sabato, Ottobre 24

Oltre duemila morti in carcere in quattordici anni

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Quanti sono i detenuti deceduti negli ultimi quattordici anni? Ufficialmente 2.358; un terzo per suicidio, un altro terzo per cause naturali, e infine un terzo per ragioni da accertare: e vai a capire questa terza “causa” di morte: malati non curati? Chissà. Incidente? Chissà…E qualcuno è responsabile di queste morti? Quasi mai. Come si è arrivati a questa cifra? I conti li ha fatti “Ristretti Orizzonti”, un centro di documentazione di solida credibilità, punto di riferimento per chiunque voglia capire e studiare quello che avviene nelle nostre carceri. Nel dossier “Morire in carcere” sono stati esaminati molti di questi 2.358 casi di detenuti deceduti. In media nelle galere italiane muoiono ogni anno più di 150 persone: una ogni due giorni. Spesso le cause di queste morti non coincidono con le versioni ufficiali. Emerse grazie alle denunce di familiari, perizie mediche, fotografie, segnalazioni di testate locali, indagini giudiziarie, non sempre si trasformano, come nel caso di Stefano Cucchi, in battaglie per la ricerca della verità.

L’ultimo episodio in ordine cronologico riguarda un detenuto napoletano, Luigi Bartolomeo. E’ in coma all’ospedale Loreto Male di Napoli. Secondo i familiari sarebbe stato picchiato dalle forze dell’ordine. Alla fine, muore. La notizia di quello che è accaduto a Bartolomeo trapela perché il procuratore aggiunto Luigi Frunzio e il sostituto procuratore Mario Canale hanno avviano un’indagine e sequestrano la sua cartella clinica per accertamenti. Evaso dalla detenzione domiciliare, Bartolomeo è stato riportato nella sua abitazione dai carabinieri. Al secondo tentativo di evasione poche ore dopo, viene arrestato nuovamente e, passata una notte in una camera di sicurezza, è condotto in tribunale, dove viene condannato con rito direttissimo a un anno e mezzo di detenzione. Per poi finire all’ospedale a causa da ferite provocate da lesioni e percosse. Ancora non si sa bene cosa sia successo. I familiari accusano le forze dell’ordine, ma la versione ufficiale è che sia stato picchiato da due conoscenti nella sua abitazione. Di storie come queste – avvenute in circostanze poco chiare, però mai approdate nelle aule di tribunale – ce ne sono tante. Troppe per un Paese che si considera civile.

Il dossier di “Ristretti Orizzonti si apre con un caso di “morte incerta” che risale al dicembre del 2002. Un detenuto napoletano, Raffaele Montella, 40 anni, viene portato nel carcere di Poggioreale. Ai suoi familiari aveva detto: “Se torno in cella mi ammazzano”. Due giorni dopo lo trovano impiccato. Due mesi dopo, a Roma, a Rebibbia, Stefano Guidotti, 32 anni, si impicca alle sbarre del bagno. Tre compagni di cella danno l’allarme, ma la sezione scientifica dei carabinieri di Roma avvia un’indagine. Troppe lesioni sul volto, macchie di sangue sul pavimento della cella, e un cappio, ricavato da una cintura del pigiama, non abbastanza robusto per sostenere il peso del corpo. L’inchiesta giudiziaria è giunta solo al punto di chiedere accertamenti di rito per il suicidio.

Un’altra storia: Mauro Fedele, 33 anni, muore per infarto nell’istituto di massima sicurezza di Cuneo, nel maggio del 2002. Il padre accusa gli agenti: gli hanno riconsegnato un corpo pieno di segni scuri, sul collo, fra le cosce, sul petto, la testa fasciata. Nell’ottobre del 2003 Marcello Lonzi, 29 anni, muore anche lui per collasso cardiaco, nel carcere di Livorno, dopo aver battuto la testa, cadendo. Ma le immagini della perizia medica destano sospetti inequivocabili: corpo e volto pieno di ferite. Nel dossier curato da “Ristretti Orizzonti”, si raccontano una trentina di casi sospetti in sette anni, dal 2002 al 2009. Come il caso di Maurizio Calabrese, che muore il 27 ottobre del 2005. Era stato arrestato dai carabinieri di Salerno. Su di lui esiste solo una nota, che registra la sua morte “per cause naturali”.

Fino al mese di novembre del 2014, i suicidi in carcere sono stati 38: dieci in meno rispetto al 2013. Quest’anno finora ci sono stati complessivamente 119 decessi. Un numero minore rispetto al 2013: 159. Il caso del detenuto napoletano, ora in coma all’ospedale, non è però isolato. Nelle statistiche penitenziarie dei morti nelle carceri nell’ultimo biennio, si trovano 23 casi da accertare nel 2013, 10 nel 2014. Casi come quello di Fabio Giannotta, detenuto a Civitavecchia: il 4 aprile 2014 scorso muore intorno alle 10 e 30 nella sua cella. Denutrito, soffriva di disturbi mentali, assumeva degli psicofarmaci, era tossicodipendente e attendeva di essere trasferito in una comunità terapeutica. È stata disposta un’autopsia, ma la storia per ora è finita lì. Qualche volta si arriva a un processo; quasi sempre, i procedimenti si concludono senza responsabili. Ci sono poi le eccezioni: per Federico Aldrovandi, ucciso all’alba del 25 settembre del 2005 a Ferrara da agenti della polizia, la verità è emersa grazie alla tenace battaglia della madre. Così è stato anche per Giuseppe Uva, massacrato in una stazione dei carabinieri, e per Riccardo Rasman, legato e incaprettato dopo un’irruzione nella sua casa da parte della polizia, solo per citare alcuni dei casi più nefasti. L’ultimo è quello dell’ex calciatore fiorentino Riccardo Magherini, per il quale rischiano di andare a processo anche tre carabinieri accusati di omicidio colposo.

