giovedì, Aprile 18

Obamacare anticostituzionale: quale futuro per la sanità Usa? Ill verdetto del giudice texano rischia di spazzare via quel che rimane dell'eredità politica di Barack Obama

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Giorni fa, il giudice texano Reed O’Connor ha accolto il ricorso presentato da oltre venti tra governatori e procuratori generali degli Stati federati contro l’Obamacare. Nello specifico, il magistrato ha bollato come incostituzionale il cosiddetto mandato individuale‘, vale a dire il provvedimento contestuale all’Affordable Care Act (nome ufficiale dell’Obamacare) che impone a ciascun cittadino statunitense, pena una salata ammenda pecuniaria, di dotarsi di assistenza sanitaria mediante l’accensione di una polizza assicurativa. Polizza il cui acquisto veniva incentivato attraverso la concessione di sussidi federali finanziati con l’innalzamento delle imposte sui redditi più elevati.

Per giustificare il pronunciamento, O’Connor ha fatto esplicito riferimento alla radicale riforma fiscale introdotta lo scorso anno da Donald Trump, che ha abolito gli sgravi previsti dall’Obamacare che erano stati introdotti con lo scopo di rendere l’assistenza sanitaria sostenibile per il maggior numero possibile di famiglie.

Donald Trump, dal canto suo, ha accolto il provvedimento di O’Connor come una «grande notizia per l’America» perché va ad abbattere uno dei principali pilastri su cui si reggeva l’eredità politica di Barack Obama. Ma ad esultare per la sentenza è l’intero universo repubblicano, da sempre ostile all’Obamacare in quanto responsabile di aver caricato sulle spalle dei singoli Stati federati oneri aggiuntivi attraverso l’estensione del Medicaid, il servizio di assistenza gratuito garantito dai singoli Stati alle fasce più povere della popolazione, a ben 70 milioni di persone – a fronte dei 48 milioni registrati alla vigilia dell’entrata in vigore della riforma sanitaria.

Ad avvertire l’impatto maggiore del pronunciamento del giudice texano saranno tuttavia le assicurazioni sanitarie, che già nel 2016 avevano denunciato perdite da centinaia di milioni di dollari in ragione del fatto che, a differenza di ciò che si aspettava il governo, ad accendere nuove polizze furono in larghissima parte gli anziani e i cittadini affetti di qualche genere di patologia (e quindi i clienti di gran lunga più gravosi per le compagnie assicurative). La tendenza era incoraggiata dalla stessa struttura organizzativa dell’Affordable Care Act, che proibiva alle compagnie assicurative di negare l’accensione della polizza ai malati cronici o ai richiedenti dalle precarie condizioni di salute, nonché di discriminare i clienti fissando il prezzo dell’assicurazione sulla base della loro storia clinica. Per le compagnie assicurative, l’aumento delle spese per l’assistenza ai segmenti di popolazione più problematici sotto il profilo medico crebbe così in maniera progressiva, a fronte di una stagnazione delle entrate dovuta alla scarsa attitudine ad accendere nuove polizze da parte dei cittadini più abbienti, gran parte dei quali preferì pagare la multa – pari a 695 dollari o al 2,5% del reddito – piuttosto che conformarsi ai vincoli dell’Obamacare accendendo una polizza.

Le compagnie assicurative hanno reagito in due modi. Da un lato, per compensare le perdite, hanno alzato enormemente il prezzo delle polizze – in alcuni casi, del 50%. Dall’altro hanno provveduto a fondersi tra loro e a limitare in maniera selettiva la propria presenza sugli exchanges (mercati online gestiti dai singoli Stati o dal governo federale in cui ciascun utente aveva modo di confrontare le varie offerte e scegliere la polizza migliore), organizzando cioè la distribuzione sul territorio in modo tale da aggirare o quantomeno attutire la dinamica concorrenziale introdotta dall’Obamacare. Pur obbligando i cittadini ad accendere polizze assicurative, l’Obamacare non ha infatti il potere di costringere le compagnie a offrire i propri piani assicurativi sugli exchanges. Tutto ciò si è tradotto in un forte rialzo del prezzo delle polizze che ha pesato integralmente sui consumatori.

Mentre si apprestava ad uscire di scena, Obama escogitò con la futura candidata democratica Hillary Clinton una possibile soluzione basata sulla creazione di un’assicurazione federale che intensificasse la competizione con i privati, quantomeno nelle contee in cui la presenza di questi ultimi era limitata o addirittura assente. Allo stesso tempo, si pensò di abbassare di dieci anni – da 65 a 55 – la soglia minima di età per accedere a Medicare, il servizio sanitario agevolato finanziato con denaro pubblico.

Il successo elettorale di Donald Trump scompaginò i programmi dei democratici, perché il nuovo Presidente ha più volte dichiarato di guardare con favore al vecchio sistema che incoraggiava – con grande successo – i cittadini statunitensi a stipulare una polizza assicurativa attraverso il datore di lavoro. Un’impostazione largamente condivisa dall’ala dura del Tea Party, conformemente alla visione neoliberista e ostile all’intervento statale che da sempre contraddistingue l’ala dura del Partito Repubblicano. Eppure, il fronte anti-Obamacare ha visto inizialmente fallire i propri propositi di abrogazione della riforma sanitaria introdotta dall’amministrazione Obama a causa dell’alzata di scudi inscenata dal Senato, che ribaltò il via libera accordato precedentemente dalla Camera con il voto contrario da parte dalla fronda interna al Partito Repubblicano composta John McCain, Rand Paul e Susan Collins. Ragion per cui il recente pronunciamento del giudice O’Connor segna un punto a favore del tycoon newyorkese, benché il leader democratico al Senato Chuck Schumersecondo cui la sentenza sarebbe «fondata su un ragionamento legale non valido» – abbia già annunciato l’intenzione di sottoporre il caso all’attenzione della Corte Suprema, «dove i cinque giudici del tribunale su nove che hanno votato per difendere l’Obamacare in un caso nel 2012 sono ancora in panchina».

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