giovedì, Dicembre 12

Omicidi … da Maestri Ieri: gli omicidi dei maestri di musica; oggi: l'omicidio della musica

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Omicidi, e non solo. Avete visto che su ‘Sky’ è stata prevista una serie televisiva ambientata nello ‘scandaloso’ mondo della musica classica? In esso tra un Johann Sebastian Bach e un Wolfgang Amadeus Mozart, intrallazzi, corruzione, corna, prove d’orchestra e letti disfatti, si solleva ‘il velame del mistero’ da un ambiente spesso idealizzato e che i più ritengono, ingenuamente, immacolato.

Del resto, l’uomo è sempre lo stesso, ed anche negli ambiti più particolari albergano gli stessi atteggiamenti, comportamenti, sentimenti (compresi quelli meno edificanti) presenti in qualsiasi altro gruppo umano. Per cui, seppure in misura più contenuta, li ritroviamo nella storia della musica, dove, per ovvi motivi, fanno più rumore, e dove gli episodi emergono con maggiore evidenza.

Ad esempio, svariati sono i casi di omicidio, o di tentato omicidio di cui mandanti o vittime siano celebri musicisti, compresi due celebri uxoricidi, uno dei quali concretizzatosi in un duplice omicidio; tutti, comunque legati a vicende passionali e ben più significativi di un banale gossip musical-televisivo.

Forse in pochi avranno sentito parlare di Bartolomeo Tromboncino, il cui nome già evoca la sua giovanile attività di suonatore di trombone. In realtà Bartolomeo fu anche cantore al liuto e si distinse soprattutto per l’attività di compositore: di lui conserviamo svariati libri di ‘frottole’ pubblicati da Ottaviano Petrucci, il primo stampatore di musica a Venezia, ed alcuni libri di composizioni sacre. Per chi non ne fosse al corrente, le ‘frottole’ non sono asserzioni da buontemponi, ma rappresentano il genere musicale più in voga nel periodo a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento (prendono il nome da un contemporaneo componimento letterario), proprio l’epoca in cui visse il Tromboncino che era nato a Verona nel 1470. La frottola è la forma che precedette direttamente il madrigale cinquecentesco.

Del Tromboncino parliamo, però, non per celebrare le qualità musicali del frottolista, ma perché nel 1499 uccise la moglie Antonia, scoperta in flagrante adulterio! Fatto sta che da noto ed apprezzato musico quale egli era, potette godere di protezione da parte di Isabella d’Este moglie di Francesco Gonzaga presso la cui corte mantovana prestava servizio, per cui non scontò neanche un giorno di prigione! Così Isabella scrive al marito Francesco per metterlo al corrente dei fatti, in una lettera del 21 luglio 1499: «Da qualche tempo il Tromboncino sospettava della infedeltà della moglie, e un bel giorno improvvisamente la scalata alla finestra della propria abitazione, in compagnia del padre suo, e trovatala col drudo, l’ammazzò di pugnale». Le fonti sono discordanti nell’indicare se sia stato ucciso o meno anche l’amante di lei, ma ormai, credo, che non sia più così importante.

Più noto con il soprannome di ‘Siface’ (guadagnato dopo la magistrale interpretazione dell’omonimo personaggio nell’opera ‘Scipione l’Africano’ di Francesco Cavalli), Giovanni Francesco Grossi fu un cantante evirato dalle qualità eccezionali, che operò nella seconda metà del Seicento, l’epoca, appunto dei castrati. La notorietà di Siface in tutta Europa e segnatamente in Inghilterra fu immensa tanto da meritare un brano per clavicembalo dedicatogli da Henry Purcell (‘L’addio di Siface’). Di lui parliamo perché morì assassinato dai sicari inviati dai fratelli Marsili di Bologna indispettiti dal fatto che la loro sorella Maria Maddalena, vedova del conte Gaspari-Forni, intrattenesse una relazione a tutti nota, con un cantante, per di più castrato (spesso, infatti, si è parlato di straordinarie imprese amorose da parte degli “evirati cantori”, ma i dubbi sono legittimi…).

In un primo momento essi avevano chiesto al Duca di Modena l’allontanamento del Siface, e successivamente, al diniego del Duca, amico e protettore del cantante, avevano spedito la sorella in un convento a Bologna. Gli incontri con il divo, però, continuarono ed a quel punto i Marsili devono aver maturato la decisione di farlo uccidere: alle porte di Ferrara, dove si stava recando con un servo ed il cocchiere, Siface fu raggiunto dai suoi assassini che, fattolo scendere dalla carrozza, gli spararono alcuni colpi di archibugio e gli fracassarono il cranio con il calcio delle stesse armi, per esser sicuri che fosse morto. In seguito a ciò il Duca fece arrestare ed esiliare i fratelli Marsili.

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