lunedì, Ottobre 14

Omicidio Ivanovic: meno Ue nei Balcani Intervista ad Antonello Biagini, docente ordinario di Storia dell’Europa orientale presso l’Università di Roma La Sapienza

0

Oliver Ivanovic, noto quanto discusso politico serbo, viene ucciso una settimana fa, esattamente la mattina del 16 gennaio scorso. Leader del movimento Serbia, democrazia, diritto, aveva rivestito la carica di Segretario di Stato per il Ministero serbo per il Kosovo e Metohija, dal 2008 al 2012. Inoltre, in occasione delle elezioni municipali del novembre 2013, si era candidato a Sindaco di Mitrovica Nord, uscendone però sconfitto dalla Lista serba di Krstimir Pantić. Ivanovic si era sempre difeso dalle accuse per cui aveva dovuto scontare tre anni di carcere, con l’accusa di crimini di guerra contro la popolazione civile albanese tra il 1999 e il 2000. EULEX – la missione UE in Kosovo – aveva sporto nei suoi confronti tali accuse. Nonostante la sua dichiarazione di innocenza, in primo grado il verdetto  è negativo: nove anni la pena erogata. ma agli inizi del 2017, la Corte di Appello di Pristina aveva annullato tale sentenza, ordinando una ripetizione del processo, tuttora in fase di svolgimento.

Un avvenimento del genere va necessariamente collocato nel contesto storico dei Balcani e dell’ex Jugoslavia: tensioni mai sopite del tutto riappaiono, con le loro numerose e imprevedibili sfaccettature, rianimando fantasmi che sembravano rappresentare ormai un lontano ricordo; quello della guerra, della distruzione e del genocidio che solo 25 anni fa iniziava oltre il Mar Adriatico.

Subito è giunta la condanna dell’Ue, a cui si è aggiunto un appello per il dialogo tra Belgrado e Pristina, quale unica via possibile per una stabilizzazione, anche nell’ottica di un ipotetico futuro ingresso nell’Unione a 27.  Per comprendere meglio la valenza politica di tale gesto e cosa possa rappresentare in concreto, fino a che punto possa costituire un’avvisaglia del risveglio di tensioni latenti nell’ex Jugoslavia, abbiamo intervistato il Antonello Biagini, docente ordinario di Storia dell’Europa orientale presso l’Università di Roma La Sapienza.

 

Intanto, un primo dato: di questa notizia non si è parlato molto…

Sì, è sfuggita quasi a tutti i principali organi di stampa.

Quali le ragioni di questo omicidio?

Il quadro spiega tutte le questioni: la vittima era considerata una figura di mediazione tra kosovari e serbi. Aveva anche fatto tre anni di carcere. In una situazione di difficili trattative, qualcuno si doveva pur occupare di mediare, tanto che Ivanovic era stato soprannominato “uomo ponte”, in quanto a cavallo tra due situazioni diverse, rappresentando i serbi in Kosovo. Pare che avesse anche puntato il dito contro i narcotrafficanti. Quindi, da un lato, c’è il suo ruolo politico: di fronte alle trattative per la mediazione tra Serbia e Kosovo, a qualcuno può esser convenuto non avviare nemmeno le trattative, optando per il casus belli, come spesso accade in determinate situazioni storiche; chi desiderava questo risultato l’ha ottenuto, perché la delegazione serba è uscita immediatamente dal tavolo delle trattative, quasi indirettamente accusando i kosovari di questo omicidio; kosovari che, d’altra parte, hanno stigmatizzato l’avvenimento, manifestato l’intenzione di indagare, ma sostanzialmente non hanno manifestato il proprio dramma per quanto avvenuto.

