venerdì, Novembre 15

Oman, parola d'ordine investire field_506ffbaa4a8d4

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In tempi di economia globalizzata le reazioni a catena, i battiti d’ala della farfalla che producono un uragano dall’altra parte del mondo, sono ormai molto frequenti. I fattori esogeni stanno erodendo i margini d’azione degli Stati sovrani e la grande crisi economica iniziata negli Usa nel 2007 è stata una gigantesca rappresentazione delle catene economiche che tengono legate assieme le finanze nazionali del globo. C’è però una farfalla, per la verità una vecchia conoscenza del mondo moderno, il cui volo ultimamente sta producendo catastrofi in molti bilanci nazionali, e il suo nome è Brent.

Assieme all’americano Wti, il Brent è il prodotto petrolifero attorno ai cui scambi si forma la quasi totalità del prezzo del petrolio, e da un anno a questa parte le quotazioni sono in caduta libera: un anno fa un barile costava circa 90 dollari, mentre oggi si oscilla tra i 45 e i 50; nel nuovo mondo multipolare le cause di un tale tracollo sono molte e di natura sia geopolitica, che finanziaria che tecnologica, arginare le tendenze diventa così complicato; gli analisti tra l’altro stimano in futuro ulteriori ribassi e i grandi Stati produttori ed esportatori sono in grande sofferenza. Su tutti valga l’esempio del Venezuela, nuovo grande malato sudamericano e oggi a un passo dal default.

Nel Golfo Persico, culla degli idrocarburi della Terra e baricentro dell’Opec, sono partite le grandi manovre per diversificare e in Oman, dove il comparto petrolifero forma circa il 50% di un Pil da 94 mld di dollari nel 2014 e rappresenta il 60% dell’export, diversificare è oramai una necessità. Il Paese, governato da quarant’anni dal sultano Qaboos bin Said al-Said, vedrà infatti la bilancia commerciale pendere in negativo (-4,6%) già dal biennio 2015-2016 e ciò principalmente a causa della contrazione del greggio. Il debito pubblico è storicamente contenuto, ma è stimato in aumento nei prossimi anni ed è chiaro che qualche campanello d’allarme deve essere suonato nella capitale Muscat, nonostante i rassicuranti fondamentali di finanza pubblica e un’inflazione contenuta anche grazie al cambio fisso del Ryal ancorato al dollaro statunitense.

A onor del vero risale ormai al 1995 il varo del piano nazionale Vision 2020 con cui il sultanato programmava investimenti faraonici nei settori del turismo, delle infrastrutture e della logistica. E dal 2006 l’Oif, il Fondo sovrano omanita con una dotazione di circa 6 miliardi di dollari, ha allargato i suoi investimenti prima circoscritti al solo settore oil, iniziando ad acquistare partecipazioni un po’ in tutti i settori sui mercati finanziari di mezzo mondo. Ultimo esempio il 29 settembre scorso a Milano, dove si è svolto per la prima volta in Italia il Summit internazionale dei fondi sovrani promosso dal Fondo strategico italiano di Cassa depositi e prestiti. L’Oif era infatti tra i 34 fondi presenti a un forum che ha visto il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan spendersi in prima persona per attirare in Italia una parte dei 4500 miliardi di dollari idealmente presenti in sala.

Qui a Expo, dove il padiglione ha superato da pochi giorni i 3 milioni di visitatori, la strategia dell’Oman è proseguita ancora nella direzione del go global, con i fari naturalmente puntati sull’Italia. Dal 16 al 18 settembre si è tenuta la tre giorni lombarda di Invest in Oman, con incontri a Como, Milano e Monza. All’evento organizzato da Ithraa, l’agenzia di promozione per gli investimenti e l’esportazione dell’Oman, hanno partecipato più di cento aziende e il grande interesse del tessuto produttivo lombardo si spiega tutto con qualche numero: l’interscambio lombardo con l’Oman è passato dai 36 milioni di euro del 2014 ai 92 dei primi sei mesi del 2015, il tutto su un interscambio nazionale di 421 mln. I settori di punta del nostro export sono la meccanica strumentale, i prodotti metallurgici e i mezzi di trasporto, e l’ultimo piano quinquennale di Vision 2020 prevede 60 miliardi di dollari d’investimenti concentrati soprattutto in infrastrutture, con un +113% rispetto al piano precedente.

L’Italia pare ben posizionata con i colossi Italferr, Astaldi, Salini e Impregilo già presenti nel Paese, ma saranno le assegnazioni dei maxi appalti dei prossimi anni a sancire lo sfondamento o meno della nostra industria in questa porzione di Golfo. Il comparto agroalimentare ovviamente è rimasto sullo sfondo rispetto ai maxi investimenti annunciati nei settori delle infrastrutture e della logistica, ma l’Oman è pur sempre un Paese fortemente dipendente dalle importazioni alimentari, con il settore primario che produce meno dell’1% del Pil e dove il deserto ha reso incoltivabile quasi tutto il territorio nazionale. E così a Invest in Oman è intervenuto anche il Ceo di Oman Food Investment Holding Company, lo sceicco Saleh Al Shanfari, con un focus sulle opportunità d’investimento su pollame, latticini, carne rossa e acquacoltura.

Col direttore del padiglione, Majid Al Zadjali, abbiamo parlato soprattutto di futuro. Futuro dell’agricoltura e futuro delle risorse naturali a partire dalla gestione del petrolio.

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