mercoledì, Marzo 20

Olivetti: un patrimonio non solo architettonico Ivrea è patrimonio UNESCO, ma l'eredità di Olivetti va al di là di questo

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L’Italia ha il suo cinquantaquattresimo sito inserito nella Lista del Patrimoni dell’Umanità redatta dall’UNESCO: si tratta della città di Ivrea, in Piemonte. Il 42° Comitato del Patrimonio Mondiale, riunitosi a Manama, in Bahrein (tra il 24 giugno e il 4 luglio), ha definito Ivrea un modello della ‘città industriale del XX secolo‘.

L’iscrizione della città piemontese nella Lista dell’UNESCO è strettamente legata ai segni lasciati dall’attività delle industrie ‘Olivetti S.p.A.‘, fondata da Camillo Olivetti nel 1908 e sviluppatasi soprattutto tra il dopoguerra e gli anni ’60, sotto la guida del figlio Adriano. Nel comunicato ufficiale dell’UNESCO si legge: «La forma della città e gli edifici urbani di Ivrea sono stati progettati da alcuni dei più noti architetti e urbanisti italiani di quel periodo. La città è composta da edifici per produzione, amministrazione, servizi sociali e usi residenziali […]. La città industriale di Ivrea rappresenta quindi un significativo esempio delle teorie dello sviluppo  urbano e dell’architettura del XX secolo in risposta alle trasformazioni industriali e sociali, inclusa la transizione dalle industrie meccaniche a quelle digitali». L’area del complesso industriale ‘Olivetti’ di Ivrea entra così a far parte del Patrimonio dell’Umanità: oltre agli edifici legati alla produzione industriale e agli uffici dell’amministrazione, il complesso comprende un gran numero di edifici destinati a servizi per i lavoratori, dalle mense alle residenze, dagli asili nido alle biblioteche.

L’iscrizione di Ivrea nel Patrimonio dell’Umanità è certamente una buona notizia per la città e per l’intero Paese, ma è soprattutto un’occasione per riflettere sull’importante figura di Adriano OlivettiNato proprio ad Ivrea nel 1901, dopo aver lavorato come operaio nelle fabbriche familiari per volere del padre Camillo, prese la direzione dell’azienda nel 1932. Figlio di un socialista, partecipò ben presto alla vita politica italiana e fu attivo antifascista (partecipò alla liberazione di Filippo Turati, imprigionato dal regime).

Nel periodo tra le due Guerre Mondiali, venne in contatto con esponenti della politica socialista e liberal-socialista, come Piero Gobetti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, Ferruccio Parri e Sandro Pertini. Proprio da queste frequentazioni deriva la visione del rapporto tra impresa industriale e lavoratori, tra comunità e territorio. Nel 1947 fondò il Movimento Comunità, partito politico di ispirazione socialdemocratica, fortemente influenzato dalle idee del ‘Fabianesimo’ inglese (una corrente socialista che, rifiutando le visioni utopistiche, si concentrava su azioni pratiche secondo un’ottica pragmatica e gradualista: il nome deriva dalla figura di Quinto Fabio Massimo, detto il ‘Temporeggiatore’); sul piano nazionale, il Movimento Comunità era molto vicino alle posizioni dell’appena sciolto Partito d’Azione.

I risultati elettorali del Movimento Comunità non furono certo esaltanti (si scioglierà nel 1961) ma, proprio quella visione della politica, pragmatica e inserita nel territorio, fu alla base di quella grande azione innovatrice che Olivetti seppe dare alla propria azienda e alla propria città. Come scritto da Laura Olivetti, figlia di Adriano, nell’introduzione al volume della Fondazione Olivetti “Architetture olivettiane ad Ivrea – I luoghi del lavoro e i servizi socio-assistenziali di fabbrica” (D. Boltri, G. Maggia, E. Papa, P. P. Vidari; edizioni Gangemi, Roma 1998), «gli edifici  delle fabbriche si sviluppavano al servizio diretto delle attività produttive per  ottimizzare i cieli di lavoro, nel rispetto e nel costante miglioramento della qualità  di vita delle maestranze; altri edifici si costruivano per soddisfare la necessità di abitazioni, scuole, asili, servizi sanitari,  attrezzature per lo sport, la ricreazione e la formazione giovanile». Un polo industriale che era quasi una città ideale, con le abitazioni per gli operai, gli asili per i loro figli, le biblioteche ed i centri sociali per il loro tempo libero, le strutture sanitarie per i loro bisogni.

Si potrebbe pensare ad un progetto utopistico, simile a tanti tentativi falliti nel corso del XIX secolo; non è così. Sotto la spinta riformatrice di Adriano Olivetti, l’azienda, non solo non fallì, ma riuscì a raggiungere importanti traguardi sul piano industriale: le macchine da scrivere ed i calcolatori meccanici ‘Olivetti’ furono all’avanguardia nel mondo e il personal compute, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, fu inventato proprio dalla ‘Olivetti’ e solo in seguito prodotto da aziende statunitensi.

