lunedì, Ottobre 26

'Oil crash', la nuova guerra del petrolio

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Dal giugno 2014, il prezzo del petrolio ha subito un crollo repentino che ne ha dimezzato il valore nell’arco di un paio di mesi. Benché questo fenomeno sia stato indubbiamente concausato dalla sovrabbondanza di offerta imputabile anche alla frenetica attività degli estrattori di idrocarburi non convenzionali degli Stati Uniti, una caduta tanto rapida quanto fragorosa non può essere spiegata facendo esclusivamente ricorso alle teorie economiche classiche.

È infatti doveroso, sotto questo aspetto, notare il ruolo svolto dall’Arabia Saudita, Paese cardine dell’Opec che con i suoi 11,6 milioni di barili di media estratti quotidianamente nel 2014 era seconda solo agli Usa – che estraevano qualcosa come 13,9 milioni di barili al giorno. Di fronte alle prive avvisaglie di cedimento del prezzo del Brent per effetto della contrazione della domanda internazionale, Riad ha pensato bene di evitare di ridurre la produzione di petrolio, come molti si aspettavano, preferendo invece tagliare il listino delle forniture di greggio ai clienti; i cosiddetti Official Selling Prices (Osp), sui quali analisti e operatori finanziari tengono sempre gli occhi ben puntati.

Tale mossa risulta palesemente discordante rispetto alla posizione assunta dall’Opec che, tramite il segretario Abdallah el-Badri (libico), aveva proposto di fronteggiare il problema con un taglio della produzione pari a 500.000 barili al giorno. Sulla stessa scia si era collocato il ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh, secondo il quale «i membri dell’Opec dovrebbero cercare di moderare la produzione per evitare ulteriore instabilità» che si sarebbe ripercossa inesorabilmente anche sui mercati azionari. Potendo contare sulle enormi ricchezze a propria disposizione, i sauditi e gli altri produttori del Golfo hanno tuttavia valutato di poter sopportare un periodo di bassi prezzi petroliferi, mentre gli Stati Uniti, che hanno invece un bilancio in passivo cronico, sarebbero andati incontro a problemi molto seri nell’assicurare la produzione dei propri giacimenti scistosi e bituminosi.

La mossa di Riad è quindi orientata a permettere all’Arabia Saudita di strappare, anche a costo di veder ridurre i propri profitti e di appesantire il clima deflazionistico che ammorba l’economia mondiale, nuove quote di mercato ai concorrenti statunitense e russo assestando allo stesso tempo un duro colpo a produttori come Iran, Venezuela e Brasile, i cui bilanci si basano su prezzi di petrolio piuttosto elevati.

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Come ha tuonato il presidente ecuadoregno Rafael Correa: «una lieve riduzione delle estrazioni potrebbe comportare un aumento significativo del prezzo, quindi perché non farlo? Sono fermamente convinto che il crollo del prezzo del petrolio risponda a un disegno geopolitico atto ad arrecare un danno ad alcuni Paesi». Inizialmente, il motivo sembrava consistere essenzialmente nell’esigenza saudita di fare pressione su Washington per spingere il governo Usa ad appoggiare con maggior convinzione un cambio di regime in Siria, nonché a sospendere o quantomeno frenare le aperture nei confronti dell’Iran. Benché il potentissimo ministro del Petrolio saudita Ali al-Naimi abbia avuto l’impudenza di affermare che «nessuno è in grado di manipolare il prezzo del petrolio, è appannaggio di Allah stabilirne la quotazione», quella dell’Arabia Saudita si configura quindi come una presa di posizione chiaramente ostile nei confronti dei concorrenti sia interni che esterni all’Opec che rievoca lo spettro del 1986: il famigerato oil crash’, provocato proprio dai sauditi di intesa con i kuwaitiani e con gli Stati Uniti, che per riconquistare quote di mercato e assestare un colpo micidiale sia all’Iraq – che poi invase il Kuwait per impossessarsi dei pozzi petroliferi e porre fine all’eccesso di produzione – che all’Unione Sovietica non esitarono a far precipitare il prezzo del barile. All’epoca, Washington impose ai sauditi di incrementare la produzione petrolifera, liberalizzando al contempo la vendita del petrolio dell’Alaska e mettendo le proprie tecnologie d’avanguardia al servizio delle potenze europee affiliate alla Nato, al fine di favorire l’estrazione di gas e petrolio dal Mare del Nord. L’immissione di enormi quantitativi di petrolio sul mercato internazionale provocò un vertiginoso abbassamento del prezzo del greggio – arrivato a toccare i 10 dollari al barile nel maggio del 1986 – che sortì devastanti ripercussioni sull’arrancante economia sovietica.

Anche in questo caso, infatti, un obiettivo fondamentale del nuovo ‘oil crash’ era proprio quelle di mettere in ginocchio l’economia russa, ancora eccessivamente dipendente dalla vendita degli idrocarburi. Ma questo è un obiettivo statunitense più che saudita, e non a caso il direttore dello Služba Vnešnej Razvedki (Svr, l’intelligence straniera russa) Mikhail Fradkov ha dichiarato di esser giunto alla conclusione  che il segretario di Stato John Kerry sia stato in realtà l’ideatore della strategia dell’‘oil crash attuata di concerto con i sauditi, ritenendo evidentemente prioritario mettere in difficoltà l’economia russa anche a costo di sacrificare l’intera industria statunitense dello shale non in grado di sopravvivere con prezzi così bassi.

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