domenica, Settembre 27

Odio l’odio Ci sarà pure, lo cerco, quel qualcuno che ha fatto indigestione di odio, non ne può più, odia l’odio, e lo usa come quella ‘occasione preziosa’ del Cardinale Zuppi, per scoprirsi civile e umano, riscoprire la fraternità

0

Una delle regole fondamentali del vivere civile, storicamente consolidata e nota a chiunque abbia letto almeno un giornale in vita sua, è che a fare troppo i furbi, si rischia di fare la fine dei fessi, con tutto il rispetto per questi ultimi.

In questi giorni di furbi e furbastri ne stiamo vedendo a iosa e, credo, altri e grandicelli ne vedremo. È uno dei più gravi difetti della nostrapolitica’, fatta tutta di politicanti di basso e bassissimo livello. E sì che dalla base, anzi, dalle basi di tutti i partiti, perfino di quelli più retrivi e oscurantisti, una richiesta disperata di buona politica si alza decisa, direi fremente. Le ‘sardine’ (se e finché riusciranno a restare fuori dalle contorsioni della politica dei partiti) ne sono un esempio vivido e vitale. Specialmente quest’ultimo, vitale. Anche se, mi permetto di dire, attenti: se questa vitalità prorompente si scontrerà con la cattiva politica e con il tentativo di appropriarsi del loro movimento o di sbeffeggiarlo come un movimento di scemi, si rischia forse,, di distruggerlo, ma di distruggere con esso il nostro stesso Paese. I furbi, intendo, sono già all’opera.
Esagero? Forse. No, non forse: spero, spero davvero e di cuore di esagerare. Ma temo di no.

In un bellissimo libro, perfino emozionante, Monsignore Matteo Maria Zuppi, Cardinale Arcivescovo di Bologna, sistema un titolo che imita una frase del catechismo, in maniera violenta, proprio così, violenta: leggere quel titolo ed avere un senso di spaesamento è tutt’uno. Il titolo è, secco: ‘Odierai il prossimo tuo’ … poi, sempre un Vescovo è (ma non privo di ironia e senso della ‘comunicazione’), aggiunge in piccolo ‘Perché abbiamo dimenticato la fraternità’: in piccolo, quasi con timidezza.
E lo spiega subito nel libro, gioca a carte scoperte il Cardinale, quando dice, dopo avere raccontato una ‘parabola’ spiritosa del vescovo vietnamita Nguyen Van Thuàn (andatevela a leggere): «Ecco descritta la mia speranza: l’odio che si respira nella nostra società, l’odio che sembra diventato un’ovvia necessità -perfino una virtù civile sulla bocca di qualche voce autorevole- potrebbe rivelarsi non solo una tentazione cui resistere, ma un’occasione preziosa per riscoprire con rinnovata energia il grande valore della fraternità, unico materiale che può rendere solida la nostra casa comune».
Sorvolo sul fatto che la ‘voce autorevole’ è un modo severamente (stavo per scrivere ‘violentemente’ ma forse sarebbe … irrispettoso?) ironico di esprimerne la condanna, ma non sul fatto che il Vescovo riscopre una parola dimenticata: fraternità. Che vuol dire comunità di intenti e di origini, ma anche franchezza di opinioni. Non per caso, la fraternità era la terza parola simbolo della rivoluzione francese, non a caso quella dimenticata sempre e pervicacemente. Forse perché sembra qualcosa di infantile, di rituale, di familistico.
Altro che. Specie se si tiene conto che la fraternità è più facile che si realizzi tra amici, che tra fratelli ‘di sangue’. Ma vuol dire innanzitutto comunità di pensiero, di intenti, di coscienza. E quindi non identità di pensiero, subalternità.

È solo qui che volevo arrivare, molto modestamente per carità; non sono né un moralista, né un filosofo, né altro del genere e meno che mai un uomo di potere, neanche un barone, un baroncino, un conte, un contino, no, no, non uso nemmeno la pochette e non porto la barba (anzi, mi fa un po’ schifo, ad essere onesto) sono solo uno che si guarda intorno e vede ovunque crescere solo una cosa: l’odio. Per tutto ciò che non, secondo noi, ci assomiglia. Anzi, ormai è così, perché nascondercelo, l’odio per chi non è come te, non frequenta e pensa le stesse persone e le stesse idee che hai tu, quell’odio che spesso diventa quello scemo da condominio, che è scemo, ma trucido, truculento perché del tutto incongruente.
Quella è la grande forza dell’odio e di chi lo usa: l’incongruenza, l’assurdità, la superficialità, perfino la ridicolaggine, ma sempre, invariabilmente, sempre l’ignoranza. Nove volte su dieci, forse di più, chi odia non sa perché deve odiare: avete letto bene ‘deve’, obbedisce.

