giovedì, Aprile 9

Onore delle armi per Di Maio Caro Robespierre del Vesuvio, a furia di tagliare teste, basta un momento di distrazione e tra le mani ti trovi la testa ... tua!

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Dubito molto che qualcuno che abbia letto anche fuggevolmente un mio articolo su questo giornale, possa avere un dubbio, uno solo anche minimo, sul fatto che io abbia dell’on.le Luigi Di Maio, detto Giggino, la minima possibile stima e considerazione.

Lo consideravo e lo considero un arrogante e un supponente, di modesta, a dir poco, cultura e modestissime conoscenze tecniche, poco aduso alla lingua italiana e in particolare alla consecutio temporum (quella che determina i congiuntivi, giusto per l’ipotesi che il predetto legga queste righe).
Sul piano umano e politico il mio giudizio su di lui è anche peggiore, per quanto riguarda il cinismo, basterebbe il modo in cui si è comportato con il padre, la totale assenza di ‘ideali’, sia pure solo culinari, l’amore sviscerato per il potere in quanto tale, la cattiveria verso gli avversari e quelli che decide che vanno trattati da delinquenti, da Matteo Renzi, a Maria Elena Boschi, a Silvio Berlusconi a Armando Siri, e non parlo delle cose selvagge che ha detto contro i gestori del ponte di Genova, privo di qualsivoglia prospettiva politica che abbia la durata prospettica oltre i quindici giorni.

Sono, dunque, fermamente convinto che non meriti assolutamente nulla da nessuno. Ma.

Ma, confesso, non sopporto le persone che si lasciano adulare e trattano gli adulatori dall’alto in basso, ma sopporto anche di meno, anzi molto di meno, anzi, per nulla quelli che lo circondano, lo annusano, lo festeggiano, lo incensano, ne cercano la protezione e poi, nel momento in cui gli viene a mancare il potere, gli dicono di tutto e di più: tutto ciò che fino a quel momento non hanno osato non solo dirgli, ma anche solo sussurrare alla moglie/marito, no all’amante sicuramente più discreta/o della moglie/marito, nemmeno dirsi allo specchio (spesso imbottito di microspie).
Eh no, questo no. Questo è rivoltante, disgustoso. Peggiore perfino dello stesso Di Maio.

Oggi, a sconfitta avvenuta, si scoprono le batterie e gli si spara addosso a tutto spiano. Non quei due o tre che hanno osato criticarlo prima, e che sono stati sbattuti fuori e che quindi oggi avrebbero anche qualche motivo per essere particolarmente severi con lui, no, non quelli, ma quelli che fino a 48/72 ore fa erano accanto a lui, un passo indietro, a sorridere quando sorrideva, a assentire quando affermava, a fare ciò che ‘ordinava’ senza discutere. E, sia chiaro, questo vale per tutti, da quel Gianluigi Paragone, già sfegatato leghista e poi sfegatatissimo stellino aspirante ‘sputtanatore’ di banche, oggi sul sedile posteriore della moto di Dibba, agli altri colonnelli’ del suo staff, allo stesso Beppe Grillo, che ora invoca Radio Maria.

Lo ripeto, Giggino non merita nulla, assolutamente nulla, ma il rispetto verso chi, pur malamente per i risultati e specialmente per i modi, ha dato quello che credeva e poteva, sia pure per smania di potere, e si è speso in prima persona, quel rispetto è dovuto. Merita l’onore delle armi e il ringraziamento. Benché non quello, me ne perdonerà l’interessata, della fidanzata tirata fuori da una affrettata consultazione di Google; figuriamoci, via, Aristide, Temistocle, gli ostrakon!

Dopo di che, mostrategli le armi, va allontanato, ma non per una sorta di colpo di Stato, facile contro chi è stato sconfitto.

