mercoledì, Agosto 5

Omotransfobia: un ‘limbo’ giuridico, tra etica e politica

0
1 2


Dopo l’approvazione in prima lettura da parte della Camera il 19 settembre 2013, il testo titolato «Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia» giace tuttora in Senato (Commissione Giustizia), senza comparire nel calendario dei lavori.

Da una base di 4 articoli, nel luglio 2013 il Ddl è stato riscritto dai relatori, i Deputati Ivan Scalfarotto (Pd) e Antonio Leone (Pdl), a seguito della presentazione di oltre 400 emendamenti. L’esito è un parziale compromesso tra etica e politica, alimentato da resistenze idonee a bloccarne l’approvazione. La principale novità del provvedimento è l’introduzione nel Codice Penale di due fattispecie di reato equiparate: omofobia e transfobia.

Rispetto al testo originario presentato alla Commissione Giustizia, sono state eliminate le definizioni legislative di «orientamento sessuale» e «identità di genere» mentre è stata reintrodotta, con nuovo emendamento, l’estensione della circostanza aggravante prevista dalla «Legge Reale-Mancino» (L. n. 205/1993, modificata dalla L. 85/2006 sui reati di opinione), ossia il fatto di commettere un reato per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o (secondo la nuova disposizione) relativi all’«identità sessuale della vittima».

Il diritto fondamentale – costituzionalmente tutelato – all’identità sessuale fa parte del diritto all’identità personale, uno dei 5 «diritti della personalità», ossia afferenti a taluni attributi essenziali della persona umana (oltre all’identità personale, la vita e l’integrità fisica, il nome, l’onore e la riservatezza). Senza dubbio, ci troviamo nell’ambito di un confronto aperto tra diritto e antropologia. Come ha scritto in un paper l’Avv. Costituzionalista Edoardo Raffiotta, «Il tema comune è quello di comprendere il modo in cui l’individuo considera e costruisce se stesso come membro di determinati gruppi sociali (…) Nell’ambito giuridico – anche se in modo restrittivo ed improprio – si potrebbe definire l’identità come l’ ‘immagineche la società ha dell’individuo, la proiezione sociale della sua personalità». A differenza del diritto al nome o di quello all’immagine, che attengo all’identificazione (…) l’identità personale descrive il complesso della personalità che differenzia un individuo da tutti gli altri».

Tra le varie rettifiche al Ddl, ha pesato l’adozione del c.d. «Emendamento Gitti-Verini», che citiamo per intero: «Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero anche se assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni».

A questo punto, ci chiediamo cosa possa significare, in un contesto determinato e tassativo come quello del diritto penale, «pluralismo delle idee».

Nella quiescenza del dibattito parlamentare, sorgono interrogativi sulle sorti del provvedimento e, ancor prima, sulla sua portata e rilevanza sostanziali per un ordinamento giuridico che tuteli, nelle sue diverse espressioni, la persona umana. Ne abbiamo parlato con il Dott. Angelo Schillaci, Ricercatore in Diritto Pubblico Comparato presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Roma «La Sapienza». Giurista esperto sui temi dell’uguaglianza sociale e delle forme di discriminazione a base sessuale, Schillaci collabora anche con la piattaforma di «Articolo 29», un portale giuridico dedicato a questioni di orientamento sessuale e identità di genere.

 

Dottor Schillaci, alla luce della Sua esperienza di ricerca, ritiene che la proposta di legge Scalfarotto-Leone costituisca un passo avanti nella tutela dei soggetti omosessuali e transessuali?

Sarà opportuno distinguere, innanzitutto, tra il testo originario e quello approvato dalla Camera. Il primo era il prodotto di una serie di disegni di legge riuniti e costituiva un intervento di carattere organico nella previsione di un regime sanzionatorio specifico per quelle condotte (con implicazioni sia sul piano penalistico che su quello della responsabilità civile). L’ «Emendamento Gitti-Verini» ha agito da fattore di esclusione dell’antigiuridicità di opinioni espresse da soggetti tutelati (in primis, esponenti di organizzazioni e associazioni a carattere politico). In forza di un’interpretazione ‘larga’ dell’Art. 21 Costituzione (libertà di pensiero), in combinazione con l’Art. 18 (libertà di associazione), tutte le opinioni omotransfobiche, se espresse in contesti associativi quali opinioni ‘politiche’, non potranno essere perseguite.  La difficoltà nel trovare un compromesso politico capace di superare questo emendamento costituisce una delle principali ragioni che hanno portato il Ddl in esame all’insabbiamento.

In mancanza di una specifica fattispecie di reato, il nostro ordinamento contempla modalità e casi di tutela della persona contro l’omotransfobia?

In merito alla lotta alle discriminazioni sessuali sul luogo di lavoro, esiste una normativa del 2003 (D.Lgs. n. 216/2003), che definisce il principio della «parità di trattamento» come «l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta» – nel caso di «comportamenti apparentemente neutri» – a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap, dell’eta’ o dell’orientamento sessuale» (Art. 2, c. 1). La discriminazione comprende anche, per gli stessi motivi, l’«ordine di discriminare» impartito ad altri e le «molestie», vale a dire «quei comportamenti indesiderati (…) aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante od offensivo» (Art. 2, cc. 3 e 4).

Tuttavia, questo strumento risulta, per larga parte, inapplicato, con qualche eccezione. Citerò, in proposito, un’‘apertura’ da parte della giurisprudenza di merito.  Una sentenza del Tribunale di Rovereto del 2016, poi confermata in Appello dalla Corte di Trento, ha condannato l’Istituto scolastico «Sacro Cuore» a risarcire una sua insegnante, licenziata perché sospettata di essere lesbica.  Dal riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento emerge un’esigenza di tutela anche al di là del settore penalistico (centrata soprattutto sugli atti di violenza fisica); è necessario, pertanto, riflettere sul carattere di tutti gli strumenti anti-discriminatori esistenti nel nostro sistema, e sulle lacune che potrebbero essere colmate. Per le discriminazioni in ambito familiare, abbiamo la legge sulle unioni civili (L. n. 76/2016) che va verso l’annullamento del divario tra persone omosessuali ed eterosessuali. In ogni caso, è inevitabile avvertire l’assenza di uno strumento dedicato al contrasto dell’omotransfobiaIn Spagna, una legge contro la violenza di genere e le situazioni omofobiche esiste dal 2004.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.