martedì, Luglio 7

Olimpiadi e parate: l’ambigua distensione della Penisola coreana La natura apparentemente contraddittoria è uno dei punti di forza della politica portata avanti da Pyongyang.

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La partecipazione di una rappresentanza unitaria della Corea alle olimpiadi invernali che si aprono oggi a Pyeongchang rappresenta un successo importante dell’ ‘offensiva del sorriso’ lanciata dal Presidente sudcoreano Moon Jae-in dopo il suo insediamento, lo scorso maggio. Nonostante l’alto valore simbolico, è tuttavia difficile che il gesto abbia ricadute concrete sull’immediato. I rapporti fra Seoul e Pyongyang restano difficili e le ragioni di frizione non mancano, prime fra tutte le ambizioni nucleari di Kim Jong-un e le loro ricadute sul sistema degli equilibri regionali. Con ogni probabilità, nonostante la ripresa del dialogo diplomatico, timori e diffidenze continueranno quindi ancora a lungo a pesare sulle possibilità di un’effettiva normalizzazione delle relazioni fra le due Coree. La parata militare tenutasi mercoledì a Pyongyang, di cui le autorità nordcoreane hanno diffuso in seguito le immagini, si inserisce in questo quadro, fatto di segnali contrastanti soprattutto da parte della Corea del Nord. In questa prospettiva, essa appare un segno della volontà di Pyongyang di ribadire la sualinea duraproprio nelle ore in cui l’arrivo a Pyeongchang dellarappresentanza congiuntasembrava segnalare un successo della ‘distensione’ avviata con l’inizio dell’anno.

L’uso ‘del bastone e della carota’ nei rapporti con Seoul e la comunità internazionale non è una novità per Pyongyang. Al contrario, la natura apparentemente contraddittoria è uno dei punti di forza della politica portata avanti dal Paese. La parata di questi giorni, se per il fronte interno è una mossa di propaganda facilmente prevedibile, agli occhi del mondo conferma come la ‘strategia del sorriso’ abbia ancora tanta strada da compiere e come la partecipazione ai giochi olimpici della ‘delegazione congiunta’ non alteri, nei fatti, la posizione del Paese sul tema-chiave delle riunificazione delle due Coree. Il fatto che la parata giunga dopo mesi di tensioni intorno alle ambizioni nucleari e missilistiche del Paese dà alla cosa una rilevanza ulteriore. Già in passato, occasioni simili erano servite a mostrare al mondo gli sviluppi della tecnologia nazionale. L’anno scorso è stato rilevato, in questa occasione, come i progressi fatti in campo missilistico fossero assai maggiori di quanto ipotizzato; infne, la parata di febbraio (un’usanza riportata in vita da Kim Jong-un nel 2015) costituisce un momento importante per capire quali siano gli equilibri esistenti in seno all’élite nordcoreana.

La reazione di Seoul è stata sinora improntata alla cautela, mentre la copertura data alla parata è stata minima. Con l’attenzione internazionale puntata sull’apertura dei giochi di Pyeongchang, proseguire con l’‘offensiva del sorriso’ è stata vista come la strategia più pagante. Vale, d’altra parte, la pena di osservare come, secondo quanto è stato possibile vedere, anche la parata di Pyongyang sembra essere stata condottain tono minore’ e con uno schieramento di forze inferiore a quello degli scorsi anni, quasi a rappresentare anche in questo modo la volontà conciliatoria delle autorità nordcoreane. Nemmeno sul piano diplomatico sembrano esserci state grandi conseguenze; in particolare, le autorità sudcoreane hanno confermato che si svolgerà il programmato incontro fra il Presidente Moon e la sorella di Kim Jong-un, presente alla cerimonia di apertura dei giochi. Una conferma di come – nonostante gli ostacoli che incontra la diplomazia ‘formale’ – una sorta di diplomazia parallela si stia sviluppando fra le due Coree non dissimile dalla ‘diplomazia del ping pong’ che aveva spianato la strada all’apertura delle relazioni fra Stati Uniti e Cina all’inizio degli anni Settanta.

Gli sviluppi della vicenda rimangono aperti. Soprattutto, l’orizzonte temporale per una possibile distensione resta lungo. Un ruolo centrale sarà svolto, infine, gli attori esterni, Stati Uniti e Cina in testa. Anche se le tensioni dei mesi passati paiono essersi placate, la issue coreana rimane alta nell’agenda di Washington. In questa prospettiva, non stupisce che, nei giorni della parata di Pyongyang, il Presidente Trump abbia espresso la volontà di tenerne una simile a Washington nei prossimi mesi. Il rafforzamento del ruolo degli Stati Uniti come potenza militare è stato uno dei perni della sua campagna elettorale e il primo anno alla Casa Bianca ha visto the Donald fare tintinnare la sciabola più volte, spesso in direzione della Corea del Nord. Le ragioni di questa scelta sono comprensibili e nella loro essenza non diverse da quelle di Kim Jong-un. Gli Stati Uniti rimangono una della maggiori potenze militari sulla scena internazionale (se non la maggiore) e il peso del loro arsenale gioca una parte importante nelle scelte di alleati e rivali. Il dubbio è, piuttosto, se una simile ostentazione di forza non possa risultare controproducente, apparendo la scelta di un Paese che punta tutto sulla forza per compensare la crisi delle altre leve di potenza a sua disposizione.

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