domenica, Luglio 21

Olimpiadi invernali: Garmisch, il nazismo sfoggia le sue carte migliori Nel 1936 l'edizione tedesca è la migliore per organizzazione. Tante le novità, ma il cima sembra da caserma

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Dopo aver parlato della contrarietà del barone Pierre de Coubertin ai Giochi invernali e la panoramica sulle prime tre edizioni, continuiamo la nostra carrellata sulle Olimpiadi, a partire dall’edizione in Germania del 1936.

Anche la quarta edizione dei giochi invernali rispettò la regola non scritta di essere disputata nella stessa nazione delle Olimpiadi estive. Nel 1936 la località prescelta fu la tedesca Garmisch, piccola cittadina bavarese ai confini con l’Austria, da poco fusasi con il comune di Partenkirchen. Fu un’edizione ben più ricca di atleti e molto meglio organizzata rispetto a quella di Lake Placid, e non solo perché gli sport invernali continuavano a rimanere un fenomeno tipicamente europeo, ma anche per l’organizzazione tedesca, che investì ben due miliardi e mezzo di marchi di allora nell’impresa. Se aggiungiamo a tutto questo il tempo che fu stavolta tipicamente invernale – e quindi senza rischi di rinvii gare – abbiamo probabilmente l’edizione delle Olimpiadi invernali meglio organizzata fino ad allora, con infatti un record di partecipanti, 668 di cui 80 donne.

Torneremo alla fine sugli organizzatori, ora concentriamoci sull’Olimpiade: appare, per la prima volta, lo sci alpino, attuale protagonista del ‘circo bianco’, ma solo con la gara di combinata. Vittoria facile dei tedeschi sia in campo maschile sia femminile, visto che svizzeri ed austriaci erano assenti in quanto accusati di professionismo.

Alla fine, comunque, chi tornò di nuovo ricco di medaglie da questa edizione fu la Norvegia, che con 7 ori su 17 totali si confermò la nazione regina dei Giochi Olimpici Invernali.

Fu degno di nota il fatto che, per la prima volta, il Canada non vinse l’oro nell’hockey. Fu infatti sconfitto dalla Gran Bretagna che però fece un massiccio uso di oriundi dal Paese di Montreal. Anche nel bob a 4, senza Billy Fiske, gli statunitensi dovettero abdicare in favore della Svizzera. Solito dominio scandinavo nello sci di fondo.

Ci fu un minimo di gloria, finalmente, anche per l’Italia: nella Pattuglia Militare, sport dimostrativo, la squadra italiana arrivò prima: nessuna medaglia, ma un’enorme soddisfazione.

Ma ad infiammare questa edizione furono le specialità del pattinaggio: in quello di velocità, il norvegese Ivan Ballargrud ritornava alle olimpiadi dopo otto anni (era assente a Lake Placid), quando ne aveva 32, ma riuscì ad imporsi in tre delle quattro gare, e con il record Olimpico! Perse solo quella dei 1500 metri, e solo di un secondo, dietro al connazionale Mathiesen.

Soprattutto, in quello artistico, la Henje aveva finalmente trovato un’avversaria capace di darle filo da torcere. La britannica Magdalene Colledge aveva infatti esordito a Lake Placid a poco più di 11 anni, arrivando ottava ed adesso, come la Henje a Sankt Moritz, era pronta per conquistare gli allori di questa specialità. Mise tutta se stessa nel tentativo, fino a fare, prima donna nella storia del pattinaggio di figura su ghiaccio, un salto doppio, ma tutto fu vano. Continuava ad avere davanti probabilmente la più brava pattinatrice della storia. La differenza di soli 45 punti tra le due pattinatrici (con la terza ad oltre 200) da però l’idea di quanto la gara fosse stata combattuta. La Colledge divenne protagonista assoluta quando, subito dopo queste Olimpiadi, Sonja Henje passò al professionismo, ma durò poco: la guerra non le permise di partecipare ad altre Olimpiadi, e passò al professionismo nel 1946, a conflitto concluso.

Già, la guerra: quando una manifestazione sportiva come le Olimpiadi diventa uno strumento di propaganda, quando la gioia di competere con tuoi simili sparsi in tutto il mondo scompare perché considerazioni razziste fanno sembrare qualcuno diverso, quando sei in un Paese dove vige un folle regime razzista e violento, non si può più parlare di sport.

Nel momento in cui questa edizione dei giochi venne assegnata nel giugno 1933, il nazismo era solo un preoccupante partito che aveva preso da poco il potere in Germania; ma i timori aumentarono quando, durante una visita di controllo dello svolgimento dei lavori preparatori, i delegati del CIO notarono, con raccapriccio, una scritta che proibiva l’ingresso a ‘ebrei e cani’ nel villaggio olimpico. Alle rimostranze fatte ad Hitler, il folle austriaco con i baffetti rispose che «non è educato commentare, per gli ospiti, le abitudini del padrone di casa». Va detto ad onore di quei membri del Comitato Olimpico che la risposta fu decisa e meravigliosa: «Quando sventolano i cinque cerchi olimpici, l’ospite è lei».

E l’edizione fu ben organizzata ed ebbe un gran successo, ma la propaganda ci fu, eccome: i fotografi erano tutti tedeschi, e l’intera cittadina di Garmisch fu presidiata da 6000 SS che impedirono qualsiasi ingresso non autorizzato. Clima da caserma e non di gioia, quindi. Del resto, i venti di guerra cominciavano a spirare. Di giochi olimpici non se ne riparlerà più per dodici anni, facendo saltare sia le edizioni del 1940 a Sapporo in Giappone sia quelle del 1944 a Cortina d’Ampezzo.

Nel 1948, il sentimento Olimpico andava ricreato, a partire dalle macerie, non solo fisiche, che la seconda guerra mondiale aveva lasciato all’umanità. Cicatrici non ancora del tutto rimarginate.

[Continua]

[vedi le precedenti: PARTE 1 qui PARTE 2 qui]

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