Le folle urlati in piazza, infiammate dal politicante di turno, che spara a zero contro, non importa contro chi, importa che parli contro.
Certo, magari contro i migranti, cioè contro una categoria di persone creata artificialmente (non esiste ‘il migrante’, esiste lo straniero, ma in quanto concetto relativo, perché io sono straniero se varco il confine del mio Stato, ma non per questo sono un ‘migrante’, magari uno ‘sporco migrante’) o contro i comunisti, o contro i mussulmani, o contro i cristiani o contro gli ebrei, o contro i politici (beh, politicanti, ora come ora!) al governo, o contro la von der Leyen o Juncker o Moscovici o perfino Gentiloni e poi i Magistrati, le banche, ecc..
L’identità, , è quello che conta: siamo tutti controma non siamo fratelli di nessuno, neanche fra di noi.

Non diversamente dalle folle di esaltati urlanti, che si scompisciano sguaiatamente ai vaffa, alle contumelie, alle minacce, agli insulti, ai richiami urlati a una incomprensibile ‘o-ne-stà’, o a un non sono né di destra né di sinistra, e il tutto condito di insulti, sberleffi ai ‘diversi’ o ai malati, agli ‘elevati’ o agli ‘elevandi’, alle superficiali banalità che sentiamo ogni giorno.

Sono piazze diverse, direte, non si possono mettere sullo stesso piano. Come volete, per carità. Secondo me no: sono identiche. Identiche e magari non lo sanno; identiche perché magari non glielo dicono. Ma, secondo me, identiche. Perché tutte accomunate solo da due cose: superficialità e odio. Che poi l’odio sia contro i neri o contro i ricchi, cosa cambia? Sempre odio è. Cappuccetto Rosso o Hansel e Gretel sono state create per fare scaricare la paura e l’odio e le voglia di indipendenza, per poi ottenere dai bambini obbedienza (e magari conformismo).

Ma appunto, qualcosa di diverso si può immaginare e forse c’è. Qualcuno, intendo, ha fatto indigestione di odio, non ne può più, odia l’odio, e lo usa come quella ‘occasione preziosa’ del Cardinale Zuppi, per scoprirsi civile e umano.
Perché la piazza, non a caso sbeffeggiata dalle altre due, la piazza di quelli che dicono: noi non siamo contro nessuno, non abbiamo soluzioni in tasca, non crediamo che ‘solo la destra’ o ‘solo la sinistra’ possano risolvere le cose, quella piazza pratica, non predica, la fratellanza. Non sono ‘né di destra né di sinistra, ma odiatori di qualcosa’, non sono ‘di destra e odiatori di chi è di sinistra’, ma non sono indifferenti, non pensano affatto che i problemi si risolvono senza essere né di destra né di sinistra. Nulla di tutto ciò: vogliono sentire chi se la sente e come di fare politica, cioè di risolvere i problemi, ma in prospettiva: di destra o di sinistra, che sia.
Poi, si sceglierà se andare da una parte o dall’altra. Sapendo perfettamente che differenza c’è … evidentemente loro qualche libro lo hanno letto. Ma essere dall’una o dall’altra parte, non vuol dire essere nemici, ma perseguire sinceramente il bene comune. Vuol dire essere fratelli, appunto.

Il mio terrore, e forse non solo il mio, è duplice. Primo: che passi troppo tempo senza che qualcuno o più d’uno (ma purtroppo non ne vedo proprio) affronti, proponga, offra soluzioni di destra o di sinistra che siano, perché così quella forza vitale si stanca, si affloscia, muore di stenti di mancanza di proposte, di idee, e lascerà campo libero alle folle attuali o meglio ai loro ‘arruffatori’. Secondo: che qualcuno se ne appropri, o ci provi. E non saranno pochi a provarci, per ottenere solo una cosa, ovvia: il loro disgusto, e quindi la fine del movimento. È già accaduto e abbiamo visto come è finita.
Sento con preoccupazione che a Napoli, con le sardine ‘doc’ per dir così, ci sono state quelle ‘arancioni’ di De Magistris … ahi, brutto segno, bruttissimo.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.