L’altro giorno la segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini ha inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una lettera aperta:

Caro Presidente, so di avere in Lei un attento ascoltatore della vicenda umana che oggi intendo sottoporre alla sua attenzione. La storia è quella di una madre, la Signora Maria Ciuffi, che 11 anni e 4 mesi fa ha perso il figlio, Marcello Lonzi, di 29 anni, morto nel carcere Le Sughere di Livorno. Marcello era stato arrestato per tentato furto e condannato a 9 mesi di reclusione. Mancavano 4 mesi al termine della pena quando lo hanno trovato privo di vita, riverso sul pavimento tra la cella numero 21 e il corridoio. La Signora Ciuffi in questi lunghi 11 anni e 4 mesi, pur travolta da un dolore inconsolabile, non ha potuto e voluto credere alla versione “ufficiale” della “morte naturale” del figlio: ci sono infatti fotografie acquisite agli atti processuali, in quanto realizzate subito dopo il fatto, che mostrano Marcello immerso in un lago di sangue, con diverse ferite sul corpo. Dalla riesumazione risulta che la salma presenta la mandibola fratturata, due buchi in testa, il polso sinistro fratturato, due denti spaccati, otto costole rotte e varie escoriazioni. Dopo le archiviazioni per “morte naturale”, nel 2013 la signora Ciuffi ha presentato una nuova querela sull’operato dei medici e relative perizie, ipotizzando reati di falso e false informazioni, depositando anche un parere proveritate redatto del prof. Alberto Bellocchio, specialista in medicina legale presso l’Università del Sacro Cuore di Roma. Quest’anno il Gip, Beatrice Dani, ha riaperto il caso ordinando al PM di effettuare nuove indagini su orari, causa di morte, operato dei medici…  la signora Ciuffi, non è animata da sentimenti di vendetta ma solo da amore per la verità e non ha mai avuto nulla da recriminare sulla carcerazione del ragazzo che – come ha sempre affermato – «se aveva sbagliato, doveva espiare la pena inflitta». Mi permetto, Signor Presidente, di trasmetterle le stesse immagini che la signora Ciuffi ha potuto vedere e che sono il suo tormento, dal momento che sotto di esse lo Stato ha scritto la didascalia “morte naturale”. Credo che la sua e nostra lotta sia da comprendere. Da militante radicale quale io soprattutto sono, ho impresse nella mente le immagini del 1983 riguardanti un’apparizione televisiva di Emma Bonino con alle spalle la gigantografia dei genitali seviziati di Cesare Di Lenardo, brigatista rosso implicato nel sequestro del generale statunitense James Lee Dozier. Emma Bonino e Marco Pannella (che suggerì quell’iniziativa) non ebbero certo dalla loro parte la classe politica pressoché unanime nel difendere la “ragion di Stato” contro lo Stato di Diritto. Così come non riesco a dimenticare Marco Pannella che si precipita a Palermo – era il 1985 – appena appresa la notizia della morte del pescatore Salvatore Marino, decesso conseguente alle torture subite negli uffici della Questura di Palermo. O quando, nel maggio del 1984, sempre Pannella, trovò la forza interiore di fronte al silenzio dei media di andare a fare un comizio a Muro Lucano dove pochi giorni prima era morto un ventiquattrenne, Gerardo Cerone, fermato dai carabinieri e uscito cadavere dalla caserma, a causa delle ferite che gli erano state inferte. Le ho scritto tutto questo, caro Presidente, perché so che Lei come nessun altro – e non solo per il ruolo istituzionale che ricopre sa trovare le parole giuste per una madre semplice e buona come la signora Ciuffi e per i troppi morti che ancora oggi scandiscono i tempi delle condizioni carcerarie in Italia. So anche che comprenderà le mie e nostre preoccupazioni (che si sforzano di essere occupazioni quotidiane) per il ritardo con il quale il nostro Paese sta affrontando l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento. Pur essendo passati 25 anni dalla firma della Convezione, infatti, il Parlamento rischia ancora una volta di non portare a termine quella riforma urgentissima che Papa Francesco ha voluto subito fare per lo Stato Città del Vaticano – insieme all’abrogazione dell’ergastolo – al momento del suo insediamento. Con grandissima stima, fiducia e comprensione del momento che Lei, Signor Presidente, sta vivendo, Le porgo i miei più affettuosi saluti”.

Questo nello stesso Paese che 250 anni fa regalava al mondo un testo fondamentale sul diritto, il carcere, contro la tortura: quel “Dei delitti e delle pene” scritto da Cesare Beccaria che costituisce motivo di orgoglio e vanto; e che clamorosamente, noi italiani per primi disattendiamo…

 

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