Anche dal punto di vista della comunicazione commerciale il lavoro della ‘Olivetti’ fu all’avanguardia, anticipando di circa vent’anni quella attenzione al design che oggi è alla base di tutto il commercio e che ha segnato il successo di famosi marchi dell’informatica USA.

A differenza delle politiche affermatesi dagli anni ’80 del XX secolo in poi, però, la politica economica di Olivetti era all’avanguardia anche perché includeva un concetto che oggi sta faticosamente tornando all’attenzione della politica e dell’economia: la Sostenibilità, sia essa ambientale o sociale. Gli impianti della ‘Olivetti’ ponevano attenzione sugli effetti che il loro lavoro avrebbe avuto sull’ambiente circostante. Nella ‘Agenda per lo Sviluppo Sostenibile 2030‘, stilata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 2015, uno dei modelli presi ad esempio è stato proprio quello olivettiano. La sostenibilità di Olivetti, però, non è solo quella ecologica, ma anche quella umana e sociale: l’azienda produttiva è, nella visione di Olivetti, al centro della crescita, dell’equilibrio e della salute dell’intera comunità; è il propulsore che spinge l’evoluzione dell’essere umano. Come affermato in un suo discorso agli operai delle proprie fabbriche nel 1955, «l’uomo primitivo era nudo sulla terra, tra i sassi, le foreste e gli acquitrini, senza utensili, senza macchine. Il lavoro solo ha trasformato il mondo».

Adriano Olivetti è morto nel 1960; la sua azienda gli è sopravvissuta ma, a partire dagli anni ’80, ha dovuto affrontare difficoltà sempre maggiori dovute al contesto politico interno ed estero. Il neo-liberismo impostosi verso la fine del millennio, ha reso impossibile ad un’azienda nazionale confrontarsi con colossi industriali multinazionali: nel 1999 la ‘Olivetti’ è entrata a far parte del gruppo ‘Telecom’.

In un’epoca in cui la crisi dei modelli economici su cui si basavano le politiche nazionali sta portando anche alla crisi degli Stati stessi, sono in molti a richiamarsi, spesso a sproposito, al modello di Adriano Olivetti. La sua visione della fabbrica come centro dello sviluppo industriale, ma anche umano, sociale e culturale, è certamente legata ad un’epoca differente dalla nostra ma, in ogni caso, merita una attenta riflessione: le politiche industriali dissennate che hanno fortemente colpito il tessuto produttivo europeo sono state politiche prive di una visione di lungo periodo, quella visione di lungo periodo presente nel pensiero di Olivetti e necessaria per portare avanti una strategia di investimenti che riversasse sul territorio i benefici della propria produzione. L’idea che migliorare le condizioni generali porti ad una crescita più forte e ad una maggiore stabilità sociale è stata gradualmente abbandonata dalla fine della Guerra Fredda in poi. L’alto tasso di disoccupazione, o le forme di occupazione sotto-retribuita e prive di garanzie e possibilità di crescita, rischiano di portare gradualmente i Paesi europei al collasso. Proprio nella disoccupazione, Olivetti vedeva il più grande dei mali: citando suo padre Camillo, diceva agli operai «la disoccupazione è la malattia  mortale della società moderna; perciò ti affido una consegna: tu devi lottare  con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano da subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro».

Si tratta di una visione che vede nell’unione di intenti tra imprenditori e lavoratori, intellettuali e scienziati, la chiave per il miglioramento della società umana: «Siete voi lavoratori delle fabbriche e dei campi ed ingegneri ed architetti che, dando vita al mondo moderno, al mondo del lavoro dell’uomo e della sua città plasmate nella viva realtà gli ideali che ognuno porta nel cuore: armonia, ordine, bellezza, pace».

Si tratta, ovviamente, di una visione legata al suo tempo la cui applicazione alla realtà attuale risulterebbe impossibile. Nonostante ciò, una riflessione approfondita sull’eredità politica e sociale del pensiero di Adriano Olivetti e sulla sua visione del fare impresa (non finalizzato ad un arricchimento cieco basato sullo sfruttamento delle manovalanze, secondo una visione che sempre più ricorda le fabbriche inglesi degli inizi del XIX secolo, ma piuttosto alla crescita armonica di una società) potrebbe risultare di grande giovamento, non solo per l’Italia, bensì per tutti gli altri Paesi di un’Unione Europea sempre più in crisi, che rischia di disgregarsi sotto spinte centrifughe che si nutrono di quella rabbia abbrutita figlia della disoccupazione.

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