Trattative in salita tra Serbia e Kosovo…

Il problema è sempre quello: per i serbi la patria è il luogo fondante dell’identità, anche ripensando alle parole di Milošević, alla battaglia della Piana dei merli. Si ha una sorta di valore storico di lungo periodo che determina l’elemento fondante della Serbia e anche di tutte le mitologie alla base del nazionalismo serbo; come in tutti i casi, prevale l’idea del mito. Ciò rappresenta un problema, perché la stabilizzazione delle trattative implicherebbe il riconoscimento del Kosovo, fatto che non può rimanere senza effetti. Per la Serbia, ciò non può avvenire dunque a cuor leggero, pur avendo abbandonato l’estremismo… Il Kosovo – va ricordato – è stata una regione a statuto speciale della Jugoslavia di Tito, che ha incrementato la componente albanese, marginalizzando quella serba. Unendo questi elementi, è chiaro che per la Serbia, a parole allontanatasi dall’estremismo, non ci può essere una grande volontà di riconoscere il Kosovo. Può essere però vera anche l’altra ipotesi: qualche gruppo di estremisti kosovari, che comunque non vuole l’accordo con la Serbia, potrebbe aver messo in moto l’omicidio, anche se sullo sfondo resta la pista del narcotraffico. Una cosa non esclude l’altra, perché questi gruppi spesso si affidano ad altri, nazionalisti, indipendentisti, estremisti. Non è detto che non ci siano le due azioni congiunte.

La dimensione di questo omicidio è quindi esclusivamente locale.

Per i dati di cui disponiamo, dovrebbe essere così. È anche circolata la notizia secondo cui in questi giorni le ambasciate Usa abbiano diramato la direttiva per gli americani di non andare in Kosovo, per ragioni di prudenza o forse perché messe in allerta dai servizi di intelligence. Quando ci si trova di fronte a trattative, possono anche aumentare le fasi di contestazione, per cui si invitano i propri cittadini a non muoversi. Purtroppo, ci troviamo in una situazione nebulosa, in cui possono coesistere tante verità. L’unico fatto certo è che in una situazione del genere si rinvia un possibile accordo, posto che lo si possa raggiungere, o quantomeno un compromesso, tra parti che ancor oggi non hanno superato la fase dell’odio, della contrapposizione. Probabilmente si ricomincia tutto da capo: questo è forse l’elemento che politicamente ci interessa di più.

E se si allarga la prospettiva all’area dell’ex Jugoslavia nel suo insieme?

Ritengo che le tensioni non siano affatto diminuite; anche in sede universitaria, durante alcuni convegni, si sono riscontrate proteste, per esempio l’ambasciata di Serbia lo ha fatto per contenuti troppo filo croati. Anche quando si è parlato della ricostruzione di monumenti distrutti, ad opera dell’UNESCO, con una funzione quindi neutrale, anche quindi rispetto a questioni non propriamente politiche, si è notata una certa fibrillazione … Figuriamoci per situazione del Kosovo, dove sicuramente non si è ancora metabolizzato il conflitto, con le uccisioni che ci sono state, le difficoltà di convivenza! Anche all’insaputa di chi governa, è ragionevole pensare che qualche estremista possa aver agito, oppure anche, viceversa, che chi governa abbia fatto finta di non vedere. Spesso, anche i servizi di informazione, seppur a conoscenza di certi fatti, o non danno loro troppo peso, oppure, pur consapevoli della gravità di un fatto, lo lasciano in un cassetto. Pur sapendo, ma non avendo le prove certe, si lasciano alcune situazioni un po’ nell’ombra. Anche ai tempi dell’attentato all’arciduca si sapeva della presenza degli estremisti, ma lo si lasciava circolare su strade non protette.

Un passo all’indietro quindi, rispetto alle negoziazioni per l’ingresso nell’UE.

Quando avvengono omicidi, si ha sempre quantomeno un arresto, oppure un passo indietro rispetto ai piccoli passi in avanti compiuti in precedenza: è quasi una legge fisica. C’è solo da sperare che la ricerca della verità non renda ancora più estremista la situazione di reciproche accuse in cui ci si è venuti a trovare tra kosovari e serbi. Purtroppo non si va verso una soluzione.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore