venerdì, Novembre 27

Occorre una politica estera. Già: e chi la fa, Giuseppi e Giggino? Che ci fa Giggino agli Esteri? Che ne sa Di Maio di politica estera? di diritto internazionale? che ne sa di Medio Oriente, di Libia, di NATO? Nulla. Ma la politica estera italiana non c’è, e da molto, troppo tempo

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La stampa riferisce di una intervista di Mike Pompeo alla ‘Fox News’ nella quale il medesimo (quello che Giggino, al secolo Luigi Di Maio, chiama familiarmente ‘Ross’) si congratula per la comprensiva e solidale partecipazione dei Paesi mediorientali alla uccisione del generale Qasem Soleimani e si lamenta della, invece, diffidenza e scarsa condivisione europea. Entrambi, europei e medio orientali (ma, credo, Israele è stata avvertita prima) sono stati avvertiti subito dopo l’azione e, appunto, hanno reagito come detto.
Contemporaneamente Lucia Annunziata lamenta la mancanza di un Ministro degli Esteri a tempo pieno, data la situazione estremamente complessa in atto, tanto che ‘Ross’ (come lo chiama Di Maio) nemmeno ha telefonato a Di Maio per chiedergli che ne pensasse della uccisione.

Nemmeno io ne parlo, salvo ricordare, forse solo a me stesso, che una delle conquiste della civiltà moderna è che i delinquenti si processano e si condannano se dichiarati colpevoli, non si ammazzano e basta, anzi, non si ammazzano in nessun caso. Ma so bene che queste sono idee antiquate! Così come so bene, e quindi non commento, che l’idea dominante di una parte dei commentatori e ‘maitre à penser’ occidentali, è che alla fine si debba scegliere (cito Angelo Panebianco) tra «stili di vita» e simili, cioè tra ideologie. Faccia ognuno come crede: io scelgo in base al diritto, alla legittimità delle azioni, al rispetto dei diritti dell’uomo, dove l’uomo è sempre uomo, qualunque colore abbia la sua pelle, qualunque vestito indossi, qualunque dio adori, purché rispetti me come io rispetto lui.

Sembrerà strano, ma questi sono i ‘valori’ fondanti del diritto internazionale, più che del diritto interno, spesso influenzato dalle scelte di cui sopra. E questi valori sono proprio nati e si sono sviluppati nella storia del diritto internazionale ‘occidentale’.
Del resto, con tutto il rispetto per Panebianco, mi sfugge del tutto, beninteso per mia insufficienza culturale, ilvaloredel pensieroe dellaculturadi chi, non solo ammazza la gente, ‘innocenti’ inclusi, senza processo, ma minaccia di distruggere, nonché il ‘nemico’, il suo patrimonio storico-culturale. Tweet di Donald Trump del 4.1.2020: « … targeted 52 Iranian sites (representing the 52 American hostages taken by Iran many years ago), some at a very high level & important to Iran & the Iranian culture, and those targets, and Iran itself, WILL BE HIT VERY FAST AND VERY HARD. USA wants no more threats!».
Non riesco mai a capire come si possa parlare di ‘valori’, stabilendo che ci si debba ‘schierare’ da una parte o dall’altra, anche perché il rischio immanente di questo tipo di ragionamenti è che chi non si schiera, ma afferma dei valori, sia giudicato ‘anti’ e trattato come tale: la polemica sull’antisemitismo ha esattamente questi connotati. Ma lasciamo perdere, sarei solo noioso.

Ancora, più o meno contemporaneamente, Nicola Zingaretti (a mio parere sempre più in crisi di identità) incontrava Luigi Di Maio … a Palazzo Chigi, dove quest’ultimo non ha ragione di stare, non dovrebbe avere un ufficio, mentre il primo non ha ragione di andare se non invitato dal ‘premier’: uno sbrego di etichetta da parte di Zinga, un atto di arroganza da parte di Giggino, un incontro di tre quarti d’ora per decidere di rinviare la ‘verifica’ a dopo gli esercizi spirituali del PD, il 13 gennaio, o addirittura a dopo le regionali emiliane e calabresi, salvo, forse, a fissare i criteri della legge elettorale, Renzi permettendo. Insomma, il solito rinvio parossistico di tutto: per loro e quelli come loro, il mondo è fermo ad aspettarli. Chi sa se hanno avvertito pochette-Conte, il ‘populista gentile’ … dio solo sa che significa, ma io a questi livelli superiori di cultura e di coscienza non arrivo.

Tre cose apparentemente slegate, che slegate non sono.

Che Di Maio faccia o meno a tempo pieno il Ministro degli Esteri, in tutta franchezza, è del tutto irrilevante. Per citare una elegante definizione di quel raffinato ‘uomo politico’ che è Gianluigi Paragone, di Di Maio si può solo dire che: «Il nulla sono lui e tutti quegli ‘yes man’ che ha intorno. I miracolati della Lotteria Pomigliano». Sugli ‘yes-men’ sarei più cauto, perché dubito che sappiano l’inglese, come pure Paragone; sul resto concordo. Del resto: cito testualmente Luca Bottura in ‘l’Espresso’ del 5 gennaio, siamo un Paese che: «eleva al soglio di leader mestieranti non tanto della politica, ma del pensiero, privi di una qualsivoglia concezione propria, ma abili a fare surf sulla schiuma impalpabile e pesantissima della politica italiana. Un Paese che si tuffa nelle braccia del cosiddetto contismo, se lo merita tutto»; e Conte è solo un Di Maio con la pochette e che conosce l’inglese e che, credo, avendo letto le considerazioni di Bottura dà l’intervista a ‘Repubblica’ del 6 gennaio, per confermare la correttezza della tesi … di Bottura.

Ma la domanda di fondo è un’altra: che ci fa Giggino agli Esteri? Se anche ci restasse a dormire cosa cambierebbe? Che ne sa Di Maio di politica estera? di diritto internazionale? di etichetta (tra Ross e Ping, non ne ha mancata una!); che ne sa di Medio Oriente, di Libia, di NATO? che ne sa di qualunque cosa? Nulla, vero: non per la solita assenza di studi, ma per l’arroganza selvaggia che gli consiglia nonché di non studiare, di diffidare di chi studia. Ma…
Faccio fatica, grande fatica a scriverlo, comprendetemi, ma io non me la sento di dargli colpa di ciò. Competenza a parte, è la politica estera italiana che non c’è, e non da ieri, ma da molto, troppo tempo.
Il Ministero degli Esteri è spesso stato considerato una sorta di poltrona di comodità, da dare ai politici trombati o in via di trombamento. Dal 2002, quando Renato Ruggiero si dimise dopo nemmeno tre mesi di Governo con Silvio Berlusconi, abbiamo avuto ministri a dir poco di secondo piano, fatta forse eccezione per Massimo D’Alema, cui va riconosciuta una cosa intelligente e di prospettiva attuale (perciò ne parlo oggi) come la missione in Libano, e altre iniziative molto negative come i bombardamenti sulla ex-Iugoslavia e la vicenda Oçalan.
Infatti i nomi dei predecessori di Di Maio sono quelli di Franco Frattini, Emma Bonino, Angelino Alfano, Paolo Gentiloni, Giulio Terzi di Sant’Agata, e infine Enzo Moavero Milanesi, e, dulcis in fundo, Di Maio, validamente sostenuto da Manlio Di Stefano e Ivan Scalfarotto. Per di più, ogni tanto interviene un Presidente del Consiglio più o meno accreditato, fino al suadente e piacione attuale, detto pochette.
Ma la politica estera? Quella dovrebbe essere definita dal Governo e discussa (magari in segreto) col Parlamento, gestita da pensosi comitati di ‘esperti’, amministrata dal Contenzioso Diplomatico, fatta da gente sveglia…
Ma comunque, posto che lo sia stata: qual è la posizione dell’Italia sulla guerra in Iraq, alla prima fase della quale abbiamo anche partecipato, sulla guerra in Afghanistan, sulla Palestina, sulla Siria, sulla Libia? e sorvolo su Hong Kong, la Cina, il Congo, il Mali, ecc., qualcuno la sa riconoscere? Io, francamente, no, e, temo, anche al Ministero. Perché semplicemente non c’è. Agiamo alla giornata, con atti episodici, mai inclusi e resi pubblici in una politica coerente.
E anche oggi chiediamo coraggiosamente una presa di posizione europea … e noi, intanto? Al solito, l’Europa fa schifo, ma poi al momento opportuno gli stessi che la sbeffeggiano lamentano la sua assenza. Però il Ministro, Di Maio, compare al solito su Facebook e sentenzia: «il faro che ci guida è sempre e solo un’unica, semplice verità: la guerra genera altra guerra, la violenza chiama altra violenza, la morte altra morte … Come Movimento 5 Stelle, questa verità ce l’abbiamo ben chiara, è una sorta di legge fisica. In tanti conflitti, in tante scelte sbagliate, a partire dalla guerra in Libia nel 2011 e dagli errori già compiuti in Iraq, c’è scritto ciò che non dobbiamo ripetere» e via cianciando … Se almeno ci avesse risparmiato la solita «I nostri Padri costituenti ce lo hanno ricordato nelle parole dell’articolo 11 della nostra Carta Costituzionale»: no Giggino, no, bocciato. Le disposizioni si leggono tutte fino in fondo: l’Italia non vuole fare la guerra di aggressione, ma poi che c’entra, sono altri che fanno la guerra, a cominciare dal tuo amico ‘Ross’. Ma, basta così, lo so è troppo difficile, restano solo parole, chiacchiere, insulsaggini, roba da Facebook. Però, tranquilli, è in continuo contatto con i suoi omologhi, fatta eccezione per Macron, Johnson e Merkel che non si filano né lui né pochette, e fanno un comunicato congiunto … sarà stata la Befana a rovinare i telefoni. Io un suggerimento lo avrei, ma ci vorrebbe coraggio, roba sconosciuta a Giggino, pochette e, temo, Zingaretti.

Quella del Medio Oriente è una situazione nonché gravissima, di estrema complicazione.
Quei territori, frutto di una spartizione brutale e razzista franco-britannico-statunitense dopo la prima guerra mondiale, sono da molto tempo un ribollire continuo non tanto e non solo dinazionalitàin conflitto, quanto di nazionalismi a sfondo religioso, profondamente ‘inquinatidagli enormi interessi derivanti dal petrolio e dalle stesse Potenze di cui sopra. Tutto, o almeno la gran parte dei temi, si gioca lì, sul petrolio, sulla guerra per procura che lì si svolge.
E’ a causa del petrolio, sfruttato brutalmente dall’Occidente, che nasce la gran parte dell’odio (che ovviamente non è politica) verso l’Occidente e di quello reciproco locale, dove Stati più o meno artificiali, si combattono da sempre, spesso su base religiosa.
E di Israele, messa lì dagli inglesi ad occupare una terra che, a torto o a ragione (ci ho scritto molto su e quindi non mi pronuncio qui) i palestinesi sentono come a loro sottratta; una Israele che, lungi dal fare una politica di mediazione e di pace, fa una politica aggressiva non solo in loco, contro i palestinesi e chi li finanzia, ma regionale, in quello che è diventato un conflitto di potere per la supremazia regionale; certo, Israele fu aggredita alla sua nascita, ma ha ‘vinto’ e quindi ora basta.

Il sogno di una Nazione araba’ di Lawrence d’Arabia, pur con i suoi connotati di amore per ‘il buon selvaggio’, è diventato la guerra per la supremazia regionale, sostenuta dal petrolio. Una guerra tanto più violenta, in quanto (mi permetto di suggerire) tra non moltissimo tempo, l’importanza del petrolio diminuirà drasticamente, mentre aumenterà (sta già avvenendo) la guerra tra le grandi potenze (che in gran parte è e sarà di nuovo condotta per interposta persona) per le cosiddetteterre rare’ ecc., il che, almeno in parte, spiega il perché delritirodegli Stati Uniti dal Medio Oriente e della invadenzacinese in Africa e del rientro in scena della Russia alla ricerca di aperture verso e in Africa.

Sull’episodio recente, l’uccisione del generale Qasem Soleimani, quale ne sia stata la motivazione (elettorale? Si uccide gente per motivi elettorali?) solo una considerazione: ora l’Iran non ha più alcun motivo per mantenere l’impegno, finora onorato ‘per rispetto’, per così dire, dell’Europa, nonostante fosse stato denunciato poco responsabilmente dagli USA, sulla rinuncia allo sviluppo di una arma nucleare. Infatti, il 5 gennaio, l’Iran ha annunciato che non rispetterà più nessuno degli impegni presi con l’accordo del 2015 sullo sviluppo del nucleare, Teheran si ritiene libera da tutti i vincoli imposti dall’accordo del 2015 per quanto riguarda il numero di centrifughe impiegate, ma resta aperta alle ispezioni dell’Aiea ‘come prima’, recitano le agenzie. E quindi il risultato sarà che in Medio Oriente avremo una potenza in più che ne è in possesso, oltre ad Israele, e, probabilmente, Arabia Saudita e forse Egitto, un rischio enorme.

Il diritto è diventato solo lo strumento per fare valere la propria egemonia, per fare prevalere i propri valori’, piuttosto che col pensiero, con le armi, come suggerisce Panebianco. Che forse nemmeno si cura del fatto che la Corte Penale Internazionale valuta di accusare Benjamin Netanyahu di reati contro l’umanità, come prima con Bashar al Assad e altri. Cioè del fatto che il diritto, volendo, c’è e potrebbe risolvere molti problemi, se non altro perché ‘neutro’, non neutrale. Nel caso, probabilmente non farà nulla, ma allora uno che pensi si deve chiedere il perché e agire di conseguenza e non in base a ‘valori’ preconfezionati. Non si tratta di una partita di calcio.

E l’Italia, Di Maio a parte, è del tutto assente da questa contesa, anzi, assiste imbelle alla guerra civile in Libia, fomentata da Francia e Egitto. Assiste, ma non agisce.

Ma il discorso sarebbe lungo. Siamo partiti dal perché l’Italia non se la fila nessuno e la risposta è perché non facciamo nulla, siamo assenti, ci prepariamo ai ritiri spirituali del PD e di Zingaretti-Franceschini, facciamo dei migranti un tema politico centrale, mentre è una cosa marginale, e ci occupiamo di Paragone e di Fioramonti, ecc., certo, avendo ben scelto i nostri ‘valori’ di riferimento.

Cosa potremmo fare, se avessimo una politica estera coerente? Cosa potremmo fare, operativamente, per fare valere in concreto i valori del diritto e della giustizia, non dell’America o della Russia, ma nemmeno del cattolicesimo e dello sciismo?
Certo, innanzitutto, ha ragione Lucia Annunziata, avere un Ministro degli Esteri capace, ma anche unpremiermeno piacione e più concludente, aiuterebbe. E poi? Faccio solo degli esempi a caso, o quasi. Tutte però, cose possibili e non dannose. Se non sbaglio, sia pure con cautela, il generale Vincenzo Camporini diceva qualcosa del genere.

Agire a livello europeo, ad esempio, dandoci da fare per contrastare gli accordi commerciali tra Europa e Paesi in guerra o che violano i diritti dell’uomo: leggi Turchia, Israele, Iraq. Il potere contrattuale dell’Europa è notevole. E agire per la formazione di una forza armata europea unitaria, che renderebbe inutile la NATO e più libera l’Europa di difendere finalmente i propri valori, che non sono, ripeto non sono, né quelli degli USA né quelli della Russia né quelli della Cina, ma, lo dico sommessamente, dell’umanità e quindi del diritto.
Essere finalmentenoie nongli amici di’, sarebbe una vera rivoluzione.

Aprire un contenzioso serio con gli USA, che fanno e disfanno senza nemmeno avvertirci. Bene, ma non partendo da casa nostra. Si potrebbe, quindi, impedire concretamente l’uso delle basi statunitensi (e NATO, se usate surrettiziamente) in Italia (si è detto, ed è stato smentito dalla Difesa, che da Sigonella sia partito il drone che ha ucciso Soleimani, qualcuno ci ha chiesto il permesso?); si potrebbe (e sarebbe anche ora!) andarsene subito e senza esitazione dall’Afghanistan, dove siamo in forze, incastrati su esplicita ‘preghiera’ USA, che intanto trattano senza nemmeno dircelo con i loro (e quindi nostri) nemici, i Talebani, che poi ci sparano pure addosso; si potrebbe trasferire quelle forze in Libano per indurre quella missione a riprendere lo scopo politico per il quale è nata, anzi per farla quella politica; si potrebbero fare politiche più a largo raggio per sostenere, ad esempio, i curdi in Siria e mantenere o rafforzare (con il consenso iracheno, ovviamente) la nostra presenza a difesa della diga di Mosul, che è un interesse generale, non di parte, un ‘valore’; si potrebbe, infine, fare uscire in mare la nostra flotta (non così debole come si crede, con due portaerei e mezzo!) e farla incrociare dinanzi alla Libia, dove i più elementari diritti dell’uomo vengono violati grazie ai nostri soldi; ma anche nelle acque di Cipro, dove è in atto una contesa, che ci interesserebbe molto, sulle risorse energetiche trovate dall’ENI, tra Grecia, Turchia e Israele; o anche nelle acque israeliane, dove si impedisce ai palestinesi anche di pescare; ecc. Che ci facciamo con tre portaerei, otto sottomarini, quattro cacciatorpediniere, dodici fregate, dieci cacciamine, ecc., le gite alle Maldive?

Per carità sono cose buttate lì, che andrebbero valutate e soppesate bene. Ma subito e tutte e altre ancora in un contesto coerente e finalizzato, chiaro.
Per non parlare di una politica europea seria, che punti decisamente, e a muso duro, alla integrazione, alla creazione di una politica economico-finanziaria unica, alla creazione degli euro-bond, mentre invece stiamo ancora a cincischiare sulla eccessiva invadenza della Germania, sulla improntitudine della Francia, sulla strafottenza dei Paesi di Visegrad, ecc.
L’immobilismo ci danneggia, ancora di più e ci fa passare per quello che, purtroppo temo, siamo: dei discoli disattenti e incompetenti, da tenere buoni con un paio di merendine.

Insomma: fare politica estera.
Ma poi si legge da parte del signor Conte, a proposito dell’omicidio di Soleimani (perché di questo né più né meno, si tratta, omicidio), che: «Stiamo parlando di vicende delicate e complesse che, per essere valutate a pieno, richiedono anche informazioni di intelligence decisive per pesare tutti gli elementi», cioè? Boh! Oppure, anche in relazione al suo ambiguo rapporto con le ‘intelligence’ americane: «La profondità e l’ampiezza delle nostre storiche relazioni con gli Stati Uniti, nei loro diversi profili politico, economico, ma anche culturale e umano, sono tali da prescindere dai rapporti tra singole forze politiche. Anche se naturalmente le relazioni, anche personali, fra le rispettive leadership possono avere il loro peso. Di certo nel governo c’è piena condivisione dell’assoluta centralità del rapporto transatlantico, come dimostra ad esempio la presenza del Ministro Guerini al mio fianco al vertice Nato di Londra dello scorso dicembre». Sorvolando sulla presenza, bontà sua, di Guerini non so dove, che non si capisce che c’entri. Ripeto: cioè?
Occorre una politica estera. Già: e chi la fa, Giuseppi e Giggino?

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.