davanti al Comitato Diritti Umani delle Nazioni Unite, dove si è tenuto l’esame del VI Rapporto periodico nazionale relativo al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

Per quanto riguarda i diritti delle coppie dello stesso sesso: «l’Italia», raccomanda il Consiglio per i diritti umani dell’Onu, «dovrebbe considerare la possibilità di permettere» loro «di adottare bambini, compresi i figli biologici del partner, e assicurare ai bambini che vivono in famiglie omosessuali la stessa tutela legale di quelli che vivono in famiglie etero».
Il Comitato Onu rileva, inoltre, delle lecune nella legge sulle unioni civili, varata nel 2016, e raccomanda in proposito che andrebbe garantito «lo stesso accesso alle tecniche di fecondazione in vitro per le coppie gay». L’Italia, raccomanda il Comitato, dovrebbe «intensificare gli sforzi per combattere la discriminazione e l’incitamento all’odio contro le persone LGBTI» e i crimini connessi.

Il Comitato sottolinea la preoccupazione per le discriminazioni relative alle discriminazioni delle quali sono vittime  Rom, Sinti e tutte le minoranze, «esacerbate dai media e funzionari pubblici a livello locale», raccomandando interventi legislativi in materia penale per incidere sulle ‘circostanze aggravanti’ connesse ai crimini d’odio, garantendo «che tutti i casi di violenza a sfondo razziale sono sistematicamente indagati, e i responsabili siano perseguiti e puniti e un adeguato compenso venga assegnato alle vittime».

Altra nota dolente è la mancata previsione del reato di tortura nel codice penale, e il Comitato è stato preciso e severo, non soltanto alla mancanza di una legge sulla tortura, ma anche e per le «le notizie di uso frequente eccessivo della forza da parte della polizia e delle forze dell’ordine, in particolare nel contesto delle procedure di identificazione dei migranti ai punti caldi. È anche preoccupata per la prevalenza di impunità per la polizia e funzionari di polizia coinvolti in uso eccessivo della forza e l’articolo 582 del codice penale, che aggrava il fenomeno richiedendo la presentazione di una denuncia da parte della vittima». Lo Stato dovrebbe recepire, «senza ulteriori ritardi, il reato di tortura nel codice penale» e dovrebbe «prendere tutte le misure necessarie per evitare che forze dell’ordine e di sicurezza ricorrano a forza eccessiva e maltrattamenti, anche potenziando la formazione per le forze dell’ordine, l’introduzione di un codice di condotta per i funzionari delle forze dell’ordine e richiedono loro di indossare tags di identificazione». Lo Stato dovrebbe «garantire che le accuse di maltrattamenti e uso eccessivo della forza siano accuratamente studiati, anche se la vittima non ha presentato una denuncia. Si dovrebbe garantire che i responsabili siano perseguiti e, se condannati, puniti con sanzioni commisurate alla gravità del reato; e che le vittime siano adeguatamente compensate».

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