sabato, Ottobre 24

Occidente, Asia e i cittadini field_506ffb1d3dbe2

0

MYANMAR_-_proteste_monaci_arresti_ok_(600_x_398)

In Asia sono in atto varie realtà politiche, spesso in sommovimento e con contorni non sempre decifrabili in modo chiaro e nitido. La crisi di rappresentatività politica è un tratto dominante in diverse Nazioni, il cui vissuto –in tale ambito- è parecchio sommerso mentre in altre realtà politiche e sociali vi è una calma apparente; però, in verità, non si tratta di omologazione ma molto più semplicemente di realtà complesse e che non vengono adeguatamente “raccontate” nei media occidentali, soprattutto italiani, oppure altrettanto semplicemente si tratta di tessuti sociali e politici tenuti insieme nella coltre esterna intessuta dai media ma che – al contrario – covano ben altri fermenti ed energie al proprio interno. Da quest’ultimo punto di vista, è un po’ quello che è accaduto nel Myanmar, la ex Birmania, per un decennio e mezzo sotto scacco della dittatura militare ma che oggi mostra quanta ricchezza propositiva era nascosta e quanto futuro abbia davanti la Democrazia che s’era fino all’altro ieri privata della presenza sulla scena pubblica di Aung San Suu Kyi. E così, si assiste tutti noi alla vicenda bella dell’ex Birmania, oggi in fase di apertura al Mondo, Paese elogiato dagli USA di Barak Obama e tra poco Presidente di turno 2014 dell’ASEAN. Fondamentalmente, l’opposizione ha diritto di esistere, risultato conseguito proprio con la liberazione del Premio Nobel per la Pace 1991, Aung San Suu Kyi.

Il Vietnam vive la sua contraddizione in “salsa cinese”: a livello planetario Paese liberista nel mondo del commercio, nelle intermediazioni, nell’aprirsi a nuovi mercati, nel conquistare le vette di alcune produzioni agricole, come recentemente accaduto con la produzione di riso. Sul proprio territorio, invece, è un Paese socialista con una Costituzione che stabilisce la supremazia del Comunismo all’interno dei propri confini, così come la carta Costituzionale è scritta a vantaggio di tutte le strutture politiche ed amministrative che abbiano un’anima politica dichiaratamente comunista. Per non dire, poi, della vera e propria persecuzione politica, attuata con metodi oppressivi nei confronti dei Khmer buddisti distribuiti nel Delta del Mekong e i cristiani Montagnardi, entrambe le popolazioni hanno denunciato al Mondo intero gli anni di confische subìte ai propri danni nelle proprietà terriere e la persecuzione religiosa attuata verso le loro fedi. Ancor oggi vi sono più di 400 detenuti nelle carceri vietnamite per motivi politici o religiosi ma –in verità- il loro numero è difficile da quantificare visto lo scarso o impossibile accesso da parte dei media a tali dati. Infatti, al proprio interno il Vietnam pone un pugno durissimo sui media nazionali, sia su carta stampata, via tv o via radio, tutti i media vietnamiti sono controllati con durezza e asprezza dalle Agenzie Governative preposte al settore della Comunicazione, più recentemente si è regolamentato in modo strettissimo anche il mondo del Web ribadendo che chiunque diffonda informazioni o scritti contrari al Governo, sia che tutto ciò accada attraverso i media tradizionali sia che accada nel Web e persino attraverso i social network, viene punito con pene detentive lunghissime e l’internamento nei “campi di rieducazione”.

In Thailandia, al momento, il fuoco cova sotto la cenere: la Premier Yingluck Shinawatra ed il Parlamento dove ha larga maggioranza hanno concesso ai Democratici scesi in strada in protesta e che chiedevano le sue dimissioni solo prossime elezioni il 2 Febbraio, i numeri sono dalla sua parte. L’opposizione minoritaria è stata, di fatto, “scaricata” dal Re che chiede Pace e Armonia, l’opposizione inoltre è stata “scaricata” anche dall’Esercito che ha voluto chiarire subito e bene che vuol tenersi fuori dalla partita ed evitare di dover sparare sulla folla ad alzo zero come fece proprio sotto mandato e per imposizione del Governo dei Democratici il 2008, con corollario drammatico di 90 morti e 300 feriti. Il Premier che ordinò all’Esercito di sparare –e che uccise anche il collega Fabio Polenghi – era il “Democratico Abhisit Vejjaiiva, oggi sotto processo proprio per aver ordinato all’Esercito di sparare contro popolazione inerme quale era quella del popolo delle “Magliette Rosse”, ovvero i supporters politici oggi al Governo e che fanno riferimento alla figura dell’ex Premier Thaksin Shinawatra, il quale vive esule all’estero e che deve scontare una pena di due anni e sei mesi per conflitto di interessi.

In Indonesia la società civile è più variopinta, ricca ed aperta di quanto ci si possa spettare dalla più grande e popolosa Nazione islamica al Mondo, dove spesso la componente di estrazione più conservatrice spesso è in contrasto con l’ala più democratica ed aperta alla sinistra dello schieramento ideologico e religioso nazionale. Un esempio è dato dal clima di forte critica verso le scelte governative che si è scatenato in occasione della proposta di legge presentata il Novembre scorso dal Governo centrale, per la quale sui documenti di identità veniva identificata una apposita casella per le scelte religiose, dove però, oltre a violare i diritti di riservatezza proprio in materia di scelta religiosa, si prevedevano solo sei religioni ritenute ammissibili, ovvero, Islam, Cattolicesimo, Protestantesimo, Induismo, Buddismo e Confucianesimo, quest’ultima religione, oltretutto, a seguito di un lungo lavoro di diplomazia religiosa interna avviato in compartecipazione con il precedente Presidente indonesiano, mentre per tutte le altre religioni si sarebbe prevista solo l’opportunità “altro” aprendo un vaso di Pandora di potenziale discriminazione.

Bisogna precisare che in Indonesia professarsi atei significa essere direttamente incasellati nella sezione “comunisti”, il che è passibile di carcerazione e pesanti pene corporali, il fatto che vi sia una casella “altro” corre il rischio di far finire in quella ipotetica sezione anche gli atei o coloro che non hanno una dichiarata scelta in tale ambito. Si tratta di un tema sociale, quindi, di non lieve entità ma che comunque ci “racconta” quale varietà di discussioni, critiche e dialogo vi sia in tutta l’Asia. Un Continente dove ci si arrovella ancor oggi su questioni fondative che in Occidente si potrebbero ritenere superate, come i problemi confinari o territoriali, le leggi sui flussi dei popoli generalmente molto restrittive, oppure le scelte che riguardano persino la gestione della famiglia, come accade con la Legge del figlio unico in Cina attualmente revisionata nella direzione dell’ammorbidimento con la attuale compagine governativa. Così non è ovviamente, perché le materie etiche e sociali non sono affatto secondarie anche in Occidente (vedasi eutanasia, cambiamento di sesso e trascrizione della variazione di sesso sui documenti personali, adozioni a favore di coppie gay o lesbiche, etc.) e non sono secondarie nemmeno le questioni relative all’immigrazione e la materia religiosa (velo sì o no, crocifisso nelle aule sì o no, infibulazione accettarla oppure vietarla…). La questione dei Diritti fondamentali dell’Uomo, ad esempio, è altra materia che travalica i confini ed i colori delle pelli, tutto mette a confronto quanto accade nel corpo del tessuto sociale stesso in Occidente ed in Asia ma da questo punto di vista, le differenze sono davvero minime.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore