lunedì, Ottobre 14

Oltre il rancore: l’energia sociale, fonte di rinnovamento politico Serve una nuova attenzione che porti al centro forze sociali e un repertorio di esperienze già in atto, relegate fuori dal discorso politico. Intervista a Francesco Maietta, Responsabile dell’Area Politiche Sociali del Censis

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Una pioggia di notizie non sempre verificabili; l’aumento degli indici nazionali di diseguaglianza, la disputa finanziaria e politica italo-europea, esasperata dalla questione migratoria; l’ ‘eliminazione’ della povertà, dichiarata a pochi giorni dalla bocciatura della Nota di aggiornamento al DEF da parte dell’Ufficio parlamentare di bilancio; poi il rigetto del Documento programmatico  da parte dei Commissari di Strasburgo: l’intera società italiana appare, oggi, una società di argonauti che si muovono nel mare dell’instabilità.

Se il disequilibrio può costituire un presupposto di cambiamento, l’incertezza del tempo presente assomiglia più a un limbo, dove la prima istanza riconoscibile – e generatrice di consenso – è la richiesta di sicurezza. Tradotta a livello legislativo, questa istanza è variamente espressa: nella veste ‘emergenziale’ di un Decreto legge che cancella la protezione dello straniero per motivi umanitari, nell’attaccamento allo jus soli o rimodellando (contro il parere espresso, tra gli altri, dall’Associazione Nazionale Magistrati) la portata costituzionale della legittima difesa rendendola ‘sempre’ riconosciuta (come pare suggerire, in Senato, il fresco ritiro di 7 emendamenti volti a temperare la portata del Ddl).

Se il braccio di ferro con l’Europa, l’arresto degli sbarchi o la tenuta dei conti sono elementi ricorsivi nella catena di trasmissione che lega, in modo preponderante attraverso i social media, la cittadinanza alla politica, i temi più spinosi dell’agenda rappresentano ‘punte d’iceberg’, che affiorano da un clima politico e sociale di malessere diffuso.

Nell’ultimo Rapporto del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) sulla situazione sociale del Paese (del dicembre 2017) e, a più riprese, negli interventi del suo Presidente e fondatore, Giuseppe De Rita, questo clima è definito come l’effetto di sentimento comune: il rancore Dopo gli anni ’90 (quelli della ‘corsa’ al benessere e della grande distribuzione), gli anni 2000 sono stati segnati dall’incertezza dei tagli al welfare, da nuove forme di violenza ‘esterna’ (in primis il terrorismo di matrice jihadista) e, soprattutto dopo la crisi del 2008, da un’Europa austera e ‘matrigna’.

Il rancore radicato nell’immaginario collettivo è oggetto di una nuova indagine del Censis pubblicata lo scorso settembre, dal titolo ‘Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo’.  Capace di guidare «in modo tangibile comportamenti e stili di vita», l’immaginario collettivo è qui definito come «l’insieme di valori, simboli, miti e tabù che condizionano e connotano le aspirazioni e i percorsi esistenziali individuali e che contribuiscono a definire l’agenda sociale condivisa».

Tenendo presenti i cambiamenti che hanno attraversato la società italiana negli ultimi decenni, questo concetto costituisce una chiave di lettura che la sociologia offre a chiunque intenda comprendere meglio cosa stia – per riprendere la metafora – ‘sotto l’iceberg’. Cosa permette, in altre parole, di spiegare i vuoti di consenso, i cambi silenziosi di maggioranza, l’assenza significativa di quella parte anonima del contratto sociale, ossia i cittadini con le loro istanze?

Se l’immaginario collettivo «ha un rapporto stretto e di retroazione con la realtà socioeconomica e socioculturale del Paese», quali sono gli elementi di cambiamento che fondano i presupposti per uscire dal rancore che permea la nostra società e la nostra politica? Ce ne parla Francesco Maietta, Responsabile per le attività di ricerca dell’Area Politiche Sociali del Censis.

 

Dottor Maietta, i bisogni e i desideri, entrambi elementi strutturanti il tessuto sociale, non possono prescindere dall’interazione con i dati provenienti da una realtà che, per quanto ‘interconnessa’, tende a sfuggire. All’inerzia prodotta dalla crisi economica fa da contraltare la velocità dell’informazione, mentre il discorso politico propone un mix di suggestioni e di dati presentati come ‘oggettivi’, ma non sempre trasparenti (come sono spesi i Fondi Strutturali UE? Come si finanziano i partiti ai quali diamo il voto? Quali dinamiche di potere orientano la gestione dell’immigrazione? Qual è il grado di commistione tra pubblico e privato degli interessi sottesi alle grandi opere pubbliche?). Anche ammesso che un dato sia decostruibile, si impone la necessità di interpretarlo e comprenderlo nella sua reale portata: pensiamo al debito pubblico, all’andamento dei mercati, alla mobilità umana attraverso i confini europei.  Come può il cittadino, recettore di questo discorso, arrivare a una lettura del dato che scongiuri falsi miti di crescita o di sconfitta della povertà a fronte degli effetti persistenti della recessione, con diseguaglianze (disparità di reddito, condizioni di vita e di lavoro, esclusione sociale) più marcate rispetto alla media europea?

Prima di arrivare ai grandi temi della nostra attualità (i miti infondati, le fake news, il rapporto con la politica e la formazione del consenso elettorale), ritengo importante una precisazione. Lavorando al progetto di ricerca sull’immaginario collettivo, siamo partiti da un ragionamento diverso, guardando all’evoluzione della vita concreta della materialità delle famiglie italiane. A tale scopo, siamo risaliti a quando l’Italia era un Paese in crescita. In particolare, lo sviluppo del Paese allora non dipendeva soltanto dalle politiche pubbliche e da un pugno di persone che facevano impresa, ma da una grande energia che veniva ‘dal basso’: un’energia marcata dalla voglia di uscire dalla basica povertà, ma anche e soprattutto da una spinta di tipo ideale: la convinzione, la voglia di raggiungere una condizione di benessere che si sarebbe materializzata in oggetti precisi (la casa di proprietà, l’automobile; poi, la vacanza…).  Nella sua fase alta, lo sviluppo è stato dettato innanzitutto da questa grande energia di milioni di persone decise a cambiare radicalmente la propria vita. Questo era il ‘sogno italiano’. Personalmente, se guardo indietro alla storia della mia famiglia – come è stato per la maggioranza degli italiani -, vedo un percorso ascensionale, nato anche in piccoli comuni.

A quali realtà si riferisce?

Ad esempio, a piccoli paesi del Meridione, dell’Abruzzo, delle Marche. Si andava in città, si trovava un lavoro e, da lì, si avviare un meccanismo di piccola accumulazione. La nostra ricerca racconta che lo sviluppo di un Paese dipende non solo da politiche pubbliche e da fattori economici, ma anche dalla condivisione di bisogni e desideri che sono parte di un grande sogno. Questo aspetto non è secondario. Abbiamo descritto che cosa pensiamo sia l’immaginario collettivo, ricostruendo – ovviamente in maniera molto sintetica – la vicenda italiana. Venendo ai nostri giorni, essi sono segnati da un ‘immaginario collettivo del rancore’.

Come definirlo?

Ciò che più preme oggi agli italiani è difendere quello che hanno, nella convinzione che sia molto difficile migliorare e che i figli non staranno meglio dei genitori. Questo immaginario, alimentato da un’idea di sfiducia che porta a erigere – per usare una formula molto abusata –   ‘muri’ anziché creare aperture, nuoce allo sviluppo. Per capire perché occorre fare un passo indietro rispetto alle scelte di politiche pubbliche, finanziarie, ecc. Ci troviamo nel contesto evolutivo della vita delle famiglie e della società, rispetto al quale lanciamo un segnale di allerta: si è creato un circolo vizioso permeato dall’incertezza, effetto di una crisi epocale come quella vissuta. Dall’incertezza si è, a sua volta, generata una propensione individuale a trincerarsi. Non è solo un problema etico, ma di sviluppo e di crescita. L’immaginario del rancore fa male alla crescita.

Nella sua primissima parte, lo studio del Censis si sofferma sulla necessità di uscire dall’isolamento e abbattere le divisioni che costituiscono espressione del rancore diffuso, «destrutturando l’immaginario collettivo» e «offrendo visibilità alta a esperienze e pratiche positive troppo spesso patrimonio di piccole comunità che lanciano segnali deboli» (Paragrafo 1.1, p. 7). A quali contesti si allude?  Potrebbe citare in esempio esperienze e pratiche che, se valorizzate, potrebbero costituire una via di uscita?

Un caso interessante è il fenomeno di coloro che abbiamo chiamato i ‘ritornanti’. Nel 2015, in occasione dell’Expo di Milano, all’interno di Palazzo Italia è stata allestita una mostra particolare. Nella prima sezione si trovavano figure umane, ciascuna delle quali raccontava la storia di un imprenditore. Tra queste figure, c’erano i ritornanti: persone che si erano recate all’estero per un erasmus o un’esperienza professionale. Non parliamo solo di giovani, ma di persone di ogni età. Rientrando nei propri territori, portavano con sé le competenze acquisite: da quelle digitali al know how recepito all’interno di una grande multinazionale, unendo la riscoperta di prodotti, identità e capacità locali al bagaglio culturale che si portavano dietro. Esistono molte esperienze come queste (penso, in particolare, ai territori più difficili del Meridione, che talvolta hanno conosciuto una breve accenno di industrializzazione e poi sono entrati in difficoltà) così come abbiamo esempi di comunità in moltissimi territori che, senza lamentarsi sulla crisi del welfare, hanno saputo valorizzare e costruire esperienze locali di assistenza, solidarietà, supporto – magari ‘sotto’ una retorica che, invece, alimenta il rancore. Come gruppo di ricerca, stiamo lavorando alla costruzione di un repertorio di queste esperienze.

Che cosa oppongono all’immaginario e alle retoriche del presente?

Ci dicono che l’Italia non è solo quella del rancore: sono esperienze di impresa, di welfare, di nuova mutualità. Tuttavia, nel nostro tempo, queste esperienze, non ‘fanno racconto’. Non riescono, cioè, ad essere l’oggetto di una narrazione che diventi – un tempo si sarebbe detto – ‘egemone’. Oggi vince ancora un immaginario del rancore perché, effettivamente, non abbiamo superato il trauma: la crisi economica ha capovolto le aspettative, ha abbassato drasticamente gli indicatori che eravamo abituati a veder crescere (macroeconomici e ‘di benessere’) e resta una ferita aperta nel corpo sociale. Questo spiega anche perché sia così fertile il terreno del rancore: abbiamo ancora troppa paura di perdere quello che abbiamo conquistato piuttosto che ‘aprire il cuore’, lanciarlo oltre l’ostacolo, come è avvenuto per le generazioni precedenti.

Nell’intervista pubblicata da ‘L’Indro’ lo scorso 16 ottobre, Carlo Galli, Docente di Storia delle Dottrine politiche dell’Università di Bologna, parlando della paura legata all’insicurezza sociale prodotta da un sistema socio-economico generatore di disuguaglianze, ha espresso l’urgenza di un ritorno della politica ‘dentro’ la società, nei luoghi di lavoro e negli spazi pubblici. La fisicità dell’incontro e la ricerca di un rapporto tra gli attori sociali e coloro che, ai diversi livelli, li rappresentano, appare significativa come condizione preliminare al recupero di un discorso politico centrato sull’interazione. Come si arriva a quella che, nel Rapporto sull’immaginario collettivo, è definita «agenda sociale condivisa», capace di riequilibrare necessità e desiderio e in quale misura è possibile colmare la distanza tra agenda politica e agenda sociale?

Da parte nostra, lavoriamo sulla fenomenologia e sui processi strutturali, non alla costruzione di un’agenda politica. Nondimeno, da un punto di vista ‘tecnico’, direi che l’obiettivo è realizzabile. Il punto è che i meccanismi tradizionali di relazione tra società e politica, probabilmente, per un ‘millennial’ (nato tra il 1980 e il 2000) o, addirittura, per gli adolescenti, non funzionano allo stesso modo. La classe dirigente italiana – intesa in senso ampio: non mi riferisco soltanto a chi fa politica – è quasi sempre composta da uomini di mezza età, che vanno verso la cosiddetta ‘terza età’. Il meccanismo di lettura dei fenomeni sociali è molto legato a come una generazione è stata abituata a pensare la politica e il sociale: è evidente che i meccanismi di ricostruzione di un’agenda politica condivisa saranno completamente diversi per un giovane rispetto a un cinquantenne. Senza cadere in un elogio acritico del digitale, è indubbio che, osservando come si muovono oggi millennial e adolescenti, noteremo che adottano modalità di mobilitazione e di costruzione di agende condivise provviste di una velocità sorprendente per questioni di particolare rilevanza. Pertanto, la mia risposta è: sì, è sicuramente possibile, con forme e modalità riconducibili alle tecnologie e agli schemi organizzativi tipici della società contemporanea. Da questo punto di vista, la possibilità di disporre di una simile velocità di circolazione dell’informazione rappresenta, normalmente, un moltiplicatore positivo.

Dottor Maietta, nella rilevanza di questa analisi ‘radiografica’ della società italiana e in termini di opportunità per il futuro, trovandosi a suggerire un percorso di cambiamento a un esponente dell’attuale classe politica – o a chiunque ricopra un ruolo di responsabilità istituzionale -, in che direzione muoverebbe il primo passo?

Intanto occorre un’attenzione non politicista ai gruppi sociali che sono esclusi. Siamo un Paese che ha un problema di ricambio non formale della classe dirigente e ha bisogno di far entrare in gioco le nuove energie: le donne, i giovani e, non dimentichiamo, gli immigrati e le seconde generazioni – un’altra, formidabile energia. Questo è il nodo fondamentale: avere il coraggio di aprirsi alle energie che, nel Paese, ci sono già. Non si può pensare che queste energie si attivino in base ad argini e limiti predefiniti: l’energia entra in circolo e bisogna avere il coraggio di accettare il ‘vero nuovo’, che viene dal basso.

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