domenica, Agosto 18

Olimpiadi Invernali: hockey, nuovo ‘miracolo sul ghiaccio’? Il rapporto tra gli statunitensi e questo sport alle Olimpiadi non è mai stato semplice

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Domani la nazionale statunitense di hockey su ghiaccio giocherà la sua seconda partita del torneo, contro la Slovacchia, nel girone preliminare.

Il rapporto tra gli statunitensi e questo sport alle Olimpiadi non è mai stato semplice, e pur essendo la nazionale americana regolarmente presente nel gruppo delle favorite, il torneo ha visto l’oro assegnato agli USA solo due volte.

Basti pensare che, dopo le infinite polemiche sul dilettantismo mascherato che, di fatto, consentendo alle nazioni del fu Patto di Varsavia di schierare i propri migliori giocatori, impediva ad USA e Canada di schierare i loro assi migliori, quest’anno quasi tutte le stelle del professionismo NHL non saranno a Pyeongchang.

Eppure per gli USA la nazionale di Hockey su ghiaccio olimpica è quasi leggendaria: nel loro immaginario collettivo è ben presente l’impresa del “miracle on ice” del 1980, dove gli universitari statunitensi riuscirono a battere le stelle dell’Unione Sovietica in quella che fu definita “la partita del secolo”. Quella partita fu per loro così importante da far accendere il braciere olimpico dell’edizione di Salt Lake City 2002 a tutta la squadra che compì quell’impresa, in testa il capitano Mike Eruzione.

Ma l’apertura del torneo olimpico di Hockey ai professionisti, avvenuta nel 1998, invece di stabilire una supremazia che gli USA consideravano quasi naturale, ha coinciso sempre con grosse delusioni da parte americana. Proprio a cominciare dall’edizione di Nagano di 20 anni fa, dove i giocatori a stelle e strisce, convinti di stravincere come il “Dream Team” del basket NBA aveva fatto nel basket alle olimpiadi estive, furono fermati nei quarti di finale dalla Repubblica Ceca, chiudendo poi il torneo tristemente ottavi. Mai, da quando c’è stata l’apertura al professionismo nell’Hockey, gli USA sono riusciti a vincere l’oro.

Ed allora la scelta della NHL di non far partecipare i propri assi alle Olimpiadi, oltretutto organizzando l’all-star game proprio in concomitanza ed in concorrenza con i giochi di Pyeongchang, può assumere due significati, entrambi a nostro modo di vedere non certo positivi.

Di sicuro quello principale è che il movimento economico generato dall’Hockey è più interessato al campionato professionistico che non ad un evento tecnicamente magari non dello stesso livello, pur se globale, come le Olimpiadi. Il professionismo, del resto, muove da sempre molto denaro, forse anche troppo se pensiamo alle bassezze che molto spesso si compiono pur di vincere.

Ma l’altro, più sottile e dovuto forse ad un’istintiva paura di confrontarsi e perdere per l’ennesima volta, è forse ancora più preoccupante: i maligni potrebbero anche pensare che tale rinuncia sia dovuta al fatto di non voler competere con altri, rassicurandosi della propria convinzione di essere i migliori. Fosse realmente così, la storia sportiva ci dimostra che la scelta dello splendido isolamento è sempre infelice: basti ricordare l’Inghilterra nel calcio, quando la squadra della nazione dove questo sport era stato inventato, nella prima competizione mondiale cui partecipò tornò sconfitta da dei dilettanti. Dilettanti che facevano parte, guarda caso, proprio della nazionale USA.

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