domenica, Novembre 17

Oggi il Duomo, domani Palazzo Chigi

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Gli occhi sono tutti puntati su Roma: è per la conquista del Campidoglio che ci combatte, e giorno dopo giorno, avvicinandosi il momento dello showdown, i colpi inferti saranno sempre più bassi, il famoso fango (gli anglosassoni usano un’espressione più colorita) scagliato sul ventilatore. Roma, certo, è un piatto ricco: è la capitale; ma è anche una città unica al mondo, sede di uno Stato come Città del Vaticano che un sesto della popolazione mondiale identifica con la sua fede religiosa; ci sono le doppie ambasciate, la sede del Governo e del Parlamento, un fittissimo reticolo di interessi e poteri reali… ed è, al tempo stesso, una città sinistrata come poche, una città che definire da terzo mondo si rischia di offendere quelle città. Chi diventerà Sindaco si troverà contemporaneamente uno straordinario potere (almeno sulla carta); e problemi da risolvere di una portata tale da far incanutire nello spazio di una settimana.

Al momento, nessuno dei candidati in lizza ha le carte per vincere al primo turno; e non le avrà in futuro. Dunque, si tratta di arrivare al ballottaggio. Le combinazioni possibili sono: Virginia Raggi, candidata del Movimento 5 Stelle, che nonostante la sua inesperienza, letterale ignoranza della macchina amministrativa, gaffes e curriculum con ‘ombre’, viene data in testa a tutti. Seguono: il candidato del PD Roberto Giachetti, sostenuto da altri gruppi e movimenti, dai radicali alla comunità di Sant’Egidio; Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia, una ‘frattaglia’ della vecchia Alleanza Nazionale ed ex MSI, ora sostenuta dal leghista Matteo Salvini; Alfio Marchini, ‘indipendente’, ora esplicitamente sostenuto da Silvio Berlusconi, dopo l’infelice candidatura di Guido Bertolaso. Gli altri concorrenti, per quanto rispettabili, non hanno e non fanno storia.

Al secondo turno, i possibiliduelli‘ sono: Giachetti-Raggi; Giachetti-Meloni; Giachetti-Marchini; Marchini-Raggi; Marchini-Meloni; Meloni-Raggi. Tutti gli allibratori danno Raggi in testa; Giachetti, Marchini e Meloni devono ora lottare per conquistare ildirittodi sfidarla.
La Meloni ha un buon retroterra a Roma, composto da un elettorato di destra populista che ‘l’abbraccio’ con il piacione Marchini mal lo digerisce, e piuttosto voterebbe Cinque Stelle; anche il centro-destra moderato, comunque, giù scottato dall’esperienza con Gianni Alemanno, difficilmente è disposto a votare Meloni con supplemento Salvini; una situazione che va a vantaggio di Giachetti? Chissà. Per conquistare parte di quell’elettorato deluso e frustrato, disincantato e rabbioso che cova, ci vuol altro che un selfie mentre ci si prepara un piatto di pastasciutta; e l’eredità lasciata da un PD che a Roma ne ha combinate di tutti i colori, è pesante, un ricordo ben marchiato e che ancora sanguina.

Ora qui conviene cercare di capire i ragionamenti fatti da Berlusconi che troppo frettolosamente tanti hanno già dato per morto, mentre è sì, malconcio, ma le sue zampate ancora le può e sa dare; soprattutto visto che di fronte ha avversari che sono l’equivalente di Sparta che non aveva motivo di ridere per il pianto di Atene. In queste ore i fidi Gianni Letta e Fedele Confalonieri gli hanno descritto uno scenario che se dovesse concretarsi, metterebbe per la prima volta Matteo Renzi in serio imbarazzo.
Il PD, in estrema sintesi, vive questa situazione: a Napoli non dovrebbe esserci partita: nonostante palazzo Chigi sia in questi giorni prodigo di impegno e stanziamento, la riconferma del Sindaco uscente Luigi De Magistris è data per certa; a Torino il pur favorito Piero Fassino è tallonato da vicino dal candidato pentastellato; a Roma in nodi vengono al pettine: bravissima persona Roberto Giachetti, ma ancora non si è smaltita la sbornia Ignazio Marino. Renzi a Roma rischia grosso: se Giachetti non diventa Sindaco (e per riuscirci deve arrivare al ballottaggio, e poi vincerlo), è Renzi che perde. Una possibile sconfitta che va accostata con quello che accade a Milano. Perché il vero laboratorio del centro-destra è sotto la Madonnina del Duomo, non all’ombra della lupa capitolina. E’ a Milano che Berlusconi punta; è lì che ci concentreranno gli sforzi nei prossimi giorni.

La soluzione Marchini a Roma, caldeggiata da Confalonieri e Letta corrisponde a un duplice scopo: da una parte non innervosire poteri reali romani come i costruttori (uno per tutti: Gaetano Caltagirone), e la curia vaticana, che al di là degli scarponi e la croce di metallo di papa Francesco, ha proprio a Roma e dintorni consistenti interessi molto terreni (e figuriamoci come vede di buon occhio una Raggi che vuole far pagare la tassa sugli immobili a tutti…). Altri poteri forti sono quelli attorno ai Luca Cordero di Montezemolo e Giovanni Malagò, che già pregustano la ricca torta delle Olimpiadi 2024. Dall’altra ‘cedere’ su Meloni avrebbe provocato altri dissesti in Forza Italia già malmessa di suo; e approfondito il solco con le componenti che fanno capo ad Angelino Alfano, Pierferdinando Casini e Denis Verdini. E qui, si entra già nel campo delle elezioni politiche, che prima o poi ci dovranno pur essere. Berlusconi con quella parte di centro-destra non vuole perdere i contatti. Una scelta di campo per Meloni-Salvini avrebbe comportato, come conseguenza, recidere i fragili fili che instancabile Letta continua a tessere.
Dal punto di vista di Berlusconi, dunque, la scelta su Marchini è stata saggia: si tratta, in ogni caso, di un candidato temibile, che può rendere difficile per chiunque arrivare al ballottaggio; ma se a Roma si gioca una partita importante, e per i motivi che abbiamo descritto, la partita decisiva è quella che si gioca a Milano.

Il candidato del centro-destra Stefano Parisi ha dimostrato di saper ben giocare le sue carte. Berlusconi è ben consapevole che i margini sono stretti; ma se dovesse vincere la ‘sua’ formula a Milano, allora potrebbe provare a riproporre a livello nazionale la stessa formula, con possibilità di successo.
In autunno potrebbe sperare in una vittoria dei NO al referendum confermativo della riforma costituzionale, e da quel momento tutto si rimetterebbe in gioco: dalle alleanze con Casini e Alfano, a un Renzi che dovrebbe far i conti con gli acerbi e amari frutti provocati anche, se non soprattutto, dalla sua spregiudicatezza e volontà di potenza. Al momento l’inquilino di palazzo Chigi si mostra sicuro e deciso; ma è facciata. La prova? L’apparente manifestazione di forza, che in realtà è sintomo di debolezza: la fretta di varare tutte le nomine possibili, e di ‘incasellare’ ovunque si può gente di fiducia; e ancora una volta non è la lealtà, ma la fedeltà, a essere premiata.

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