Invece, ci si sarebbe aspettata l’analisi, la valutazione, lo studio sul perché della sconfitta, sulla natura del movimento e sul suo futuro. E invece di ciò non si vede traccia.
Persone che hanno condiviso le sue scelte o almeno non hanno obiettato, sia pure per il timore di essere buttati fuori, oggi scoprono che faceva troppe cose. Ma appunto, se hai il coraggio di criticare lo fai quando chi critichi è forte, non quando è a terra. «Nessuno mi ha chiesto le dimissioni», ha balbettato Di Maio, riferendosi a Grillo e Casaleggio, e a proposito ma chi diamine sono questi due, chi li ha eletti, chi li ha scelti, a qual titolo parlano o forse solo sussurrano (perché finora hanno taciuto), e perché mai dovrebbero chiedergli le dimissioni.

Sorvolo, sull’ennesima assurdità: la richiesta di dimissioni ex art. 11 lett. h., punto 3 dello Statuto (ma non era un ‘non Statuto’?) per «una lesione all’immagine o una perdita di consensi per il Movimento 5 Stelle», come afferma il senatore Gregorio De Falco, ora titolare di uno ‘scendi da bordo cazzo’, suppongo, e autore di una vera e propria arringa durissima contro Di Maio, roba da Beria!
E poi avete dei dubbi che il Movimento non sia un pasticcio al limite del fascismo? Roba simile si ritrova solo negli Statuti o simili dei regimi totalitari!
Caro Giggino, lo hai voluto tu questo non-partito, ora devi fare autocritica e magari anche Harakiri, non ti pare? Sbrigati, va’. E sì che te lo ho scritto tante volte, caro Robespierre del Vesuvio, a furia di tagliare teste, basta un momento di distrazione e tra le mani ti trovi la testa … tua!

E sorvolo sul ‘contento’ Alessandro Di Battista, da mesi fremente in panchina, col biglietto per il Congo già pagato da ‘Il Fatto Quotidiano’, ma ieri alla riunione dei ‘big’: che non parta più? E sì, perché poi, non bastassero le colpe e la pochezza di Di Maio, il ‘partito’ del quale lui è il ‘capo’, discute tra i ‘big’: evviva la democrazia e ‘uno vale uno’. Ma che vergogna. Ma non vedete che imitate i peggiori regimi dittatoriali (molto provincialmente, a dire il vero) con i Gran Consigli che si riuniscono solo per accoltellare il capo’, preferibilmente alle spalle. Appunto, come nei peggiori regimi il capo non si batte, si accoltella.

Confermo, caro Di Maio Le do del Lei‘: mi fa un po’ pena, se lo merita, se lo è meritato, Lei avrebbe fatto esattamente lo stesso ad altri (e qualcosa del genere lo ha anche fatto), ma resta il fatto che tutto ciò è più che avvilente, è volgare, decadente, è un ulteriore colpo basso alla credibilità e alla onorabilità del nostro povero Paese.

Inutile aggiungere che mentre questi ominicchi discettano nei cortili, anzi, come piace a Giggino ‘interloquiscono’, e mentre il gradasso rumoroso propone piani da 30 miliardi per ridurre le tasse ai suoi amici, che non investiranno un centesimo delle tasse risparmiate, mentre il bel Conte va a Bruxelles, ignorato da tutti ed è l’unico che non incontra nessuno, la Fiat, oggi FCA, la Renault e la Nissan si preparano al matrimonio del secolo, sotto la regia di … Emmanuel Macron, mentre i due dioscuri nemmeno sanno cosa stia avvenendo.

Ah!, dimenticavo. Mentre tutto ciò accade nei cortili della nostra politica governativa, in altri cortili dove si celebra una ‘vittoria’ del PD, il meraviglioso Renzi sottolinea che il PD ha preso meno voti dell’ultima elezione, e quel gran signore di Calenda, che è stato eletto grazie solo al PD, dichiara, bontà sua, che è pronto a ‘collaborare’ con il PD.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.